La polivalenza terapeutica
Me l’ha insegnata la Professoressa Morosini questa possibilità di mischiare le tecniche riabilitative a seconda delle specifiche necessità del paziente trasformando la riabilitazione in una tecnica nuova e soprattutto viva, ricca e in continua trasformazione evolutiva.
Ecco che i cosiddetti puristi Bobathiani, Perfettiani, Mulleriani, Mc Kenziani bravi e preparati certamente nella singola tecnica riabilitativa nulla avevano a che vedere con la nostra possibilità di creare al paziente un programma di esercizi che potesse al meglio stimolare le potenzialità residue come appunto un vestito su misura e non semplicemente una marca seppur famosa e valida.
Oggi a distanza di quasi 30 anni questa possibilità di unire le varie tecniche terapeutiche è nuovamente affiorata nel mio modo di lavorare. Non solo unendo le diverse possibilità di utilizzare e scegliere di volta in volta le svariate tecniche di agopuntura, cranio puntura, abdomino puntura, auricolo puntura, di equilibrio dinamico dei meridiani, di bilanciamento stagionale degli stessi e molte altre; a seconda del caso unisco di volta in volta tecniche che possono essere riabilitative e di movimento articolare da eseguire come lavoro personale a casa tra una seduta e l’altra ma anche durante il trattamento stesso, lasciando il segmento da mobilizzare libero dagli aghi e in comunicazione con gli altri canali a distanza.
E’ possibile nei casi che invece devono lavorare sull’ansia, praticare un rilassamento guidato durante la seduta di agopuntura, ponendo il paziente in ascolto del proprio respiro e dei diversi segmenti corporei da rilassare via via come nella tecnica dello yoga nidra.
E’ inoltre possibile praticare delle visualizazioni mirate ai diversi disturbi,che possono essere svariati: tensione e chiusura alla gola, tensione al basso ventre e allo stomaco e in tutti i dolori. Si guida il paziente alla consapevolezza del proprio potere mentale che non può essere solo negativo e potenzialmente distruttivo ma anche il suo esatto contrario. Imparare l’utilizzo della visualizzazione di una corrente di luce o di acqua fresca veicolata e aiutata dagli aghi a liberare e far scorrere scorie e blocchi presenti nei diversi distretti da trattare diventa uno strumento di cura talora molto più potente di quanto non si possa pensare.
Un lavoro anche questo praticabile dal paziente a casa e in qualunque momento della sua giornata. Una possibilità che se messa in atto con continuità non può che essere un grande aiuto e sostegno terapeutico capace di rendere il paziente indipendente ma soprattutto sempre più a suo agio e partecipe del suo percorso di guarigione.
Una possibilità tutta nuova di utilizzare l’arte millenaria dell’agopuntura senza impoverirla a una singola e sterile tecnica ma piuttosto arrichendola di sfumature e forza attingendo da altre medicine tibetane, indiane ed europee talune estremamente antiche altre provenienti dall’inizio del ’900.
Un sistema questo per creare qualcosa di nuovo attraverso la propria sensibilità e conoscenza senza cercare di ripetere come degli automi robotizzati quello che abbiamo appreso da libri e dai nostri maestri, ai quali saremo sempre eternamente e instancabilmente riconoscenti e grati per l’inesauribile ricchezza che ci hanno regalato.
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Il carico dopo la frattura: agopuntura, osteosintesi e recupero funzionale
Dopo l’articolo sull’utilizzo corretto dei bastoni nelle limitazioni al carico e quello dell’importanza totalmente sconosciuta dell’agopuntura in ambito riabilitativo soprattutto post traumatico o post chirurgico, mi faceva piacere affrontare il problema dell’impossibilità completa di caricare che si verifica dopo una frattura ossea oppure un intervento di osteosintesi.
Si tratta di interventi chirurgici ortopedici praticati per saldare i frammenti ossei in modo corretto facilitando una buona ricalcificazione e un recupero della funzionalità strutturale lesa.
Le osteosintesi oggi sono ancora prevalentemente metalliche un tempo faceva da padrone l’acciaio, oggi esistono apposite leghe sempre più leggere che sfruttano metalli inerti come il titanio e in un prossimo futuro è presumibile che saranno i polimeri a sostituire le leghe metalliche sfruttandone una maggior elasticità paragonabile maggiormente al tessuto osseo.
La maggior parte delle osteosintesi, fra cui citiamo le classiche anche se ancora attuali placche e viti, necessitano ancora di tempi discretamente lunghi prima di concedere il carico, talora anche superiori ai 40-50 giorni, questo perchè è necessario un buon callo osseo (nuovo osso in formazione) per garantire la presa del mezzo definito di sintesi con il tessuto osseo. In caso contrario il mezzo di sintesi può spostarsi e non garantire affatto il corretto posizionamento atteso dei frammenti ossei. Se il muro o il materiale da saldare è fragile nessuna riparazione, anche la più raffinata, avrà successo soprattutto con dei mezzi metallici. Questo lo sanno bene i falegnami e i muratori.
Purtroppo questo è un bel problema in quanto l’assenza di carico è essa stessa causa di un rallentamento della formazione del callo osseo oltre che fonte di alterazioni vascolari e sistemiche che vanno ben oltre al tessuto osseo.
La mancata stazione eretta mantenuta per tempi lungi soprattutto in soggetti non più giovani o con altre problematiche è spesso la fonte di numerosi squilibri che si ripercuotono sul recupero funzionale in senso globale.
Ecco perchè la frattura di femore negli anziani prima dell’avvento del chiodo endomidollare era considerata una grave situazione a forte rischio per la salute. Il chiodo endomidollare è stata la prima osteosintesi applicata alle fratture del collo del femore a consentire un carico velocissimo riducendo in modo straordinario la mortalità e le complicanze da ipomobilità post chirurgiche della frattura di femore nella popolazione anziana. Una evoluzione tecnologica ottenuta probabilmente dalla crescente innovazione e utilizzo delle protesi articolari di anca e ginocchio.
Ma torniamo al tessuto osseo che si differenzia da tutti gli altri perchè è in continuo e perpetuo rimaneggiamento: una parte di cellule ossee si occupa della costruzione (gli osteoblasti) e una parte si occupa della distruzione (gli osteoclasti) entrambe le fazioni cellulari, i costruttori e i distruttori, sono in azione e si bilanciano vicendevolmente.
