Il concetto di pausa e di elasticità
Tutti noi oggi sappiamo con assoluta certezza e senza dubbio alcuno che una giornata di 24 ore non basta a compiere tutte le attività che desideriamo; lo stesso vale per una settimana, un mese, un anno e, ovviamente, per la vita intera.
Come si fa quindi, verrebbe da chiedersi, a soddisfare il più possibile quei vasti e tutti egualmente importanti aspetti della vita senza trascurarne nessuno? E poi… è possibile vivere la velocità e l’intensità della vita senza essere fagocitati dalla frenesia, dall’ansia di anticipazione, dalla tensione del non riuscire a fare tutto e ancora dalla paura di stancarsi troppo?
Mi faccio queste domande in quanto la mia vita ha preso ultimamente una certa accelerazione; le nuove attività, la cura della mia persona, dall’alimentazione attenta alle attività motorie e ludiche, alla cura dell’ambiente dove vivo e infine non per ultimo il coltivare i rapporti interpersonali soprattutto con le persone a me più care, non sono sempre facili da conciliare senza cadere nel ben noto stress che poi è solo capace di togliere energie e tempo senza regalare niente in cambio!
La mia riflessione parte dal concetto di prendersi una pausa, che non significa fermarsi, nossignore, significa principalmente essere presenti: facciamo un esempio; abbiamo solo 5-10 minuti per mangiare oppure stiamo camminando o viaggiando di corsa per raggiungere un appuntamento con i minuti contati. A chi non succede sistematicamente tutti i giorni? Possiamo vivere il tutto con un ansia ingravescente che poi ci accompagna per tutta la giornata e talora anche per la serata oppure… possiamo decidere di respirare…
Respirare? Ma che diamine respiriamo comunque sempre non è forse così? Si ma se guidando, camminando di corsa, mangiando in fretta e furia ci ricordiamo di noi e ci mettiamo a respirare in modo consapevole ovvero assaporando e prolungando ogni istante del respiro come fosse un nettare e un nutrimento, credetemi qualcosa di diverso succederà!
Quella brevissima pausa presente tra l’inspiro e l’espiro è capace di aprire una porta nel nostro spaziotempo e nella percezione che noi abbiamo di esso. Quella piccolissima pausa respiratoria, non è inspiro non è espiro non è respiro è il non respiro in termini di logica matematica si traduce nel meccanismo ancora non del tutto inquadrato ma conosciuto come logica ternaria in antitesi con la binaria, definibile con “si”, “no” e.. “boh!”
Non serve però essere delle menti scientifiche e degli scienziati per cogliere questa possibilità di espansione data solo dalla consapevolezza che noi stiamo respirando. Per quello che posso dire dalla mia esperienza personale succede che le dinamiche si invertono. Non sono più io a essere di corsa ma tutto intorno a me rallenta come in un film al rallenty e allora esiste il tempo nel tempo per correre senza correre.
Non serve la mente per arrivare questo stato ma solo il respiro e una buona educazione a questa antichissima arte di respirare che si apprende in moltissime discipline per prima nello yoga (ovviamente quando di vero yoga si tratta e non di semplici ripetizione di esercizi fisici).
Un’altra osservazione sta sulla scelta; se in una giornata tutto non si riesce a fare, è come con l’alimentazione: bisogna saper variare. Non è possibile bere e mangiare tutti i giorni tutto quello che sappiamo essere benefico per la salute, dobbiamo continuamente variare: un giorno quello, un giorno quell’altro. Così il poco tempo che abbiamo a disposizione un giorno dedicarlo al relax, un giorno ai nostri affetti e amori, un giorno al nostro piacere fisico, un giorno alla lettura e così via… cercando di distribuire le nostre scelte a seconda delle priorità del momento che a loro volta cambieranno stagione dopo stagione.
La rigidità e la fissità così come la la continua ripetitività senza variazioni sono il vero problema del tempo e ci logorano come farebbero con un giunto meccanico.
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Agopuntura per trattare e agire sul presente
Succede molto frequentemente che il paziente in corso di una seduta di agopuntura fatta per trattare uno specifico disturbo non faccia menzione alcuna dello stato fisico o mentale nel quale si trova quando non apparentemente collegato al suo disturbo primario.
Per esempio se un paziente che viene seguito per una cefalea avverte mal di schiena oppure uno stato influenzale o altri sintomi non collegati alla sua cefalea è molto frequente che segnalerà i diversi disagi da lui considerati non attinenti, solo alla fine della sua seduta di agopuntura.
Penso che non ci sia niente di più sbagliato; il paziente va trattato nel presente ovvero facendo riferimento ai disturbi che avverte e alla situazione che vive in quel preciso momento, fosse anche uno stato ansioso o depressivo legato a un litigio oppure a una cattiva notizia, uno strappo muscolare legato a un recente sforzo per spalare la neve come a un mal di gola da possibile stato influenzale.
