Articoli a proposito di ‘yoga’

Lo Yoga può far male?

19/1/12

Catherine Bellwald Lo Yoga può far male?E’ uscito recentemente sulla Repubblica un articolo di Federico Rampini sui possibili effetti dannosi di questa antica disciplina. Nell’articolo in questione si sottolinea lo svilupparsi di una crescente e cosiddetta  allarmante “sindrome da incidenti di yoga” che io definirei sindrome da malpratica di yoga e che anche Rampini  stesso riconosce come tale nello svilupparsi del suo articolo.

L’argomento è in effetti interessante e diventa più che legittimo affrontarlo con serietà e competenza senza ritenerlo un tabù ma cercando di chiarire alcuni aspetti importanti di questa questione: può lo yoga far male?

Pratico yoga da oltre 30 anni e in tutto questo tempo non mi è mai capitato di avere problematiche fisiche correlate con la mia pratica; semmai posso dire con onestà che lo yoga mi ha consentito di mantenere un’attenzione e consapevolezza corporea anche su altri sport come la corsa, l’equitazione, il trekking e lo sci  che portano a frequenti incidenti e disturbi fisici da ipersollecitazione meccanica. Quando non sto bene so esattamente quali esercizi non fare e quali fare e questo è assolutamente vero.

Certamente un caso come il mio non rappresenta nessuna incidenza e tanto meno può far testo per il fatto che possiedo nozioni di anatomia, fisiologia, recupero motorio, conseguiti con i miei studi in medicina e riabilitazione e con il mio lavoro. E’ altrettanto vero però che  i numeri segnalati nell’articolo di Rampini non danno realmente la dimensione del problema in quanto non sono associati al numero di praticanti totali ne’ al numero di praticanti che non solo stanno bene ma che dalla pratica hanno tratto benefici.

Ovvero non emerge una percentuale di danno e tanto meno si confronta con altri sport o discipline e questo non consente di avere una visione completa ma solo parziale e oserei dire “direzionabile” e impressionabile. L’affermazione  che “molte persone non sono adatte alla pratica dello yoga e farebbero meglio a smettere” e la conclusione che “per praticare yoga bisogna essere in ottima salute” mi sembrano un pò eccessive e tendenziose.

Lo yoga è innanzitutto una via, non solo uno sport, ovvero una possibilità di sviluppare qualcosa di unico e di individuale utile su diversi piani dell’individuo. Una buona pratica consente di arrivare al silenzio e alla possibilità di creare un vuoto dentro di sè . I  pensieri meccanici hanno la possibilità di sgretolarsi  liberando la nostra mente ad un mondo decisamente più espanso dove il pensiero può svilupparsi, elevarsi  e viaggiare molto più liberamente, come attingendo a qualcosa di superiore.

Queste esperienze possono arricchire il praticante di yoga che in questa era soffre più che in ogni altra epoca per il senso di assenza di libertà. L’individuo moderno di oggi come non mai sente di essere prigioniero dei propri pensieri meccanici e di molteplici condizionamenti esterni.

Lo yoga visto sotto questo profilo interno e interiorizzato può essere considerato come un unguento, una medicina per molte malattie dell’anima compresa la depressione e l’ansia di cui tanto si parla in giro. E’ da considerare che molti sport possono a loro volta diventare una via. L’alpinismo di Messner, per fare un esempio, non è solo uno sport ma diventa, nel modo in cui lui lo pratica, una vera e propria via, un modo per evolvere, per andare oltre ai propri limiti e al proprio modo di pensare,   creando qualcosa di nuovo come lui ha prodotto.

Ma come lui stesso  dice: quello che va bene a me non va bene ad altri, anzi può essere nocivo e pericoloso

Nella mia esperienza non vi è nulla che sia una medicina uguale per tutti e per tutto.  Come  per la fitoterapia cinese se un rimedio fitoterapico è efficace per una patologia specifica, lo stesso rimedio può, se assunto erroneamente, diventare dannoso per altri individui. Il fatto di essere naturale non lo rende meno nocivo, è infantile e puerile ragionare in questo modo.

