La spalla dopo la mastectomia
Da oltre 20 anni si parla di riabilitazione oncologica considerandola come una fase importante del trattamento oncologico. Esistono dei bei protocolli di lavoro e delle pagine estese sulle motivazioni e sull’importanza di questi gesti che vanno dalla fisioterapia, alla psicoterapia, al nursing del paziente. Il tutto volto al potenziare la qualità della vita e non solo la longevità.
Non tutti i pazienti operati possono avere bisogno della riabilitazione oncologica nello stesso modo, ovvero ci sono pazienti che da soli o con l’aiuto di famigliari riescono a produrre un’atmosfera riabilitativa idonea al recupero di tutto il loro potenziale residuo non solo inteso come funzione motoria ma anche psicosociale.
Come direbbe la Prof essa Morosini hanno un potenziale di salute alto, dato magari dalla loro personalità o dalla buona risposta organica al trattamento chirurgico o chemioterapico oltre che magari dalla presenza di persone stimolanti sia in ambiente lavorativo che famigliare.
Ricordo che sfruttare e utilizzare al massimo il potenziale residuo dopo un intervento chirurgico e un trattamento oncologico mirato non significa fare tutto quello che si faceva prima ma significa accettare e vivere al meglio la nuova condizione causata dalla malattia.
Capita spesso di vedere l‘articolazione delle spalla sottovalutata rispetto ad altre grandi articolazioni. La mentalità è spesso questa, anche se il recupero articolare è limitato non è importante.
La mobilità della spalla infatti non incide direttamente su funzioni motorie importanti come la deambulazione oppure la manualità. E’ infatti possibile con una limitata escursione articolare della spalla mantenere normali mansioni lavorative ed essere totalmente autonomi nei trasferimenti e nei normali atti della vita quotidiana.
La spalla però è ingannevole; la sua limitazione articolare non impedisce solamente di lavarsi accuratamente l’ascella colpita o di allacciare e slacciare un reggiseno, di nuotare a stile libero ma incide indirettamente su tutto lo schema corporeo, sul rachide e sulla simmetria destro sinistra. La rigidità del cingolo scapolo-omerale non è facile da eliminare ed è spesso responsabile di una scoliosi secondaria inizialmente solo funzionale ma che può fissarsi nel tempo.
Questo gli ortopedici ormai lo hanno capito molto bene e infatti avvisano i pazienti che il trattamento riabilitativo post operatorio delle spalle è un lavoro lungo e impegnativo per qualunque intervento si voglia eseguire sulla spalla e a maggior ragione sulle forme post traumatiche o eseguite a cielo aperto.
Nei pazienti anziani è comune che la spalla post traumatica venga lasciata a un recupero spontaneo ritenendo che il suo recupero articolare non abbia una grande importanza per le funzioni che il paziente deve svolgere e fin qui lo considero sensato.
Ma a tutt’oggi considero che l’articolarità della spalla venga decisamente trascurata dopo gli interventi di mastectomia. Rispetto a una volta sono più attenti e il più possibile conservativi. Si cerca sempre di limitare l’asportazione al minimo indispensabile e si lavora in modo estremamente curato sul recupero dell’estetica soprattutto se la paziente è giovane.
L’attenzione a questo proposito è così forte che si rischia di dimenticare che il braccio e la spalla sono altretanto importanti. Ecco che capita di vedere cicatrici stupende quasi invisibili, lavori delicatissimi di ricostruzione plastica ma spalle e talora anche gomiti decisamente bloccati da una ipomobilità forzata anche in condizione di minimo intervento ascellare.
Succede che il chirurgo stesso abbia timore che la mobilizzazione possa danneggiare il risultato chirurgico sul fronte estetico. Si tende quindi a lasciare che il recupero avvenga gradualmente e spontaneamente. Quello che può succedere è che la paziente si ritrova con una spalla la cui articolarità è decisamente limitata oltre che dolente. Soprattutto ne consegue un impegno riabilitativo molto superiore a quello che sarebbe potuto essere necessario se se fosse stata educata a muovere il braccio nelle fasi immediatamente post operatorie e in quelle successive.
La riabilitazione nella maggioranza dei casi viene lasciata interamente al paziente con indicazioni talora molto sommarie e nel migliore dei casi con un libretto o opuscolo che indica le manovre adatte al recupero articolare. Il lavoro con un fisioterapista preparato è invece di fondamentale importanza soprattutto nelle primissime fasi, quando l’ansia di sbagliare e di sentire dolore prendono il sopravvento. L’autotrattamento non è sbagliato di per sè ma le indicazioni specifiche devono essere fatte personalmente.