Sono tutte informazioni utili per eseguire un trattamento che segua il presente e che sia personalizzato al paziente già noto per le sue problematiche ma anche alla situazione contingente. Se da un lato ogni seduta di agopuntura non può essere una nuova visita è vero anche il suo contrario ovvero ogni seduta non dovrebbe essere eseguita meccanicamente come una batteria di agopunti da applicare in serie in modo acefalico e ripetitivo.
Bastano poche informazioni che si possono raccogliere in meno di 5 minuti, modificando di conseguenza il singolo trattamento. Possono cambiare il numero di aghi per trattare uno specifico disturbo, aggiungersene altri mirati ad altre situazioni contingenti, possono cambiare i tempi del trattamento accorciandosi in caso di marcata stanchezza o debilitazione fisica oppure allungarsi in caso di dolore acutizzato.
L’agopuntura è un trattamento globale di armonizzazione complessiva: essa non agisce solo su una sede specifica del corpo ma su tutto il complesso psicofisico del paziente inserito nel suo tempo e viceversa. Essa è tanto più efficace quanto più si adatta alle esigenze concrete e reali di quello specifico paziente inserito in uno specifico contesto temporale. Non è un caso se il mio maestro, il Dott. Tan, considera come estremamente efficace il trattamento stagionale ovvero la scelta dei punti non solo collegati alla sede del dolore e alla specifica disfunzione organica ma anche alla stagione in corso.
Si può dire che l’agopuntura cura il presente e necessita per agire al suo meglio di una presenza da parte di chi la esegue e di chi la riceve. Come anticamente si diceva: “Pianta un palo e guarda l’ombra” questo è un principio di terapia indispensabile per orientarsi nel trattamento rendendolo dinamico ed incredibilmente più efficace.
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Il tempo per fare cosa?
Credo sia importante considerare come l’affermazione classica “mi dispiace non ho tempo” sia oggi una delle frasi più usate in senso lato. Questa frase la innalziamo a bandiera.
Sembra strano a dirsi, ma quasi sempre in questo modo ci difendiamo da ogni desiderio personale o di altrui persona. Protetti, anzi convinti di essere e di sentirci in una vera botte di ferro. Riecheggia in noi come una voce incisa su un nastro (sempre quello) che ci urla “che diamine adesso non posso!!”
Quello che è davvero inquietante è che ci siamo abituati a dire continuamente “non posso”; “non posso venire domani perché devo andare a prendere mio figlio a scuola”, “non posso stare con te perché devo andare a fare la mia lezione di ginnastica”. Sono solo due esempi ma se ci fate un po’ di attenzione, il “non posso perchè devo” è un intercalare continuamente ripetuto.
Quello che è importante vedere è che dietro a questa frase si nasconde un mondo di voluta inconsapevolezza, un sistema pratico per rendere le nostre scelte apparentemente obbligate e quindi non sotto la nostra responsabilità. Un sistema definito da Gurdjieff un ammortizzatore, un cuscinetto capace di farci vivere con meno conflitto e senza la necessità di scegliere tra una e l’altra cosa, l’una e l’altra persona.
La scelta esiste sempre se una cosa è davvero importante: facciamo un esempio; un’emergenza di salute oppure un atto notarile da firmare, il figlio da prendere a scuola stranamente si risolve mandando un parente, il vicino di casa, l’amica/amico. Quello che voglio dire è che normalmente anche se il figlio da prendere a scuola è reale, il modo in cui ci si esprime verbalmente indica una nostra assoluta non scelta. Diverso sarebbe dire: “Ho deciso di andare a prendere mio figlio a quell’ora, non riesco ad accontentarti” oppure “Ho promesso e ci tengo ad andare a prendere mio figlio” .
Capite la differenza? Nella prima espressione noi non siamo i responsabili del non potere fare una determinata cosa ma la subiamo, nel secondo caso abbiamo scelto e dato la priorità al figlio oppure a una promessa fatta. E’ solo un modo di dire, potrebbe arguire qualcuno, certo che è un modo di dire forse anche per essere gentili e cordiali verso il prossimo ma è diventato talmente abituale e inconsapevole che nasconde la vera natura delle nostre azioni.
Non posso fare tutto quello che voglio e non posso dire a tutti di si, quindi a qualcuno dirò di si e a qualcuno di no. Se giro a destra non posso girare anche a sinistra nello stesso momento, la scelta si impone senza offesa per nessuno le priorità esistono e le fissiamo noi o almeno dovremmo farlo noi!
Il rischio è che con questo giochino di falsa cortesia, ci dimentichiamo che siamo noi i protagonisti delle nostre scelte, alcune volte lo dimentichiamo talmente bene che se qualcuno ci dice, “beh non puoi… dì che non vuoi!” ci arrabbiamo pure e facciamo gli offesi o le vittime e sapete perché?