Il carico ovvero il peso che gravita sull’impalcatura scheletrica, mediato dall’appoggio al suolo, sembrerebbe un fattore indispensabile per sostenere la formazione di nuovo tessuto osseo. L’ importanza della gravità sull’omeostasi del tessuto è stata valutata soltanto dopo il riscontro di severa osteoporosi negli astronauti che avevano passato lunghi periodi in assenza di gravità.
Ecco che il carico inteso come possibilità dell’intero corpo di gravare sul terreno è una sorta di toccasana per l’intero sistema scheletrico. Le osservazioni a questo punto sono vaste e non del tutto chiare, le ipotesi più acreditate sono che da un lato il sistema nervoso percependo il carico attivi in modo automatico una catena biochimica in grado di generare una sorta di spinta del sistema osseo, da un altro lato alcuni scienziati sostengono che sia il fenomeno della vibrazione ad attivare il sistema.
Non esistono ancora risposte chiare in merito, ma un a cosa è certa: l’assenza di carico non favorisce la formazione di callo osseo e questo è tanto più valido quanto più distale si trova la struttura dal centro del corpo oppure il soggetto è più anziano e affetto da alterazioni metaboliche sistemiche. Questo presumibilmente perchè è ulteriormente rallentato il sistema vascolare che nutre il tessuto posto in periferia come nel caso delle ossa di mani e piedi.
La magnetoterapia è una delle terapie fisiche più considerate per favorire maggiormente la calcificazione, il calore endogeno generato da questa terapia fisica è per alcuni ortopedici da evitare in senso assoluto in presenza di osteosintesi e per altri è da utilizzare anche per diverse ore consecutive con grandi benefici e senza alcun timore. Ancora non esistono dati certi ne pensieri univoci in merito.
Anche la vibrazione applicabile su specifiche emergenze ossee è una grande risorsa fisica per stimolare la calcificazione in questo caso senza alcun timore di produrre calore al mezzo di sintesi. Forse perchè di alcun interesse economico non esistono informazioni e lavori scientifici riguardanti questo argomento. Consigliare al paziente che non può caricare il suo segmento fratturato o operato di applicare vibrazioni a bassa potenza e medio-alta frequenza come quelle usate dai più comuni sexy toy in commercio è un operazione di totale innocuità applicabile anche in caso di apparecchio gessato perchè applicabile direttamente sul gesso, oppure sulle sporgenze ossee distali e prossimali rispetto all’ area da trattare confidando nella trasmissione della vibrazione attraverso i mezzi solidi.
Infine l’agopuntura funziona sul dolore in senso antalgico puro ed è altresì un ottimo sistema per migliorare la circolazione e limitare l’edema e l’infiammazione spesso causa di ulteriore rallentamento vascolare ed energetico nella parte colpita. Ecco perchè gli ortopedici usano dosi molto alte di antiinfiammatori e di ghiaccio nelle fasi post chirurgiche.
La fitoterapia cinese nei traumi e nelle fratture è un ulteriore grande strumento poco conosciuto ma di grande efficacia che permette una migliore circolazione energetica nella regione colpita, un più facile drenaggio dell’infiammazione e una energia selettiva per riscostruire i tessuti dannegiati. In particolare esistono ricette mirate sulla ricostruzione del tessuto osseo e sui traumi che risalgono a quelle usate dai monaci shaolin i cui combattimenti potevano essere talora anche molto violenti e la cui ripresa doveva essere accelerata per riprendere al più presto i loro allenamenti.
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Agopuntura per il trattamento e la prevenzione dell’encefalopatia
Per encefalopatia si intende la sofferenza del tessuto cerebrale nervoso. Questa può essere secondaria a un evento acuto vuoi infettivo (encefalite virale o batterica) oppure traumatico sia interno che esterno ( emorragia cerebrale acuta) oppure all’improvvisa ischemia del tessuto come nel’ictus ischemico.
La sofferenza cronica invece del tessuto nervoso cerebrale è un processo lento e graduale da cui conseguono un progressivo malfunzionamento e una graduale morte cellulare e distruzione del tessuto stesso. Da diversi anni si tende a dividere l’encefalopatia senile in due grandi branche; quella vascolare cronica e quella degenerativa.
L’encefalopatia vascolare cronica è dovuta a un insufficiente apporto di sangue al tessuto cerebrale da cui segue la formazione di aree microischemiche; questa patologia è spesso anche collegata con altre patologie come il diabete, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione e l’ipotensione arteriosa e molte altre e la sua incidenza aumenta con l’età e con la perdita della salute e le condizioni di salute globali del paziente.
L’encefalopatia degenerativa invece è una patologia assestante che può colpire un soggetto anche in pieno benessere; è chiamata malattia di Alzheimer, si tratta di una malattia estremamente studiata ma la cui eziologia (intesa come causa iniziale) ancora non è chiarita. Il tessuto cerebrale va incontro a un fenomeno che potremmo considerare di infiammazione cronica progressivo e ingravescente che si caratterizza dal deposito di una proteina (la betaamiloide) che agirebbe da collante cellulare causando la formazione di placche di tessuto la cui funzione viene gradualmente alterata e persa. L’incidenza dell’Alzheimer aumenta esponenzialmente con gli anni.
In entrambi i casi il risultato è comunque lo stesso: una perdita della capacità chiamata cognitiva che comprende la memoria, l’attenzione, talora il ritmo sonno veglia, i tratti della personalità e del comportamento, il tono dell’umore, fino ad arrivare a disturbi quali l’incontinenza urinaria e fecale e disturbi motori più o meno gravi più comuni questi nelle encefalopatie vascolari.
Chiunque di noi avendo visto da vicino qualche parente anziano con questi disturbi si augura di non dovere mai soffrire di questa patologia per non perdere l’autonomia e la lucidità mentale e non dover dipendere totalmente da altri e soprattutto non finire per pesare così gravemente sull’economia famigliare e sociale.
Quando dai giornali ho saputo della recente truffa e dei maltrattamenti sulla ormai 90enne Cecilia Morosini definita dai giornali “incapace di intendere” ho avuto un brivido. Me la ricordavo ancora sui 70 anni, così brillante con i suoi molteplici anelli alle mani, le sue calze a rete che spuntavano dai pantaloni a sigaretta da dove si intravedevano le unghie elegantemente dipinte. Una donna dal carattere forte e un pò mascolino ma anche femminile.
Pipa alla bocca e grande grande classe oltre che cultura ed intelligenza sopraffine. La considero ancora la mia prima e vera Maestra di vita, alla quale dopo la laurea avevo scritto una lettera e regalato un cristallo di rocca come gesto simbolico di quello che lei aveva rappresentato per me: una solida e intramontabile fonte di luce dalle molteplici sfaccettature.