Come sempre si tratta di conoscere la materia in modo approfondito, non solo studiando ma anche praticando. Ogni postura ha degli effetti fisici e meccanici che, se eseguiti su soggetti con problematiche fisiche specifiche possono aver bisogno di correzioni e personalizzazioni individuali non sempre già codificate sui libri.

Inoltre lo yoga come molte discipline orientali e come molte religioni tendono a  restare condizionate dalla tradizione, “si faceva così e così dobbiamo fare“. L’insegnamento rischia di diventare qualcosa di morto, il cui valore  oggi non ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quella che poteva avere a quei tempi. Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e  cresceva dedicando allo yoga una vita intera.  Oggi non è più così; inoltre si traducono i testi antichi, cercando di applicarli e capirne il significato non senza il rischio di interpretare.

Ma ancora non è tutto. Per esperienza posso affermare che la pratica dello yoga non è tale se non si arriva a un certo tipo di intensità. E’ l’intensità della pratica a renderla efficace. Si tratta, come per molti farmaci e per  la fisioterapia, di un “delta di azione efficace” talora molto piccolo e a volte vicino al limite del potenzialmente nocivo. Il che rende necessario da parte di chi prescrive farmaci, pratica la fisioterapia ma anche di chi guida una pratica di yoga e di chi la esegue, una  notevole attenzione e capacità di ascolto per non rischiare di passare dalla pratica all’acqua di rose a quella dissennata e dannosa.

Ci addentriamo così in una dimensione che può diventare pericolosa, quando chi  insegna o chi  pratica yoga entra in una condizione di fanatismo e di incapacità di essere equilibrato. Ma cerchiamo di non farci fregare dal modo di pensare di questa nuova nostra società moderna che vorrebbe etichettare tutto come sicuro, come  la carne che si compra al supermercato: non è così semplice.

Di chi è la responsabilità se, durante una lezione, il praticante di yoga che lavora al supermercato sollevando pesi ha avvertito per tutta la settimana un dolore sciatico ingravescente, e durante la lezione ha insistito facendo tutte le posture  pur sentendo male fino a sentire chiaramente una fitta di dolore nella posizione della pinza (pascimottasana), procurandosi o peggiorando una discopatia lombare: dell’insegnante o dell’allievo?

Io da allieva dico: è mancata consapevolezza dell’allievo, come del runner che si procura una meniscopatia o tendinopatia delle ginocchia perchè non si è fermato in tempo. Non si è ascoltato, ha superato per ego o per distrazione il suo limite fisico e ne paga le conseguenze.

L’insegnante di yoga diventa responsabile delle conseguenze quando il suo allievo lo avverte del suo dolore e lui non lo ascolta oppure gli dice di proseguire senza aver paura del dolore e senza una reale consapevolezza dei veri limiti del praticante: questa diventa omissione di responsabilità. E’ vero che molti medici senza conoscere lo yoga potrebbero dire di sospendere questa pratica in quanto causa di dolore, senza badare troppo al sottile e magari distruggendo anni di lavoro positivi. Ma è altrettanto vero che l’insegnante di yoga potrebbe non essere in grado di capire che alcuni esercizi in quel determinato caso e situazione infiammatoria possono diventare pericolosi: una anterolistesi lombare per esempio può peggiorare con esercizi di estensione, e una rettilinizzazione lombare o cervicale con protrusioni discali può peggiorare con esercizi di flessione soprattutto se mantenuta a lungo e questi ultimi sono casi molto frequenti e quasi sempre prodotti dalla vita sedentaria o da altre condizioni lavorative.

Un buon insegnante o maestro di yoga deve si aver studiato lo yoga e il corpo umano ma anche e soprattutto aver praticato a lungo e insegnato altrettanto a lungo.  E  anche lui come l’allievo e come molti medici  non deve cadere nel delirio di onnipotenza conferitogli dal suo ruolo e cercare di mantenere un giudizio più oggettivo possibile.