Perché è verooo! E non vogliamo che qualcuno se ne accorga, neanche noi stessi! Crediamo o vogliamo credere di comportarci nel modo in cui ci comportiamo per amore di quello o di quell’altra persona o per dovere. Lo pensiamo davvero ma non lo diciamo agli altri: “Sai… lo faccio per amore” e sapete perché?
Perché non è verooo!
Se le nostre priorità sono tutte legate a desideri altrui e ci sentiamo una sorta di vittima o di santo della situazione, facciamoci venire un dubbio! Ma grosso però! Non è che forse faccio il bravo per paura? Paura di non essere accettato, di non essere amato, di essere licenziato, di essere messo da parte… e la lista è ancora molto lunga: paura di non aver abbastanza denaro e ancora.
Secondo Osho ” la paura è soltanto l’assenza di amore”, se c’è amore allora non può esserci paura. Ed è vero; una volta un mio maestro per spiegare questo aspetto mi diceva “se il vostro amato o amata si trova alle vostre spalle con una pistola oppure un coltello in mano voi non avrete paura alcuna ma se dietro di voi si trova una persona che non amate non potete non avere paura.”
Ma cerchiamo di analizzare bene di cosa stiamo parlando. Prima di tutto il tempo è qualcosa che si possiede? E’ davvero nostro il tempo ed è quindi logico dire che non lo abbiamo oppure che lo abbiamo perso ?
Non è forse il contrario’ Ovvero noi apparteniamo al nostro tempo, è il tempo a farci invecchiare e cambiare, chi in una direzione chi un’altra. Il tempo ci trasporta come una nave, è un mezzo per raggiungere quello che desideriamo. Il tempo è come dice Geko nel film Wall Street: il bene più prezioso e noi molto spesso lo ignoriamo convinti che lui sia già nostro.
Il tempo ci passa attraverso e noi anno dopo anno siamo alla ricerca del nostro tempo che non abbiamo mai avuto e che mai avremo se non decidiamo di viverlo. Il tempo è senza tempo, quando vivi il momento presente non esiste il passato ne il futuro, solo il presente che riempie ogni cosa e la satura completamente.
Questa è la magia del tempo che ben conoscono i bambini; quando giocano non esiste più il dolore o la collera di pochi istanti prima e non esiste il pensare che presto si dovrà smettere per fare altro: esiste solo il momento da vivere al massimo.
Invecchiando invece ci succede che sentiamo la vita e il tempo a nostra disposizione accorciarsi e le cose da fare sembrano non starci tutte. Allora con forza cerchiamo di metterne dentro il più possibile. Me lo diceva recentemente un mio paziente di 76 anni, affermando che lui non riesce più a stare senza fare niente perchè gli sembra di sprecare tempo e allora mi spiegava anche: “quando devo aspettare mi porto un libro per non perdere tempo”.
Ma non è forse la fobia che colpisce chiunque quella di svegliarsi pensando a tutte le cose che si vorrebbero fare e la rincorsa per farcene stare comunque il maggior numero possibile? Ma in questo modo non sfugge forse di nuovo il momento presente? Si perché ogni istante vive la smania di quello successivo nel rimorso di non aver fatto abbastanza nell’istante passato.
Se davvero pensassimo che ci resta poco da vivere non ci fermeremmo a gustare il piatto che stiamo mangiando assaporandone a fondo il gusto? Non faremmo l’amore con la persona che amiamo con tutta la gratitudine immaginabile? Non eviteremmo di perdere tempo con le cose e le persone che non ci interessano affatto? Non cercheremmo di fare le cose e di stare con le persone che ci piacciono oppure di fare le cose che dobbiamo fare nel modo e con le persone che ci piacciono?
Questo è il nostro tempo e non sappiamo quanto ne avremo al di là del calendario maya che stabilisce la fine del mondo con il 21 dicembre; la verità è che nessuno sa esattamente quanto tempo ha a sua disposizione ma si comporta come se non gli importasse affatto.
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Avere paura di perdere la crescita dei figli
E’ molto in voga oggi affermare e convincersi di alcuni atteggiamenti ritenuti fondamentali, tra cui la tipica “non voglio perdere neanche un minuto della crescita dei miei figli”
Indietro non si torna! E’ vero, anzi, verissimo ma questo vale per tutti gli aspetti della vita, non solo per quelli legati allo sviluppo dei figli e alla famiglia!
Siamo sicuri di aver compreso bene cosa è una famiglia e soprattutto cosa significhi vivere il presente?
Una famiglia non è un concetto restrittivo collegato esclusivamente alla consanguineità o al legame matrimoniale, esattamente come l’amore. La famiglia non dovrebbe essere un ideale esclusivo ma il suo esatto contrario: vi sono amicizie e legami non di sangue la cui profondità è unica e il cui apporto è indispensabile per la crescita e sviluppo nostro e di chi ci circonda.
La fedeltà alla famiglia è qualcosa di molto più esteso, significa essere fedeli all’amore ed al proprio sentire interiore e non alle regole dettate dalla società, dal lavoro, dalla morale e tanto meno dal senso di colpa.