Avevo solo 24 anni e lei all’epoca ne aveva 76 quando fui rapita dal suo modo di visitare e di lavorare assolutamente unico e di forte impatto psicologico. Non a caso non solo conosceva le diverse tecniche riabilitative quando ancora in Italia non si sapeva cosa fossero ma era esperta in psichiatria e in neuropsichiatria, oltre che nel linguaggio del corpo. Fu lei per prima in Italia a parlare dell’atmosfera riabilitativa e dell’influenza dell’ambiente sul paziente da riabilitare.
Trasgressiva e antimoralista mi ricordo di aver portato la mia tesi sperimentale ancora da leggere a casa sua alle 22, lei con la pipa accesa mi aveva accolto nel suo studio personale, adiacente a casa sua, l’aveva letta tutta di un fiato senza alzare il naso dai fogli, facendo tra un foglio e una pipata e alcuni versi per me incomprensibili, mentre io palpitavo di ansia nell’attesa di un suo cenno di consenso.
Alla fine di circa un’ora e mezzo di lettura, che mi sembrò un tempo interminabile, finita l’ultima pagina, aveva chiuso dicendomi: “Va bene, molto bene. Questa si che è una tesi, brava! Mi raccomando alla discussione non si faccia intimidire, parli bene davanti al microfono con la bocca vicina al gelato, come se dovesse fare un pompino! E poi è ovvio si metta una bella camiccetta scollata!”
Ero rossa come un peperone ma così divertita e contenta della sua approvazione, che quel viaggio di rientro a casa delle 24 me lo ricordo ancora come fosse ieri. Che donna! E che testa, pensai! Ma gli anni passano e anche le menti più forti possono cedere all’encefalopatia.
Tra le varie terapie di supporto utili per prevenire e rallentare un’encefalopatia cronica, l’agopuntura anche se ancora così poco conosciuta in Italia è una tecnica medica che potremmo considerare estremamente utile e senza alcun effetto collaterale.
Per l’esatezza esiste un punto chiamato Baihui o Du 20 o GV20 che si localizza sul vertice della testa. Lo si può facilmente localizzare tracciando una linea immaginaria che parte dalla punta delle orecchie, il punto si trova nel centro esatto della linea mediana del corpo. Questo punto è considerato uno dei tesori dell’agopuntura, il suo nome letteralmente significa cento congiunzioni o cento riunioni, inteso come punto utile per trattare cento patologie. Un punto quindi utile non solo per l’encefalopatia senile ma anche per trattare le possibili altre patologie associate.
La bellezza di questo punto è che si dice nutra il cervello, letteralmente “Porta su il puro e fa scendere l’impuro”, con questa frase si allude al fatto che è versatile e si può usare in caso di deficit di sangue e di energia come nel caso dell’encefalopatia vascolare e in caso di eccesso come si potrebbe considerare la malattia di Alzheimer. GV 20 trova un riscontro e applicazione pratica anche in molte le tecniche energetiche di respirazione e di yoga, di qi cong e di tai chi.
Baihui può essere stimolato anche manualmente e con la moxa, previo training. Un punto che da solo potrebbe entrare senza difficoltà nella pratica preventiva di questa triste malattia che purtroppo può colpire chiunque nel corso della sua vita.
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Libertà di cura: un miraggio
Si parla di libertà di cura ma nel nostro paese siamo a secoli di distanza da questo concetto. Solo un anno fa usciva sul giornale un articolo dal titolo “Agopuntura in ospedale allora ben vengano maghi e fatucchiere”, solo il titolo faceva ben capire il livello di comprensione e di conoscenza delle medicine complementari.
Un articolo a dire poco raccapricciante che come sempre metteva il dito esclusivamente sulla tanto amata medicina dell’evidenza che grazie a dio non è l’unica e soprattutto non è l’unico indiscutibile modo di valutare l’efficacia a 360° di una terapia.
Ma in Italia i problemi non ci sono solo con le medicine complementari che non sono conosciute e non vengono riconosciute come valide e sufficientemente scientifiche, esistono severe difficoltà di accettazione su tutta la medicina specialistica eseguita fuori dall’unico e supremo servizio sanitario nazionale.
Sono molti i pazienti che essendo dipendenti statali non possono neanche fare una visita medica specialistica senza dover chiedere le ferie. neanche andassero in una beauty farm a farsi il botox. Il permesso dal lavoro per eseguire cure e visite è riconosciuto solo se il paziente esegue cure erogate dal servizio sanitario nazionale.
Non fa niente se le liste d’attesa in strutture ospedaliere per una visita specialistica sono lunghissime e talora superano i tre mesi, non fa assolutamente niente se le necessità del paziente possono anche essere diverse dalle terapie fisiche convenzionali e soprattutto non fa niente se il paziente è seguito e ha fiducia in quello che ha scelto come suo medico o fisioterapista personale.
Si perchè una qualunque visita specialistica se fatta con il servizio sanitario nazionale non prevede che si possa scegliere il medico specialista ma la specialità. Mi ricordo molto bene le discussioni telefoniche e il disappunto dei miei pazienti ai quali davo a voce il trucco per ritrovarmi alla visita successiva ” chieda la visita il martedì pomeriggio e non la Dott Bellwald vedrà che nessuno avrà da commentare”.
Lo stesso facevano i fisioterapisti per la seconda settimana di lavoro compresa nel ciclo di 10 sedute. Il rapporto medico-paziente e fisioterapista-paziente è molto importante nella cura, possibile che non si possa considerarlo senza farlo cadere dall’alto in basso con frasi acide ” il servizio sanitario non prevede che lei possa scegliere il suo fisioterapista ne il suo medico”
E ancora è mai possibile che una qualunque visita specialistica vuoi fisiatrica per prescrivere dei plantari o un busto, vuoi neuropsichiatrica per dare una valutazione di un bambino utile alle insegnanti non sia approvata nel primo caso dall’ufficio protesi e nel secondo caso dalla scuola? Si pensa forse che, dato il carattere privato della visita, allora sia più facile che il medico specialista privato sia portato a certificare il falso per accondiscendere il paziente che ha pagato?
Ma ci rendiamo conto del livello? E’ vergognoso, i medici specialisti che esercitano privatamente non sono più a rischio di corruzione di quelli che esercitano per il servizio sanitario, questa è a parer mio discriminazione basata su un pensiero vecchio e stantio. Chiunque lavori con pazienti invalidi sa quanto bisogno esiste per alcuni lati e quanto eccesso e spreco ci sia sotto altri versanti.