Federico Rampini si stupisce del fatto che molti maestri soffrono di disturbi fisici; perchè no? dico io; il fatto di insegnare yoga non li rende per questo motivo invulnerabili. Tensioni emotive viscerali e momenti di inconsapevolezza motoria possono colpire anche loro. Aver conseguito una consapevolezza individuale  in uno specifico campo non significa averla mantenuta a 360 gradi e in modo continuativo.

Molti dolori sono espressioni di  tensioni interne e il riflesso di disturbi viscerali profondi e possono emergere durante la pratica. Discernere in quali casi ci si trova non è facile. Correre dall’ortopedico al primo piccolo e transitorio dolore di spalla  senza aspettare di vedere cosa succede, oppure perseverare con mesi o anni di lombosciatalgia senza rivolgersi a uno specialista del settore, meglio se medico e  con competenze specifiche, sono entrambi errori, il primo da eccesso di paura e il secondo da omissione di responsabilità.

L’equilibrio, il giusto agire e parlare, sono l’obbiettivo da raggiungere; qualcuno è ancora molto lontano, qualcuno è già vicino; errare è più che comprensibile per entrambi.

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Fisiatria essenziale nei disturbi osteoarticolari

7/2/11

Catherine Bellwald Fisiatria essenziale nei disturbi osteoarticolariLa mia passione per la riabilitazione nasceva circa 25 anni fa quando incontrava la Dott.ssa Morosini; il mondo Universitario mi aveva fatto perdere la voglia di diventare medico, i pazienti erano buoni solo quando potevano entrare in un protocollo terapeutico, non contavano le loro esigenze e necessità terapeutiche individuali. La fisiatria praticata e insegnata dalla professa Morosini mi ha permesso di ritrovare quella dimensione umana di cui sentivo l’esigenza per continuare i miei studi.

A lei devo il fatto di non aver buttato via 5 anni di Medicina e di aver proseguito innamorandomi dell’essere umano inteso come complesso fisico, psichico e sociale e alla possibilità di individuare nella fisiatria come nella medicina cinese il modo di trovare per ognuno un percorso terapeutico che consenta di riportare l’intero individuo verso l’equilibrio inteso come il suo massimo potenziale di salute.

Oggi il mio modo di vedere le problematiche muscoloscheletriche  disegna tre grandi quadri patologici osteoarticolari  che trovano una corrispondenza con  tre atteggiamenti psichici sostanziali molto frequenti.

La rigidità: si manifesta dal punto di vista articolare con  muscoli e strutture tendinee accorciate e contratte. In questo categoria si collocano tutti gli esiti di traumi e microtraumi ripetuti come se da un lato vi fosse una memoria corporea dell’avvenuto  trauma e dall’altro il corpo si difendesse attraverso una sorta di resistenza. Dal punto di vita strettamento psichico i soggetti rigidi,  sono persone che non cambiano volentieri e  si discostano poco o niente dal loro modo di essere e pensare.  Di solito non amano e talora temono il nuovo e anche le sorprese perché incapaci di adattarsi ad esse. All’estremo di questo atteggiamento troviamo persone che ripropongono sempre le stesse dinamiche e ruoli nei diversi rapporti sociali. Questa caratteristica segna alcuni individui in modo particolare e si manifesta in tutto il suo splendore durante la vecchiaia.

La passività: dal punto di vista fisico corrisponde alla difficoltà di resistere attivamente, diversi muscoli sono ipotonici e ipotrofici ovvero hanno una limitata forza. I soggetti passivi cedono inanzittutto alla gravità e si lasciano progressivamente andare, incapaci di restare diritti opponendo una resistenza attiva. In questa categoria inseriamo i cosiddetti vizi posturali, le spalle incurvate in avanti, il tratto cervicale e lombare che perdono la loro lordosi fino a una inversione della curva o il tratto dorsale che invece aumenta la sua cifosi fino alla presenza nei casi più gravi di tutti tre i problemi. In questi casi si parla anche di insufficienza vertebrale; il paziente non riesce più a mantenere una posizione eretta senza incurvarsi in avanti. Dal punto di vista psichico possiamo considerare queste persone come appesantite da un fardello immaginario che grava loro addosso e che nei casi estremi può limitare fortemente il loro senso di libertà in senso anche mentale oltre che operativo.