Il presente poi è qualcosa che ci sfugge grandemente ma è l’unico modo per godere dell’attimo e quindi di tutto e di tutti quelli che abbiamo intorno a noi. E per vivere e godere del presente è indispensabile non essere legati al passato e neanche proiettati nel futuro. E quando si vuole fare i genitori perfetti, questo discorso vale anche per i coniugi o per i single, allora si passa il tempo a programmare cosa fare ed a decidere cosa sia meglio fare dimenticandosi così del presente e del proprio sentire interiore, delle reali necessità del nostro e dell’altrui essere profondo, qualcosa che non segue le mode, la morale, il successo e neanche il bon ton.
Ritornando ai giovani, i ragazzi di oggi hanno molti più impegni di quanto non si possa immaginare: a mio parere un fatto molto preoccupante. Poco, anzi pochissimo tempo per giocare e zero tempo per fare niente!
Ma ci pensate? Vi ricordate per un istante della vostra infanzia e riuscite a capire quanto, soprattutto a quell’età di sviluppo della personalità, sia assolutamente indispensabile il così detto “niente da fare” inteso come momento per l’ascolto di sé?
Pensate che molti bambini e ragazzi, in pieno agosto tornano in città per iniziare attività sportive quando inseriti in gruppi o squadre. Si torna di corsa rinunciando a godere di quei momenti speciali che caratterizzano il finire delle vacanze e questo per i ragazzi. Per alcuni genitori si rischia di accorciare al minimo indispensabile le proprie ferie non riuscendo a riposare e rigenerasi in modo sufficiente. Il tutto in un clima ovviamente torrido di caldo cittadino. Si anticipano l’inizio degli impegni e il rientro al lavoro e alla vita quotidiana per programmare la stagione sportiva che seguirà.
Discorso che certamente ha un senso, soprattutto nel mondo del lavoro e nell’ottica di imparare a conseguire degli obiettivi, ma lo spazio che si dilata nella capacità di vivere il presente e il magico sentirsi senza tempo e ascoltarsi e guardarsi negli occhi e nel cuore è preservato da questo continuo correre alla ricerca della perfezione del fare e del programmare?
Siamo sicuri in questo modo di insegnare ai nostri figli una reale scala di valori? Anche i tempi dello stare da soli hanno un loro enorme valore intrinseco sia per i ragazzi che per i genitori. Questa corsa alla quale poi si viene costretti mette tutti sotto stress e allora è facile non capirsi e irritarsi e magari passare il tempo tra litigi e stupidi malcontenti. Inoltre se da un lato anticipiamo e corriamo in avanti come pazzi, dall’altra parte il tempo passa inesorabile, cambiano i gusti, le abitudini, le necessità e di nuovo restiamo feriti perchè siamo in attesa di un qualcosa che non esiste più da tempo.
Avere paura di perdere qualcosa della crescita dei propri figli rischia di essere il modo migliore per perdere il presente a 360°. Primo perchè aver paura di perdere qualcosa significa non averlo veramente (cosa che in effetti è!) e secondo perchè godere il presente non può convivere con nessun tipo di paura.
Forse il modo più sicuro per non perdere le cose importanti che ci circondano è imparare a guardare con il cuore.
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Agopuntura: il lungo viaggio delle patologie croniche
Ripeto continuamente ai miei pazienti che l’agopuntura non è una questione di fede, non serve crederci come molti pensano. Funziona al di là dell’azione mentale esercitata in suo favore, benchè comunque sempre favorevole come in ogni azione e terapia. All’inizio del trattamento l’agopuntura, se ben praticata, produce quasi sempre una modificazione del quadro sintomatico ovvero dei disturbi e il paziente grazie a questo piccolo o grande passo nella direzione giusta si sente rafforzato nella scelta di andare avanti.
Il paziente potrà sentirsi più sgonfio se vuole dimagrire, più carico nella sua decisione, che sia di mettersi a dieta, di fare attività motoria o di smettere di fumare, riposerà meglio oppure inizierà a sentire il dolore meno aggressivo e continuo rispetto a prima e questo di solito accade abbastanza velocemente dopo le prime tre sedute talora anche dopo la prima.
Diventa facile osservare questi i miglioramenti in quanto percepiti dal fisico è come se ci fossimo spostati in avanti partendo dal punto A= disturbo percepito al momento della visita, per andare a punto B=condizione ottimale per quell’individuo e per la sua patologia. All’inizio del viaggio quindi quando la nave salpa, il paziente si sente confortato in quanto gli basta girarsi indietro per vedere che è partito e che si è spostato da dove si trovava prima: è iniziato il suo viaggio.
Fin qui tutto facile, quando però la patologia è cronicizzata da diversi anni oppure radicata in profondità il paziente potrà sentire altri disturbi in transizione, espressione di strati più profondi dello stesso quadro patologico. Oppure potrà trovarsi in una condizione di modificazione solo parziale del disturbo. Queste condizioni vanno intese come stadi o gradini diversi del percorso di cura.