Non è in questo modo che si scoprono i falsi invalidi, sospettando a priori dei medici non dipendenti dal servizio sanitario nazionale, ma richiedendo una valutazione precisa da parte del medico prescrittore o specialista e magari una relazione scritta sulle motivazioni di una richiesta piuttosto che di un’altra oltre alla modulistica dettagliata e completa e alla visita da parte della commissione invalidi. Per la mia esperienza personale oggi sono più i veri invalidi che non sono riconosciuti tali piuttosto che i falsi invalidi. Come sempre si cade da un eccesso a un altro.
Ho lavorato per 12 anni come specialista fisiatra in ambulatori convenzionati con il sistema sanitario e mi ricordo molto bene la lista serrata di pazienti che in 20 minuti secchi dovevano fare la visita, la prescrizione e ricevere consigli relativi alle loro necessità. Avevo il callo dello scrivano, si perchè gli incartamenti da soli sono un incubo se poi si vuole fare una relazione, visitare e dare una cura e dei consigli bisogna fare i salti mortali perchè il paziente ha magari aspettato 3 mesi per fare la visita e non è pensabile di dirgli ”di questo aspetto ci occupiamo la prossima volta”.
Perchè non si dovrebbe alleggerire questo carico e fardello consentendo a chi può permettersi una visita specialistica di farla privatamente e utilizzarla per tutti i modi consentiti dalla legge, non solo da parte dei dipendenti del sistema sanitario nazionale che ovviamente possono esercitare privatamente nella struttura pubblica senza avere questi problemi ma di tutti gli specialisti che lavorano privatamente sul territorio?
Non sarebbe un modo facile per snellire le liste di attesa e consentire ai pazienti di curarsi con il medico e la metodica che hanno scelto loro?
Possibile che in Italia ci sia questo monopolio della cura non senza enormi interessi in ballo e che non si possa fare un passo avanti verso una maggior libertà di cura e di pensiero?
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Correzione posturale del rachide dopo la chirurgia
In campo ortopedico e precisamente nella chirurgia ortopedica più comune come gli interventi su ginocchia, anche, spalle e gomiti la riabilitazione post chirurgica è considerata indispensabile per ottenere un buon risultato funzionale e anche antalgico.
Oggi operare un’anca oppure un ginocchio senza proporre una riabilitazione intensiva corrisponde a scarsa possibilità di ottenere un buon recupero post chirurgico. I chirurghi ortopedici questo lo sanno bene.
Ma in alcuni campi di pertinenza chirurgica questo iter e valore aggiunto della correzione posturale e del recupero motorio corretto non sembra essere considerato in modo altrettanto valido. In particolare questo avviene nelle chirurgia del rachide.
La minor attenzione al periodo post chirurgico in senso riabilitativo è presumibilmente dovuta al fatto che è necessaria una gradualità e una notevole attenzione e preparazione soprattutto nell’immediato ma anche perchè il rachide è certamente meno mobile rispetto alle articolazioni sopraelencate. La colonna vertebrale in effetti è un insieme di articolazioni che potremmo considerare a limitata mobilità se prese una per una, ma l’insieme di queste piccole escursioni articolari determina la salute dell’intero rachide. Per questo motivo lavorare sul massimo recupero del movimento e sulla postura corretta sono a mio parere attività assolutamente indispensabili dopo un intervento chirurgico sulla colonna che rappresenta sempre un trauma e una causa di rigidità secondaria.
Molti pazienti arrivano nel mio studio dopo avere eseguito un intervento chirurgico, e sono ancora tantissimi quelli che non hanno mai fatto trattamenti di correzione posturale ne prima ne dopo l’intervento e che non si spiegano come mai il dolore non sia scomparso completamente o sia ancora presente come prima e in alcuni casi addirittura peggiorato.
Questi pazienti amareggiati mi chiedono sempre se l’intervento è stato fatto in modo sbagliato oppure se non avrebbero dovuto farlo, e mi accorgo che vorrebbero sentirsi dire che le cose sono andate proprio così. Ma la verità è che l’intervento quasi sempre è stato fatto bene, oggi raramente la chirurgia è fatta in modo scorretto anzi migliora giorno dopo giorno in precisione ma ciò non toglie che il risultato atteso può non arrivare. Il che suggerisce che qualcosa di importante è stato trascurato. In primo luogo il fatto che il dolore sia considerato una conseguenza del solo un problema fisico specifico di quella vertebra o di quelle due o tre vertebre operate.
Il dolore, soprattutto quando protratto, è invece il risultato di più fattori coesistenti. Un difetto posturale oppure sforzi fisici che hanno determinato un ernia discale oppure un difetto congenito come una anterolistesi che sono tra le cause più comuni di intervento sul rachide, non sono mai quadri puri, ovvero oltre all’ernia discale oppure alla anteroslistesi si aggiungono quasi sempre altre discopatie di solito adiacenti più o meno gravi che possono a loro volta già essere responsabili di una buona parte del dolore e difetti posturali secondari ad esso.
Quando un segmento della colonna “si ammala” l’intero rachide vertebrale lo segue, perchè la colonna va presa come un elemento elastico e funzionale unico. Questo concetto di unità esiste per qualsiasi patologia, e coinvolge l’intero corpo umano. Anche un disturbo dell’intestino può riflettersi sul rachide e vice versa. La natura umana non è frammentata come il nostro piccolo pensiero; ogni situazione ne produce un’altra. Come nella legge dei cinque elementi si tratta sempre di relazioni di tipo circolare.
Per tornare sul semplice e sul pratico una colonna lombare stabilizzata chirurgicamente (operata con chiodi e viti per uno scivolamento della vertebra) determina sempre un sovraccarico delle vertebre che si trovano sopra alla stabilizzazione bloccando la flessibilità di un sistema elastico. La meccanica ci insegna che le forze di movimento e di gravità si scaricano in modo scorretto sul resto della struttura. Diventa quindi fondamentale considerare sempre un lavoro fisico di modifica e gestione della postura per poter ridurre al minimo questo inconveniente.