Infine abbiamo l’ instabilità, dal punto di vista fisico corrisponde alla mancanza  non tanto di forza muscolare ma alla presenza di strutture tendinee e legamentose troppo lasse. Questa categoria è la meno conosciuta e talora la più difficile da curare e individuare proprio perché  il paziente ha una buona mobilità e flessibilità e non evidenzia uno specifico vizio posturale. Manca la possibilità di essere stabili, ovvero vi è un continuo passare da uno stato a un altro;  muscolarmente possiamo trovare delle tensioni anche molto forti e quindi spesso dei dolori inspiegabili. Dal punto di vista psichico  ritroviamo la stessa incapacità di  conseguire un obbiettivo cambiando meta e direzione magari a un passo dal risultato desiderato o l’incapacità di reggere a uno stress importante per instabilità emotiva.

Queste tre patologie fisiche e psichiche si ritrovano in quasi tutte le problematiche umane. quello che è interessante sapere è che molte arti marziali e lo yoga, se ben analizzate, sono strutturate per limitare al meglio questi diffetti.

Il lavoro costante sulla scioltezza del movimento e sull’elasticità articolare è noto a tutti, come lo è il lavoro sulla forza muscolare e sulla forza di volontà di molte discipline fisiche e motorie. Ma il lavorare sulla stabilità è un concetto meno noto; il principio della circolarità del respiro e dei movimenti di molte discipline orientali così come l’utilizzo di una palla o la ciclicità degli allenamenti hanno in realtà gli stessi denominatori comuni.

La possibilità di superare la paura del nuovo e del cambiamento, la percezione della propria leggerezza e possibilità di attingere alla proria interiorità sollevandosi  verso una dimensione più spirituale e infine la ricerca di una stabilità e di un centro che ci consentano  di sperimentare lo spazio e il tempo senza perderci in essi ma ritrovando la nostra personale dimensione.

Non si tratta di una visione new age anche se attuale, un atteggiamento  superficiale di vedere le cose, e tanto meno di uno scopiazzamento di nozioni prese qua e là da altri autori o libri come spesso si trova in giro. Queste nozioni, anche se esposte in modo molto semplice, sono il sunto di 25 anni di esperienza, di studio e pratica della materia in questione.

Ecco perchè molto spesso, individuato un determinato difetto, consiglio la pratica dello yoga su guida di un istruttore esperto  e non 10 sedute di fisioterapia. In base all’obiettivo da raggiungere e al quadro di partenza del paziente, si possono  selezionare esercizi particolarmente adatti e evitare  o modificare quelli potenzialmente dannosi. Inoltre vengono inseriti e utilizzati alcuni esercizi prettamente fisioterapici, di solito mai più di tre da integrare con il lavoro globale, ottimizzando il conseguimento del risultato desiderato.

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Yoga: imparare a stare in piedi

20/1/10

Catherine Bellwald Yoga: imparare a stare in piediHo già parlato dell’importanza dell’attività motoria nello sviluppo della personalità e come questa possa, attraverso la focalizzazione  sull’oggetto corpo o centro motore,  direzionare  la mente verso il conseguimento di un qualunque altro obiettivo, disciplinandola e insegnandole a non fare capricci.

Si, perchè la nostra mente tende abitualmente a fare capricci. In realtà ognuno di noi  vorrebbe raggiungere i risultati con il minor sforzo possibile, come tutte le macchine,  tutti i bambini,  tutte le cose di questo mondo. E’ una legge che porta al risparmio energetico, la legge di minor resistenza, tanto comoda da un lato ma  terribilmente dannosa dall’altro.

Nella pratica dello yoga questo meccanismo è davvero molto facilmente riconoscibile; quando si tratta di restare a lungo nelle posture o asanas, tutti pensano sia facile perchè richiama il concetto di  passività ma non vi è niente di facile ne di veramente passivo nel voler essere passivi.  Il lasciare accadere e il cedere totamente è in questo caso un’azione totalmente volontaria.