La situazione iniziale è ormai lontana dalla mente del paziente che farà quasi fatica a ricordarla con precisione in quanto si tende a rimuovere il dolore vissuto nel passato vecchio o vicino. In questa fase il paziente può scoraggiarsi e abbandonare il lavoro e il percorso di cura intrapreso. La sua condizione mentale è incapace di vedere il percorso già compiuto e soprattutto lui considera un fallimento il non essere ancora approdati alla terra promessa! La verità è che la lunghezza del viaggio non è affatto programmabile e soprattutto superato un certo punto non è più possibile vedere a che punto ci troviamo del viaggio.
Ipotizziamo di salpare dalla Francia per andare in America; una volta abbandonata la costa fino a perderla totalmente dalla vista, per tutto il resto del viaggio non ci è dato (in assenza di un GPS) di sapere la distanza esatta, fino all’avvistamento della costa americana. La distanza reale e il tempo necessari all’arrivo sono incalcolabili per il passeggero e anche per il comandante quando il viaggio è unico.
Trattando con l’agopuntura un paziente cronico o con una patologia della radice è la stessa identica situazione, diventa difficile dopo un certo tempo di cura avere un atteggiamento oggettivo sulla situazione complessiva. E’ importante che il paziente e il medico non si facciano influenzare dalla paura di non arrivare a destinazione.
E’ necessario imparare ad ascoltare e valutare con lucidità la situazione, sono le piccole modificazioni lo strumento fondamentale per cogliere lo spostamento della nave in mezzo all’oceano. La fiducia della relazione paziente -medico è fondamentale così come la capacità di andare oltre la visione classica del solo e unico aspetto economico. In questi casi per non mollare il lavoro a metà è richiesta determinazione e pazienza da parte sia del paziente che del medico agopuntore. Per questo motivo nei pazienti cronici a quadro anche stabilizzato il lavoro potrà essere diluito con trattamenti ogni tre o quattro settimane ma il viaggio deve andare avanti sapendo che la rotta è conosciuta dal corpo e gli aghi sono il motore che ci consente di avvicinarci sempre più al traguardo.
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Agopuntura e fitoterapia: un trattamento omeofisiologico
Sono molti i post che ho dedicato all’ agopuntura e alla fitoterapia cinese, cercando di spiegare il loro meccanismo d’azione. Molta confusione esiste ancora su tutta l’area delle medicine chiamate complementari o alternative. Il rischio è che si metta tutto in un unico calderone senza ben capire le differenze tra una cura e l’altra.
Un argomento davvero interressante da analizzare è relativo a quello che potremmo definire il loro intervento omeofisiologico. Le cure omeofisiologiche agiscono in modo diverso rispetto alla medicina occidentale e si discostano anche dalla medicina omeopatica.
La medicina occidentale, sia essa chirurgica che farmacologica, può essere definita antipatologica ovvero si pone in opposizione con la malattia o con i sintomi della malattia da trattare, antiinfiammatori, antiacidi, antipertensivi, antitussigeni, antistaminici.
La medicina omeopatica invece usa il principio opposto ovvero cura usando un principio di similitudine con la malattia stessa, per esempio se una particolare sostanza assunta in modo eccessivo genera un disturbo simile a una specifica malattia ecco che la sua assunzione in dosi infinitesimali potrà curare quella specifica malattia.
L’agopuntura e la fitoterapia invece non lavorano sulla malattia usando il simile e neanche il suo opposto, lavorano sulla fisiologia ovvero su come il corpo e la mente dovrebbero lavorare in condizioni ottimali. La fisiologia d’altro canto è un concetto di equilibrio mentre la patologia è un concetto di equilibrio perso.
La prima osservazione da fare è che l’agopuntura e la fitoterapia dovrebbero essere usate per prevenire le malattie, esse rappresentano infatti il principio della prevenzione in quanto capaci di conservare la fisiologia e quindi la salute.
Questo discorso che sta tanto a cuore a tutta la medicina occidentale non trova infatti nelle terapie farmacologiche una possibile risposta. Le case farmaceutiche di questo si sono accorte e scimmiottano il concetto di cura naturale.
Rubando idee e fitoterapici, e chiamandoli con altri nomi e spesso cercando la molecola o il principio attivo del fitoterapico in questione da usare come farmaco, lo definiscono naturale ma il risultato è che il principio, prodotto artificialmente o staccato dal suo naturale contesto, perde tutta la sua natura omeofisiologica.
Un’idea da sfatare è quella di considerare l’agopuntura e la fitoterapia come non adatti a curare un quadro conclamato e avanzato di patologia. In alcuni casi è utile, anzi consigliato, soprattutto nel caso dell’agopuntura, non sospendere la terapia farmacologica in corso a maggior ragione se assunta da molto tempo.