Lo stesso lavoro di correzione posturale del rachide dovrebbe essere sempre consigliato anche nei piu piccoli interventi di questo tipo, di discectomia (asportazione di un disco vertebrale), di emidiscectomia (asportazione chirurgica di mezzo disco vertebrale) o erniectomia (asportazione dell’ernia discale espulsa) e anche per un trattamento di ozono terapia su un frammento erniario. Questo perchè l’ernia è quasi sempre il risultato meccanico di un difetto della colonna e si associa a discopatie multiple di quel segmento non curate dall’intervento chirurgico. Il trattamento post chirurgico di educazione e di correzione posturale nel caso di un’ernia discale è indispensabile per evitare che le altre discopatie possano a loro volta causarne altre ed è inoltre indispensabile per limitare anche la rigidità del rachide secondaria alla paura di avere dolore.
Quindi quando il paziente post chirurgico lamenta dolore o non migliora oppure peggiora, il problema non è se l’intervento andava o non andava fatto, oppure se è stato fatto bene o male.
Il problema è che non è stata presa in considerazione la colonna nella sua globalità funzionale e meccanica.
Il paziente, purtroppo spesso aiutato da una falsa informazione, pensa che l’intervento possa di per sè essere totalmente risolutivo e che una volta finito l’intero problema sarà risolto e lui intereamente guarito. Ma anche se l’intervento è fatto in modo perfetto, la salute della colonna vertebrale, sia prima che dopo, dipende sempre da un insieme di fattori che vanno dalla consapevolezza di ciascun individuo, al corretto assetto posturale e educazione motoria. Questo fattore dovrebbe essere sempre considerato, responsabilizzando anche i pazienti che facilmente sono indotti a pensare che la chirurgia sia una via facile che li rende completamente esenti dalla necessità di un lavoro individuale di cura e attenzione nei confronti della propria schiena e del proprio corpo in senso lato.
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Il rotore nell’autotrattamento per le algie muscoloscheletriche
Il rotore è un importante strumento della tecnica della miofibrolisi integrata, si tratta di uno strumento formato da anelli rotanti ricoperti da piccolissime punte. In realtà il rotore è il primo strumento di apertura di qualunque lavoro di miofibrolisi in quanto lavora sulla superficie cutanea richiamando sangue in grandi quantità grazie alle punte.
Ma in realtà, come dicono i cinesi “lontano lontano vicino vicino”, ovvero lavorando apparentemente lontano dal problema spesso si lavora molto più vicino di quanto non si pensi. La cute come involucro protettivo esterno è in realtà in collegamento con le parti più interne e profonde del corpo. I meridiani della medicina cinese ne sono un esempio ma anche i metameri della medicina occidentale riflettono questo principio di collegamento embriologico interno-esterno, così come le irradiazioni dolorose viscerali a distanza.
Il rotore permette di lavorare in breve tempo, e senza dover compiere manovre particolarmente difficili, l’intero territorio di innervazione dell’area dolorosa colpita, oppure tutto il meridiano di agopuntura da trattare. Il trattamento antalgico diventa quindi non già una terapia locale come tutte le diverse terapie fisiche conosciute ma qualcosa di completamente diverso. Le terapie fisiche come l’ultrasuono e il laser producono, attraverso un calore endogeno, un aumento della circolazione sanguigna; lo stesso meccanismo che in questo caso otteniamo attraverso una azione meccanica che potremmo definire di microfrizione diretta.
Chiunque abbia una certa esperienza della mifibrolisi integrata sa che il lavoro completo si deve fare nei diversi livelli di profondità partendo dal più superficiale e andando via via verso gli strati più profondi del dolore. Ma è altrettanto vero che il lavoro superficiale iniziale è quello che da solo spesso porta via il grosso del dolore e che, se fatto su un dolore fresco o ancor meglio su un dolore già lavorato in profondità e con cura, diventa uno strumento terapeutico di mantenimento del benessere raggiunto soprattutto sui dolori cronici o sui dolori dovuti a microtraumi ripetuti, utile in particolare ai soggetti artrosici o con schiene particolamente compromesse da cifosi o discopatie degenerative ma anche nei soggetti sportivi a scopo preventivo.
Il rotore è un attivatore della circolazione sanguigna ed è utilissimo come terapia di supporto nel trattamento degli inestetismi della cellulite dove diventa un ottimo strumento per far assorbire maggiormente le sostanze dalla cute rendendo più efficaci le diverse creme e gel dedicate alla problematica estetica.
Il trattamento viene poi costruito sulle esigenze del paziente, utilizzando il criterio del trattamento locale ovvero sul dolore, il criterio della simmetria, ma anche il criterio della morfologia dei muscoli, lavorando così sulle inserzioni e sulle origini dei muscoli da trattare. E’ possibile applicare con il rotore il criterio della circolazione energetica e lavorare sul decorso dell’intero canale coinvolto o selezionato; infine è possibile lavorare su aree fisiche lontane ma aventi un somatotopismo per la regione da trattare presenti sulle mani sulle orecchie ma anche sulla pancia agendo in questo modo in maniera indiretta sul dolore da trattare.
Un sistema apparentemente fin troppo semplice ma non per questo poco efficace che, associato a due o tre esercizi specifici per ogni singolo disturbo, diventa uno strumento terapeutico molto valido. Ecco che il rotore per autotrattamento diventa uno strumento personale riprodotto in materiale plastico e non in acciaio con costi accessibili e senza rischi di graffiare la pelle e soprattutto leggerissimo. L’unico accorgimento deve essere quello della manutenzione che non deve prevedere sostanze in grado di alterare la plastica ma un semplice spazzolino da passare tra le punte.
Uno strumento antichissimo una volta costruito in pietra diventa oggi un supporto ultra maneggevole e di facile autoapplicazione per curarsi e volersi bene.
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Riabilitare
Cosa serve per riabilitare una funzione persa? Conoscenza specifica del disturbo in questione, esperienza in campo e tanta, tanta passione. I più grandi riabilitatori non erano grandi scienziati e molto spesso non erano neanche medici ma erano persone interessate a risolvere in modo pratico uno specifico problema funzionale e, per diamine, ci riuscivano con successo!
Nel film “Il discorso del Re” si narra la storia di Re Giorgio VI d’Inghilterra che soffriva di balbuzie, ma il cui regno è stato di grande rilievo durante la seconda guerra mondiale. Curioso come in quel frangente al vertice del comando militare britannico anche Winston Churchill soffrisse di balbuzie e al vertice del potere Americano il presidente Roosvelt fosse da parte sua colpito da una importante disabilità motoria agli arti inferiori da molti ritenuta una poliomielite e da altri una paralisi di Guillan Barrè.