Il trattamento diretto serve a limitare l’ansia di sbagliare e di sentire dolore ed è indispensabile in tutte le pazienti poco addestrate al contatto con il proprio corpo e a quelle particolarmente ansiose. In questa fase il fisioterapista esperto può già individuare chi davvero necessita di un aiuto e chi invece sta andando spontaneamente bene da sola.
Le pazienti più compromesse verrebbero subito individuate e inserite per un lavoro ambulatoriale di fisioterapia come si fa sui pazienti ortopedici. Si eviterebbe così i tre mesi di attesa per una visita fisiatrica e i tempi di inserimento in trattamento, senza che vi sia un costo maggiore anzi direi il contrario.
Questo perchè sono tante le pazienti che vanno incontro a retrazioni tendinee anche severe fino a quadri di capsulite adesiva post mastectomia, in quanto il braccio operato tende a restare contratto in un atteggiamento di protezione del seno. In questi casi il lavoro riabilitativo diventa lunghissimo oltre che estremamente doloroso e quindi poco tollerato.
Senza contare che a distanza di anni queste donne che di solito tornano alla vita lavorativa si ritrovano con dei dolori a tutto il rachide e una postura totalmente scorretta spesso direttamente secondaria a movimenti assimetrici del corpo limitati appunto della spalla direttamente implicata.
A ben guardare un prezzo poco calcolabile ma sicuramente non indifferente dal punto di vista sanitario ma anche personale. Un problema che giunto a questo punto spesso non si risolve con dieci sedute di fisioterapia o di terapie fisiche anche se ripetute, che impedisce il ritorno a una vita serena e alla possibilità di sentirsi in forma non solo per lavorare ma anche per viaggiare o praticare attività sportiva o semplicemente stare bene con se stessi.
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Resistere al botox!
Avete mai fatto una foto dal fotografo? Non solo scelgono la posizione e l’inquadratura migliore, ma poi ritoccano la foto togliendo le piccole imperfezioni qua e là, una ruga in meno di lì, alla fine il risultato è esaltante…avete 20 anni di meno!
La tentazione di fare lo stesso andando al medico estetico esiste. Un filler su quella ruga lì, un pò di botox su quelle altre e il gioco è fatto!
Il rischio, a parte il possibile anche se raro effetto nocivo delle sostanze iniettate, è che poi una ruga tira l’altra, si finisce per modificare e sconvolgere la nostra espressione come hanno fatto molte donne dello spettacolo e non. Il risultato alla fine è tutt’altro che armonico.
Quello che si vede tristemente in giro è la perdita del naturale, i volti assumono un aspetto finto e irreale, come si sente dire in giro si rischia di indossare volontariamente il “burga di plastica“. Pensiamoci bene prima di fare iniziare con qualche ritocco, potremmo non saperci più fermare e indietro è difficile tornare. In un certo senso è una sorta di compulsione esattamente come nell’uso di droghe, si inizia pensando di fermarsi e poi ci si casca dentro.
L’attrice Giuliette Binoch afferma che il botox è una cosa per le donne insicure, come darle torto?
Siamo tutti d’accordo il nostro viso quando eravamo giovani era più bello e liscio. Ma tra un fiore non più fresco e un fiore finto, onestamente cosa preferite? Togliere i petali sgualciti e le foglie secche, cambiare l’acqua e magari ravvivare la composizione aggiungendo qualcosa di adatto mantenendola naturale è ben diverso che sostituirlo con un fiore di plastica, assolutamente perfetto non credete?.
Invecchiando poi la cosa peggiora, i visi troppo ritoccati assumo espressioni veramente senza senso e ridicole. Le mani il collo e gli occhi parlano della loro età anagrafica e fanno a cozze con la parte ritoccata.
E’ vero che il corpo dei giovani sprigiona armonia e bellezza da tutti i pori e che spesso questa armonia si perde gradualmente negli anni. Infatti il corpo memorizza tutti i traumi e tutte le sofferenze e molto spesso nel trascorrere degli anni il rischio è diventare più pesanti non solo dai kili di troppo ma dal peso della vita. Ma la leggerezza della giovinezza non si riacquista togliendo le rughe!
Accettare le rughe di espressione significa accettare il cambiamento e non restare attaccati al passato all’immagine che abbiamo di noi riferita al passato.