L’ ipnotico, l’ ansiolitico, l’ antidepressivo e gli antidolorifici possono essere sospesi gradualmente in seconda istanza quando il paziente inizia a sentire il beneficio del trattamento. I farmaci non sono assolutamente in antitesi con il lavoro omeofisiologico, le cure possono essere associate soprattutto se funzionanti e utilizzate da tempo.
Facciamo un esempio; un paziente abituato a prendere diversi antidolorifici tutti i giorni inizia a trattare il suo dolore con l’agopuntura. In modo concomitante, i farmaci andranno diminuiti in modo graduale e progressivo, fino ad arrivare a quota zero se la patologia non è troppo avanzata o cronicizzata.
Per la fitoterapia il discorso è più complesso perchè ci possono essere delle interazioni tra le diverse sostanze soprattutto se i dosaggi terapeutici sono molto elevati. In questo caso vanno conosciuti tutti i farmaci assunti per considerare le varie possibilità di interazione indesiderata.
In sintesi il lavoro omeofisiologico dell’agopuntura e della fitoterapia possono essere una valida alternativa di cura in molte patologie ancora in fase iniziale ma anche un importante supporto in patologie severe anche in associazione ad altri tipi di terapia.
Il trattamento in alcune patologie croniche diventa una sorta di bastone che riduce la necessità di assunzione dei farmaci e ne controlla i sintomi con dosaggi minimi, riducendone così gli effetti collaterali indesiderati.
Naturalmente il tempo per cui protrarre il trattamento è direttamente proporzionale alla gravità e alla profondità della patologi; un dolore anche molto acuto presente da una settimana in assenza di franche lesioni organiche che devono essere necessariamente escluse, sarà trattato velocemente.
Un dolore più sordo presente da oltre 6 anni associato a posture e alterazioni fisiche varie necessiterà un tempo minimo di trattamento paria ad almeno 6 mesi di cure. Un paziente affetto da artrite reumatoide potrà giovare a tempo indeterminato dell’agopuntura per limitare l’assunzione giornaliera di farmaci.
Lo stesso discorso vale per la fitoterapia; un trattamento per una bronchite o cistite acuta avrà dosaggi importanti e darà se ben prescritta risultati anche immediati. Un fitoterapico per curare l’ansia o le vampate darà subito dei risultati che però avranno bisogno di essere consolidati e migliorati con un trattamento prolungato nel tempo.
E’ quindi sbagliato pensare che i risultati sono assenti all’inizio. I risultati, soprattutto se la patologia è presente da molto tempo, saranno piccoli all’inizio e aumenteranno con il passare del tempo. Si tratta di un percorso di cura dove, come in ogni cosa, ci sono momenti buoni e momenti meno buoni. Un pò come quando si sale su una montagna; ci sono momenti dove è facile vedere dove stiamo andando e la vetta sembra vicina e momenti in cui non si vede più la cima e la strada sembra persa.
Sta al medico condurre e spiegare con pazienza che queste fasi esistono fisiologicamente, come i piatti di una bilancia che tende verso un equilibrio e che l’importante è comunque avvicinarci sempre di più e costantemente al nostro obiettivoiniziale: la salute fisiologica.
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L’obbligo del regalo a natale
Si questa è la cosa più fastidiosa; un regalo, per essere un vero regalo, deve in primo luogo non essere un obbligo ma un piacere per chi lo fa e per chi lo riceve e non solo per uno dei due!
Ci risiamo! E’ un rapporto tra due persone e funziona solo in entrambe le direzioni!
E’ come un rapporto amoroso: quando facciamo l’amore solo per accontentare il compagno e non ci importa nulla, state pure tranquilli che si vede e si sente! A meno che non si voglia donare piacere. In questo caso è diverso; il nostro piacere è nel dare piacere e in questo modo funziona; guarda un po’, è la stessa cosa con i regali!
La scusa del non avere soldi è solo un dettaglio; certo si vorrebbe regalare una cosa preziosa a chi si ama e, non avendo le tasche gonfie, si soffre del non poter fare un regalo importante e magari ricco, ma il vero valore del vostro regalo è il sentimento che provate e il modo in cui lo fate. Una lettera, una poesia, una storia, un disegno sono cose che non si fanno più solo perché richiedono tempo e la voglia di esprimere qualcosa di personale o di intimo.
Un regalo in effetti dovrebbe essere una cosa personale e quando non lo è diventa un fatto di business o di “si deve fare”. Il vero regalo è anche un lavoro di ricerca, si deve pensare a quello che piace all’altro, quindi uscire dal mondo del sè per entrare nel mondo dell’altro, quasi come un gioco di ruolo. A mio parere il regalo, se non può essere una cosa preziosa per motivi di portafoglio, deve diventare preziosa in altro senso; per esempio qualcosa che da soli non si arriva mai a comprare, vuoi perché manca il tempo, vuoi perché ci sono sempre altre priorità, vuoi perchè è un’idea insolita. Oppure può essere un oggetto che con la sua presenza fisica testimonia il nostro affetto; in questo caso è necessario conoscere molto bene i gusti dell’altro per non sbagliare.