Tre uomini che hanno fatto la storia e che hanno avuto ruoli decisionali oltre che di impegno pubblico importantissimi, tutti con una disabilità importante che in nessun modo li ha limitati nello svolgimento del loro lavoro anzi li ha forse resi più forti e determinati nello svolgimento del loro importante lavoro sociale.
Riabilitare in effetti significa recuperare per quanto possibile la funzione persa o deficitaria ma, più di ogni altra cosa, significa vivere e mantenere un ruolo adeguato alle nostre possibilità e potenzialità indipendentemente dalle nostre difficoltà o disabilità. Questa possibilità è data dal lavoro fisico e specifico sulla disabilità vera e propria ma soprattutto sulla accettazione e valorizzazione di se stessi più di ogni altra cosa.
Nel rispetto e considerazione delle forze e debolezze di ognuno, un gioiello non potrà essere usato come un’arma o un ascia. La consapevolezza dei propri veri limiti può essere sfruttata e diventare un punto di forza. Nello stesso modo l’abbattimento dei limiti anche solo nella nostra mente può permettere il superamento degli stessi.
Un lavoro quindi non solo fisico ma anche psicologico e mentale sulla possibilità di indirizzare la propria energia nella direzione giusta. Un lavoro che oggi si può ottenere non solo con un fisioterapista ma anche con figure talora non sempre considerate in campo medico come i counselor e i coach che spesso hanno invece una preparazione molto vasta e di grande aiuto.
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La festa dei morti.
Festeggiare i morti non credo significhi solamente ricordare e porgere gli omaggi ai nostri cari defunti. Credo che festeggiare i morti possa essere un occasione per avvicinarsi a questo mistero: la morte. In tutte le culture antiche e moderne la morte è e resta il più grande mistero irrisolto e da tutti temuto.
Per alcuni la fine di tutto, per altri di un’esistenza terrena, di un percorso, di un ciclo, comunque la fine di qualcosa alla quale teniamo tutti molto: la nostra vita fisica, la nostra pellaccia!
Un momento per pensare che non esiste conto in banca, rango sociale, amicizia altolocata che ci raccomandi, ne interventi chirurgici o farmaci in grado di sottrarci alla morte quando essa ci chiama. Accompagnare dolcemente alla morte i pazienti terminali è diventata una branca della moderna medicina. Nei migliori hospices l’intero nucleo famigliare viene preso in considerazione e sostenuto nel percorso di distacco.
Le attenzione al confort fisico e psichico del paziente sono innumerevoli, dalla musica alla possibilità di prendere del sole sulla terrazza. E ovviamente avere vicino i propri cari anche tutta la notte, non come profughi ma comodamente sistemati su appositi divanoletti, con piccole cucine per prepararsi un tè o una tisana al bisogno. La possibilità di avere cure mediche continuative 24 ore su 24 e la sensazione di essere a casa.
Per i parenti più stretti è una vera medicina dell’anima oltre che delle loro schiene. La patologia definita terminale ovvero senza più speranza di recupero è difficile da accettare sia per il paziente che per i famigliari e spesso rende ancora più complessi i rapporti interpersonali. Inoltre la cura di una persona in questa fase, quando interamente a carico di un singolo famigliare o di una famiglia non è da tutti realizzabile. Non tutti hanno la forza, la capacità e la possibilità di sostenerla in quanto è un lavoro pesantissimo e talora anche devastante per i parenti che se ne occupano.
La presenza di personale medico qualificato e degli infermieri diventa un modo efficace di sistemare al meglio alcuni problemi logistici, permettendo a tutti di essere se stessi e facilitando la creazione di un’atmosfera di comunione. Nel libro “Un modo di morire ” edito alla fine degli anni ’80, venivano descritte molto bene le qualità terapeutiche del nascente concetto di hospices.
Posso inoltre affermare che tutte le volte che sono entrata in un hospice sia per lavoro che per visita, sono rimasta affascinata. Ritengo siano strutture sanitarie di eccellenza dove il rispetto altrui ha la precedenza sulla prepotenza e l’ascolto è sovrano. L’accettazione della morte da parte di tutti; medici, infermieri, famigliari e pazienti si percepisce molto bene e diventa essa stessa la cura.
E’ interesante analizzare come sempre più il cinema e la televisione siano farciti di film sui morti viventi altrimenti chiamati zombi e di quanto crescente interesse sia rivolto ai tavoli autoptici nell’ultimo decennio. La morte e la paura della morte vengono comunemente esorcizzati e il fenomeno di Halloween ne è un altro esempio.
Ritengo che conoscere e accettare gli hospices sia un modo certamente diverso ma utile per provare a fare pace con quest’ospite indesiderato che è la morte.
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La spalla dopo la mastectomia
Da oltre 20 anni si parla di riabilitazione oncologica considerandola come una fase importante del trattamento oncologico. Esistono dei bei protocolli di lavoro e delle pagine estese sulle motivazioni e sull’importanza di questi gesti che vanno dalla fisioterapia, alla psicoterapia, al nursing del paziente. Il tutto volto al potenziare la qualità della vita e non solo la longevità.
Non tutti i pazienti operati possono avere bisogno della riabilitazione oncologica nello stesso modo, ovvero ci sono pazienti che da soli o con l’aiuto di famigliari riescono a produrre un’atmosfera riabilitativa idonea al recupero di tutto il loro potenziale residuo non solo inteso come funzione motoria ma anche psicosociale.
Come direbbe la Prof essa Morosini hanno un potenziale di salute alto, dato magari dalla loro personalità o dalla buona risposta organica al trattamento chirurgico o chemioterapico oltre che magari dalla presenza di persone stimolanti sia in ambiente lavorativo che famigliare.
Ricordo che sfruttare e utilizzare al massimo il potenziale residuo dopo un intervento chirurgico e un trattamento oncologico mirato non significa fare tutto quello che si faceva prima ma significa accettare e vivere al meglio la nuova condizione causata dalla malattia.
Capita spesso di vedere l‘articolazione delle spalla sottovalutata rispetto ad altre grandi articolazioni. La mentalità è spesso questa, anche se il recupero articolare è limitato non è importante.
La mobilità della spalla infatti non incide direttamente su funzioni motorie importanti come la deambulazione oppure la manualità. E’ infatti possibile con una limitata escursione articolare della spalla mantenere normali mansioni lavorative ed essere totalmente autonomi nei trasferimenti e nei normali atti della vita quotidiana.