L’attaccamento di cui tanto si parla nella religione Buddhista è in fin dei conti la nostra maggior fonte di sofferenza.
Dovremmo piangere ad ogni calar del sole e ratristarci ad ogni fine estate! Qualcuno lo fa. Ma anche se la primavera è bellissima e spinge le persone all’estroversione, è pur vero che ogni stagione ha la sua bellezza intrinseca. Sono energie diverse, la primavera si sviluppa verso l’esterno e l’autunno si sviluppa verso l’interno.
La vita è in continuo mutamento, la legge dello yin e dello yang e dei cinque elementi confermano il continuo passaggio da una elemento all’altro. Non possiamo fare nulla per fermare il tempo. L’invecchiamento che purtroppo biologicamente inizia dopo i 30 anni, come la sera e come l’autunno sono inevitabili passaggi, che la medicina cinese considera sotto il segno dell’ elemento metallo.
La caratteristica dell’elemento metallo è quella di essere rigido ed è proprio la rigidità che dobbiamo combattere perché non diventi un eccesso potenzialmente dannoso e patologico. La rigidità è in assoluto il miglior alleato dell’invecchiamento e va combattuto sia dal punto di vista fisico che mentale.
Cosa significa combattere la rigidità? Significa non pensare sempre allo stesso modo e per fare questo dobbiamo confrontare il nostro pensiero con altri pensieri, la lettura e l’arte possono molto in questa direzione ma non basta ancora. Studiare e farlo con l’aiuto di maestri è la cosa più importante. Lo studio apre la mente e non deve cessare quando si è raggiunta una posizione sociale e lavorativa soddisfacente ma proseguire per tutta la vita.
Con il corpo dobbiamo fare lo stesso lavoro disciplinandolo con esercizi specifici, in questo campo l’ antica scienza dello yoga non ha pari in possibilità di conservare nel tempo l’elasticità osteoarticolare di tutto il corpo ma potete scegliere l’attività fisica più adatta alla vostra indole.
E’ infine davvero interessante sapere che nella medicina cinese il metallo yang è paragonato a uno strumento di lavoro, come un aratro o una sega, e il metallo yin a un gioiello. Possiamo intuire quanto sia importante durante questa delicata fase della vita, iniziare a coltivare le nostre qualità yin, ovvero nutrire il nostro interiore e non solo l’esteriore, cercando per quanto possibile di raffinarci, eliminando tutto quello che non ci serve e non ci appartiene, come in una sorta di pulizia e purificazione alchemica. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare noi stessi dei gioielli e la nostra presenza preziosa per gli altri.
Ricordando inoltre che un gioiello non arruginisce e mantiene la sua bellezza negli anni, una sega no!
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L’ evitamento del dolore e la rigidità
E’ frequente osservare che in seguito ad un trauma acuto senza lesioni tessutali, il dolore percepito dal soggetto in questione, per lo più causato dalla presenza di un ematoma spesso interno, è responsabile di una sorta di isolamento della parte traumatizzata.
E’ come se la nostra macchina corpo, una volta percepito un possibile danno strutturale, avesse abbassato le paratie per salvare l’intera nave.
Questo meccanismo di isolamento produce in prima istanza un totale o parziale evitamento di numerose manovre fisiche che possono coinvolgere la parte colpita dal trauma.
Dal punto di vista mentale esiste poi una fitta protezione volta a non percepire dolore fisico. In sostanza si crea un marcato rallentamento della circolazione sanguigna, e quindi energetica, in corrispondenza della parte danneggiata con rallentamento della guarigione.
Questo meccanismo ha una partenza prevalentemente mentale e nasce per lo più dalla paura di sentire dolore, questa è molto ridotta negli animali, limitata nei soggetti forti e sicuri e molto più marcata nei soggetti ansiosi, insicuri e timorosi.
Ecco che lo stesso trauma, lo stesso intervento chirurgico, avranno un impatto completamente diverso non solo perchè è diversa la struttura fisica traumatizzata, ma lo è anche la struttura mentale di protezione messa in campo.
Ecco perchè in riabilitazione non è importante solo il cosiddetto “potenziale fisico”, che chiaramente considera la differenza tra il tessuto osseo di un giovane e quello di un soggetto anziano, tra il recupero di un soggetto sano e il recupero di un paziente con patologie metaboliche e ovviamente tra il recupero di un soggetto allenato fisicamente rispetto ad un soggetto che non ha mai eseguito attività motoria.