Non è cosa facile azzeccare il regalo anche nel caso di una stupidata, ecco perché molti rinunciano in partenza o con un bel niente oppure con la solita busta che così non si sbaglia, ricorrendo alla sempre attuale idea:”non fiori ma opere di bene!”
Regalare un massaggio va molto di moda negli ultimi tempi, ritengo sia una bella idea, è regalare del tempo per se stessi, magari non adatto per tutti ma per molti è una coccola, un momento che da soli difficilmente ci si prende, perchè sempre di corsa e poi i soldi per fare anche questo non avanzano mai! Un biglietto a teatro o per un concerto, conoscendo i gusti, è un’altra bellissima idea per lo stesso motivo. Si dice sempre ci andrei volentieri e poi non si riesce a organizzarsi per i troppi impegni. Un po’ come quando si regala un viaggio ma é più economico e alla portata di tasche più piccole.
Quello che poi a molti capita è di essere in ritardo anche su questo come su tutte le cose del resto, ovvero si lascia all’ultimo minuto il dedicarsi alla ricerca del regalo… e qui diventa una corsa all’ultimo urlo…una fatica terribile perché ci si muove come sempre tutti insieme, ultimi giorni e ultime ore. Allora la ressa nei negozi è garantita, uno stress malsano, non si sceglie veramente ma si corre anche in questa attività come nel resto della vita, con il risultato che poi si compra la prima cosa che ci capita magari anche più cara del dovuto e del programmato.
Su questo i negozianti contano moltissimo, i gioiellieri in particolare mi raccontano che il massimo del fatturato lo raggiungono spesso il 23-24 ad opera di mariti super indaffarati e con sensi di colpa. Aprendo il portafoglio all’ultimo minuto non è detto però che si riesca sempre a cogliere nel segno anche su oggetti costosi. Certo, non facciamo i moralisti: un rolex, un cartier, non schifano nessuno!!!
Ma la verità è che sono davvero in pochi a potere contare solo sul denaro per soddisfare questo momento, e molti darrebbero una gamba per arrivare al dopo le feste spingendo un bottone, risparmiando così fatica, denaro e sicuri mal contenti.
Credo che anche se la crisi bussa a tutte le porte sia importante mantenere una certa attenzione a non essere troppo crudi e cinici esaltando invece il gesto e il significato del donare qualcosa agli altri. Donando soprattutto il nostro tempo che, come dice il protagonista del film Wall Street, è il valore più grande. Ma aggiungerei, se mi è permesso, che il nostro tempo acquista valore solo e soltanto se in quel tempo noi ci siamo veramente, concendendoci il lusso di ascoltare gli altri e noi stessi.
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Medicina cinese: l’importanza del ritmo

Il ritmo è fondamentale e rende il trascorrere della vita semplice e fluido come un corso d’acqua, esattamente come ben fanno la musica e la danza quando ben eseguite.
Saper sfruttare il ritmo nella vita consente di lavorare e raggiungere obiettivi con un minor consumo di energia, sfruttando alcune leggi fisiche come l’ energia potenziale e di nuovo la legge che potremmo definire universale, quella dello yin e dello yang.
Essere sempre in ritardo, avere sempre qualcosa che resta indietro, ci porta ad essere continuamente di corsa, concludendo poco e niente. Equivale a non essere nel ritmo giusto ma sempre inesorabilmente una frazione di secondo in ritardo.
Avete mai notato che per battere le mani a ritmo bisogna non anticipare ma essere già lì pronti con le mani? Per partire al semaforo verde o frenare in tempo è la stessa cosa; non ti devi far sorprendere ma essere già pronto. E per essere pronti bisogna metterci la testa, conoscere o intuire quello che sta per accadere e soprattutto non dormire.
No non si tratta di fare sforzi di chiaroveggenza ma trucchi del mestiere, niente altro che seguire le leggi della natura e della materia in cui siamo immersi.
Esiste una sostanziale differenza tra prepararsi alla corsa, correre partendo in tempo perfetto, avere una prestazione più o meno buona, per poi riposare e infine ricominciare e invece correre sempre e arrivare sistematicamente a corsa già finita da un pezzo, per poi non riposare perché si deve continuare, un po’ per autopunizione un po’ perché si percepisce di non aver partecipato alla corsa.
Il primo c’era, il secondo non c’era ovvero i suoi sforzi non portano alcun risultato anche se talora anche maggiori.
Ci sono progetti che necessitano di tempo; avete visto la moda con che anticipo si pone con il tempo? Ci sono vetrine allestite con capi invernali in agosto, giusto? E per Natale i commercianti si organizzano già a settembre, non è così?
Perché noi non facciamo lo stesso?