La spalla però è ingannevole; la sua limitazione articolare non impedisce solamente di lavarsi accuratamente l’ascella colpita o di allacciare e slacciare un reggiseno, di nuotare a stile libero ma incide indirettamente su tutto lo schema corporeo, sul rachide e sulla simmetria destro sinistra. La rigidità del cingolo scapolo-omerale non è facile da eliminare ed è spesso responsabile di una scoliosi secondaria inizialmente solo funzionale ma che può fissarsi nel tempo.
Questo gli ortopedici ormai lo hanno capito molto bene e infatti avvisano i pazienti che il trattamento riabilitativo post operatorio delle spalle è un lavoro lungo e impegnativo per qualunque intervento si voglia eseguire sulla spalla e a maggior ragione sulle forme post traumatiche o eseguite a cielo aperto.
Nei pazienti anziani è comune che la spalla post traumatica venga lasciata a un recupero spontaneo ritenendo che il suo recupero articolare non abbia una grande importanza per le funzioni che il paziente deve svolgere e fin qui lo considero sensato.
Ma a tutt’oggi considero che l’articolarità della spalla venga decisamente trascurata dopo gli interventi di mastectomia. Rispetto a una volta sono più attenti e il più possibile conservativi. Si cerca sempre di limitare l’asportazione al minimo indispensabile e si lavora in modo estremamente curato sul recupero dell’estetica soprattutto se la paziente è giovane.
L’attenzione a questo proposito è così forte che si rischia di dimenticare che il braccio e la spalla sono altretanto importanti. Ecco che capita di vedere cicatrici stupende quasi invisibili, lavori delicatissimi di ricostruzione plastica ma spalle e talora anche gomiti decisamente bloccati da una ipomobilità forzata anche in condizione di minimo intervento ascellare.
Succede che il chirurgo stesso abbia timore che la mobilizzazione possa danneggiare il risultato chirurgico sul fronte estetico. Si tende quindi a lasciare che il recupero avvenga gradualmente e spontaneamente. Quello che può succedere è che la paziente si ritrova con una spalla la cui articolarità è decisamente limitata oltre che dolente. Soprattutto ne consegue un impegno riabilitativo molto superiore a quello che sarebbe potuto essere necessario se se fosse stata educata a muovere il braccio nelle fasi immediatamente post operatorie e in quelle successive.
La riabilitazione nella maggioranza dei casi viene lasciata interamente al paziente con indicazioni talora molto sommarie e nel migliore dei casi con un libretto o opuscolo che indica le manovre adatte al recupero articolare. Il lavoro con un fisioterapista preparato è invece di fondamentale importanza soprattutto nelle primissime fasi, quando l’ansia di sbagliare e di sentire dolore prendono il sopravvento. L’autotrattamento non è sbagliato di per sè ma le indicazioni specifiche devono essere fatte personalmente.
Il trattamento diretto serve a limitare l’ansia di sbagliare e di sentire dolore ed è indispensabile in tutte le pazienti poco addestrate al contatto con il proprio corpo e a quelle particolarmente ansiose. In questa fase il fisioterapista esperto può già individuare chi davvero necessita di un aiuto e chi invece sta andando spontaneamente bene da sola.
Le pazienti più compromesse verrebbero subito individuate e inserite per un lavoro ambulatoriale di fisioterapia come si fa sui pazienti ortopedici. Si eviterebbe così i tre mesi di attesa per una visita fisiatrica e i tempi di inserimento in trattamento, senza che vi sia un costo maggiore anzi direi il contrario.
Questo perchè sono tante le pazienti che vanno incontro a retrazioni tendinee anche severe fino a quadri di capsulite adesiva post mastectomia, in quanto il braccio operato tende a restare contratto in un atteggiamento di protezione del seno. In questi casi il lavoro riabilitativo diventa lunghissimo oltre che estremamente doloroso e quindi poco tollerato.
Senza contare che a distanza di anni queste donne che di solito tornano alla vita lavorativa si ritrovano con dei dolori a tutto il rachide e una postura totalmente scorretta spesso direttamente secondaria a movimenti assimetrici del corpo limitati appunto della spalla direttamente implicata.
A ben guardare un prezzo poco calcolabile ma sicuramente non indifferente dal punto di vista sanitario ma anche personale. Un problema che giunto a questo punto spesso non si risolve con dieci sedute di fisioterapia o di terapie fisiche anche se ripetute, che impedisce il ritorno a una vita serena e alla possibilità di sentirsi in forma non solo per lavorare ma anche per viaggiare o praticare attività sportiva o semplicemente stare bene con se stessi.
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Prevenzione neve e ghiaccio: siamo pratici
Sia la neve che il ghiaccio riducono la nostra aderenza al suolo e il rischio di scivolare aumenta in modo esagerato. Di solito nei giorni di neve e di ghiaccio il pronto soccorso si affolla di persone che hanno subito un trauma più o meno grave. Le raccomandazioni sono sempre le stesse, andate in treno se potete, obbligo di catene in macchina e per gli anziani, il consiglio di non uscire di casa.
Ma l’inverno è lungo e queste raccomandazioni possono portare un assenteismo diffuso che sommato a quello dovuto alle patologie da freddo rischia di danneggiare ulteriormente l’economia del nostro paese. Il pericolo è che ai primi fiocchi di neve si generi un eccessiva apprensione. Una cosa è la grande nevicata che da noi capita veramente in modo occasionale e allora tutto si ferma quasi per incanto, il grande freddo ha avuto il sopravvento su tutti i nostri doveri un po’ come quando si ha la febbre alta, un’altra cosa sono le piccole nevicate miste ad acqua.
Il discorso in questo modo è riduttivo e troppo semplicistico, non si tratta di un lavoro di prevenzione serio e pure poco utile.
Per le machine potrebbe essere una ottima un idea, istituire dei corsi di guida su terreno bagnato, innevato e ghiacciato, curve, frenate, salite e discese sotto la supervisione di esperti. Non basta dire andate piano è troppo facile è come dire ai ragazzi usate il preservativo e sciacquarsene le mani alla Ponzio Pilato! Ogni anno un ripassino a bassissimo costo con lezioni teoriche e pratiche fatte da persone competenti si intende. Il SUV e i pneumatici da neve non garantiscono una guida sicura, se chi guida non ha nessuna esperienza.