Il corpo, arrivato e condotto al massimo del suo stiramento o forza, tenderà a  tornare a riposo il più presto possibile, inviando alla mente sensazioni varie di disagio. Sta al praticante esperto riconoscere il vero limite e il vero bisogno del corpo di ritornare a riposo,  imparando man mano  a guardare  quante volte si è presi in giro dalla nostra stessa mente; pigra, abitudinaria o semplicemente poco determinata e focalizzata, che magari mentre stai facendo una postura pensa a cosa preparare per cena. (continua…)

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Yoga: bello da praticare, bello da vedere!

31/10/09

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Fisico perfetto e yoga

4/6/09

Avere un fisico perfetto è quello che tutti cercano, certo lo yoga non basta ma è sicuramente un ottimo strumento. Quando un corpo si muove in modo elegante e consapevole trasmette qualcosa che potremmo definire armonico e quando esiste armonia anche un fisico meno perfetto appare più bello. 

Inoltre il rilassamento dell’intero corpo ma soprattutto del volto sono per esempio molto utili per ridurre le rughe in viso. Avete mai notato come la mancanza di sonno o la tensione emotiva sia capace di alterare in modo significativo i lineamenti e l’espressione di un viso? Una lezione di yoga è di certo altrettanto efficace di una seduta in cabina estetica, oltre che meno costosa!

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Yoga:imparare a respirare la vita

6/4/09

La respirazione è un atto fisiologico, meccanico come il battito cardiaco, che rappresenta una funzione di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. Esiste quindi in ogni corpo un meccanismo anatomico fisiologico in grado di garantire la funzione respiratoria indipendentemente dalla  volontà, sostenuto dal sistema nervoso detto vegetativo.

Ma esiste la possibilità di interagire volontariamente sul respiro, potenziando e modulando la lunghezza delle diverse fasi respiratorie che sono quattro: l’inspiro, la pausa a polmoni pieni, l’espiro, la pausa a polmoni vuoti.

In questo filmato del Maestro Iyengar, considerato oggi uno dei più autorevoli maestri di yoga vivente, potete vedere  quanto è modulabile la possibilità di allungare l’inspiro e l’espiro. Il respiro come dice Iyengar  è il re della mente, in effetti il respiro interagisce immediatamente di essa, generando uno stato di stop della frenetica attività mentale.

(continua…)

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Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi

11/3/09

Catherine Bellwald Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi Ho iniziato a fare Danza Classica  a 11 anni, molto tardi quindi rispetto al solito, ma l’amore per questa disciplina mi ha preso sempre più e crescendo era diventata una vera passione, tanto che all’università praticavo fino a 2-3 ore al giorno. Ma poi quel mondo alle soglie del professinismo mi era diventato stretto,  le ostilità si toccavano con mano, dovevo fare una scelta; Medicina o Danza, e così ho abbandonato la Danza, come si lascia un grande amore, da un giorno all’altro senza voltarmi in dietro!

Per anni non sono riuscita a guardare neanche uno spettacolo di danza, era troppo doloroso. Pensandoci ora mi viene da sorridere. La Danza è stato il mio primo strumento di lavoro su questo corpo, e devo riconoscere che mi ha dato molto,  ha contribuito a rendermi forte dentro e dolce fuori, precisa quando serve ma anche capace di cogliere la perfezione dell’istante, ma soprattutto costante e determinata nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

Si, posso dire che il formarsi del mio carattere è stato fortemente guidato da questa disciplina: è per questo che consiglio a tutti i ragazzi che arrivano in studio di cercare uno sport che possa dare loro la stessa passione, seguendo la loro indole e magari valutando fisicamente quale attività sia più idonea al miglior sviluppo armonico sia fisico che mentale;  equitazione, scherma, arti marziali, danza, ginnastica artistica, corsa, nuoto, attività di squadra…

(continua…)

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