Il problema è che nessuno ci ha mai insegnato che per vincere una gara non è importante solo ll momento della gara stessa ma tutto l’allenamento che lo ha preceduto e lo stato emotivo con il quale il giorno della gara si arriva in spogliatoio, il momento che precede la partenza come focalizzazione mentale e la partenza esatta è fondamentale oltre che poi mantenere lo sforzo per tutta la durata della gara fino al traguardo ovviamente.
La gara inizia molto prima esattamente come con le stagioni il 23 settembre che corrisponde all’inizio dell’autunno è per così dire come il momento della partenza dalla gara, Li qio invece il 9 agosto è il primo giorno di autunno per i cinesi e possiamo considerarlo come la preparazione atletica in programmazione della gara.
Un progetto inizia quando nasce il suo seme, la sua idea, poi germoglia più o meno lentamente prende forma e solo alla fine diventa il progetto visibile e riconoscibile da tutti. I tempi possono essere brevi e in questo caso è più facile vedere le scadenze e capire a che punto ci troviamo del percorso, mentre per i progetti a lungo termine è facile perdersi strada facendo solo perché non si sa più dove ci si trova, non si riconosce il percorso e non si hanno punti di riferimento.
E li che si perde il ritmo, se non sappiamo più dove siamo sul nostro percorso, non sapremo neanche prevedere quando arriveremo, abbiamo perso il tempo. Possiamo anche trovare scuse sul perché ciò è capitato ma è la lucidità che non deve mancare. Se arriviamo per correre una gara a corsa già finita, dobbiamo fermarci e pensare cosa è andato storto; chiedere della prossima gara e ricominciare in modo corretto.
Ci sono persone che non si fermano mai e ammucchiano ritardi su ritardi, senso di disagio e frustazione crescente. E poi quando si fermano per le fatidiche vacanze estive, per esempio, ci mettono magari anche uno o due mesi prima di tornare in pista a correre.
Si aspetta ottobre per iscriversi in palestra per esempio o per farsi curare o per programmare altro. Non si sfrutta l’energia della vacanza per partire con il piede giusto, si tende a trascinare la vacanza che non è più vacanza, lamentandosi del fatto che non si è più in vacanza!
La ciclicità della vita e il ritmo ci permettono di poter riprogrammare il nostro obiettivo senza difficoltà aspettando un’occasione ideale per portare a termine il nostro progetto.
La maggior parte delle persone che affermano continuamente di non avere tempo, non sono persone che lavorano 24 ore su 24 non stop, semplicemente lo perdono il tempo, non lo sanno gestire. La loro incessante corsa, non consente loro di capire che stanno correndo a fianco alla vita senza mai cavalcarla, senza mai afferrare il ritmo giusto.
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Tracce di Profumo: Il tempo è adesso – by Valeria
Ci sono istanti della nostra vita di completa espansione durante i quali noi, immersi in una sorta di tempo senza tempo, assorbiamo ogni goccia del presente che ci circonda portandolo all’interno, dilatandolo. Momenti in cui non abbiamo occhi abbastanza per guardare, polmoni sufficienti ad inspirare.
Sembra la descrizione di uno stato alterato della mente tanto ci siamo disabituati a viverlo.
Eppure, cercando nel nostro passato, lontano passato, possiamo facilmente ricordare di averli sperimentati.
Ricordo un pomeriggio piovoso, a casa di una zia. Attraverso i vetri delle finestre della sua cucina guardavo il giardino fiorito ed il melo carico di frutta. Nella stanza si diffondeva il profumo che la terra restituisce quale ringraziamento alla pioggia che la nutre, la disseta, la irrora.
L’ambiente si era riempito della gioia sprigionata dal terreno, dai fiori bellissimi, dall’albero che levava i suoi rami, se possibile, ancora più in altro, e da ciascun filo d’erba che aveva intensificato la sua verde colorazione.
E noi ridevamo. Io bambina, lei anziana. Complici, agli antipodi della vita e proprio per questo entrambe capaci di ascoltare quella gioia. Lei perché non aveva più nulla da perdere, io perché avevo ancora tutto da scoprire.
Quel momento non aveva confini, non aveva ne impegni ne pesi, non aveva paure ne aspettative.
Era solamente l’attimo. E bastava a se stesso.
Poi la vita prende ad accelerare. Prima nella ricerca di sempre nuove esperienze, poi nella fuga da nuove possibili delusioni.
Ma accelera. E noi perdiamo ogni goccia di profumo. Qualcuno vive nel ricordo, molti hanno del tutto dimenticato.
Carichi di pesi e frustrazioni viaggiamo portando fardelli che hanno completamente sostituito la gioia del presente.
Come sistemi chiusi non comunichiamo più con l’esterno, non ascoltiamo più la forza misteriosa della vita.
Ma se potessimo riappropriarci qualche volta, anche per soli pochi minuti, di istanti di completa immersione nel presente, produrremmo un contatto talmente profondo e intimo con noi stessi da toccare corde da tempo assopite e vibranti del piacere di esistere.