Per le cadute a piedi è lo stesso, dire non uscite di casa è facile ma nella pratica non è così semplice. La prima causa di caduta è la fretta, la seconda è avere scarpe non adatte e la terza una scarsa capacità di recuperare il proprio equilibrio, per avere il quale è necessario avere un corpo sciolto, tonico e scattante. Anche in questo caso si deve lavorare individualmente su muscoli e articolazioni evitando una vita sedentaria. Eseguire, soprattutto a una certa età o in caso di lesioni articolari alle caviglie o alle articolazioni degli arti inferiori, un training per l’equilibrio, camminare su terreno molle e accidentato, a occhi chiusi, tavolette mobili e strumenti tecnologici possono essere utili strumenti per migliorare l’equilibrio.
Per le scarpe possiamo dire che oggi si vendono dei gran stivali antifreddo larghi e morbidi, dove il piede è poco sostenuto e senza suola a carrarmato, sono delle calzature estremamente comode e antigelo ma non adatte a camminare su terreno scivoloso. Le scarpe per l’alta montagna infatti prevedono sempre una suola molto scolpita e l’intera calzatura sostiene la caviglia in modo da creare un tutt’uno in grado di ottimizzare la risposta del corpo al recupero dell’equilibrio e riducendo al minimo la possibilità di scivolare.
Esattamente come le catene sui pneumatici, queste scarpe attualmente di gran moda sono poco adatte a superare le difficoltà di un terreno ghiacciato e scivoloso, senza metterci in seria difficoltà. Le calze per pneumatici o socks invece sono un invenzione dei Norvegesi e possono farci arrivare a destinazione sani e salvi. Si indossano velocemente sui pneumatici senza bisogno di grandi manovre, possono viaggiare anche su asfalto pulito come su asfalto coperto da uno strato minimo ma pericoloso di neve e o ghiaccio.
Mentre le catene come tutti sanno possono essere usate e diventano veramente utili solo quando a terra la neve è discretamente alta, quindi se come succede spesso si passa da strade pulite a strade innevate dovremmo togliere e mettere le catene magari più e più volte prima di arrivare a casa. Il risultato è che poi quando servono non si mettono o peggio non si sanno neanche mettere perché non siamo stati addestrati a farlo.
E’ utile sapere che In Svizzera e Francia e in molti paesi nordici si vendono comunemente nelle farmacie delle piccole catene da scarpe, sono in elastico e si adattano a qualunque scarpa, basta avere il numero giusto. Questi piccoli attrezzi, possono trasformare le vostre scarpe in scarpe chiodate in men che non si dica, riducendo il rischio di scivolare in caso di ghiaccio importante, un piccolo ausilio di facile trasporto ma in alcuni casi… salva femore!
Pensiamo quindi alla prevenzione e alla nostra sicurezza in modo un po’ più articolato e completo, le catene a bordo vanno bene ma prima impariamo a guidare, poi impariamo a metterle le catene e soprattutto teniamoci a portata di mano i socks da pneumatici, dei guanti, coperte e strumenti per rimuovere il ghiaccio con facilità per l’emergenza. Per evitare le cadute a terra ricordiamoci di rimanere allenati e di fare eventuali training specifici se evidenziamo delle difficoltà di equilibrio. Acquistiamo scarpe adatte e, perché no, teniamoci in borsa i copri suola a catena o chiodati, potrebbero salvarci il femore !
Insomma cerchiamo di essere pratici, non facciamoci spaventare da due fiocchi di neve e nello stesso tempo cerchiamo di non farci sorprendere dalla neve e dal ghiaccio; che diamine siamo in inverno!
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L’agopuntura è la tecnica riabilitativa più usata al mondo
Sembra una affermazione strana, in particolare nel nostro paese, dove pochi sono i medici che si accostano a questa disciplina se non attraverso piccoli corsi o comunque dedicando poche ore del loro lavoro a questa tecnica terapeutica.
Invece nel resto del mondo l’agopuntura si usa molto ma molto di più. Rispetto alla quantità di tecniche riabilitative esistenti, si potrebbe dire che l’agopuntura resta quella in assoluto più utilizzata in campo riabilitativo, ovvero nel recupero funzionale, sia esso ortopedico, post-traumatico, neurologico e in tutte le patologie dolorose degenerative.
In Italia sembra di fare una cosa strana ad andare dall’agopuntore per un dolore alla spalla, al ginocchio, per una cervicobrachialgia o per una sciatalgia, quasi come andare dal mago!
All’estero è assolutamente normale; è più facile trovare operatori capaci e preparati sia medici che non, che eseguono un lavoro non solo efficace ma anche convenzionato dal sistema sanitario nazionale e rimborsato dalle diverse assicurazioni personali.
Nel nostro paese, dopo anni, oggi è finalmente accettata la riabilitazione motoria anche se spesso viene considerata ginnastica in senso troppo generico e poco specialistico e ci ha davvero messo tanto ad essere classificata come indispensabile nei diversi campi riabilitativi.
Oggi, grazie a Dio, è inserita in ospedale in modo ufficiale e il corso di fisioterapia sta diventando a tutti gli effetti più ricco e completo.
Ma per le patologie dolorose degenerative, ovvero i dolori cronici, da noi si usano ancora farmaci antalgici e terapie fisiche obsolete oltre che assolutamente aspecifiche come gli ultrasuoni, il laser, i campi magnetici.
Le prescrizioni sono fatte con poca convinzione e scarsi successi ma senza farsi domande. I medici, soprattutto i fisiatri stessi, considerano che non vi sia molto da fare e piuttosto che far niente o esagerare con i farmaci usano queste tecniche, ma all’estero queste terapie sono andate del tutto in disuso da numerosi anni.
Anzi, dirò di più; negli Stati Uniti, fiutando il business dell’agopuntura, stanno vendendo cerotti da appplicare sui punti più comuni, contenenti cristalli vari non meglio specificati e una pallina di plastica in grado di produrre una pressione ben localizzata sull’agopunto. Si usano per il sonno, per i dolori e per altre problematiche e stanno generando clamore anche per la solita vendita piramidale che trasforma il prodotto in miracolo.
Niente di male, meglio un cerotto sul punto di cuore detto HT7, localizzato al polso, o su Yintang localizzato sulla tempia, entrambi punti famosisssimi e riconosciuti per il loro effetto calmante piuttosto che una benzodiazepina. Meglio un cerotto o un braccialetto a pressione sul punto di pericardio detto PC6, conosciuto per il suo effetto antiemetico, che un farmaco. Certo, non ci dobbiamo stupire se funziona per un tempo limitato e su casi semplici; l’agopuntura vera è un ‘altra cosa ed è assai più complessa anche se cercano di venderla per semplice!



