Articoli a proposito di ‘paziente’

La diagnosi in medicina: le trappole

18/10/10

Catherine Bellwald La diagnosi in medicina: le trappoleE stato per primo lo svizzero Jung a descrivere la fondamentale differenza tra individui, dividendoli in soggetti introversi ed estroversi.

All’alba di una nuova era di possibilità di comunicazioni dove il medico può essere interpellato via internet, questa distinzione tra persone introverse ed estroverse mi consente una riflessione che vale la pena di fare.

Oggi l’esistenza di queste due categorie di persone non lascia nessuno stupito, è diventata una acquisizione ormai consolidata nella mente dei più.

La distinzione tra soggetti introversi ed estroversi sembra una banalità, appare una cosa nota e risaputa sulla quale neanche valga più la pena soffermarsi come su tante cose d’altronde.

Ma questa differenza è fondamentale nel momento in cui si desideri comprendere un individuo. Come medico la considero preziosa e la ritengo acquisibile solamente attraverso una conoscenza diretta e più o meno approfondita del paziente.

Il paziente estroverso tende a raccontare tutto e dare  troppa importanza a piccoli indizi talora utili ma potenzialmente suscettibili di portare fuori strada un  medico (soprattutto se inesperto e ansioso) in quanto frutto di considerazioni già compiute e talora vere e proprie esteriorizzazioni di preoccupazioni e ansie personali.

Il più delle volte i disturbi di questi pazienti si risolvono velocemente con indicazioni e trattamenti, in quanto il disturbo è lieve e con una importante componente ansiogena.

Se diversamente il disturbo è serio o più grave il paziente con la sua descrizione tende egli stesso a portare il medico verso un necessità di eseguire ulteriori accertamenti e verifiche. Molta attenzione dovrà essere data all’evitare di sottovalutare un disturbo descritto come acuto in un paziente noto come molto ansioso. Questo purtroppo succede proprio perché il paziente si lamenta sempre molto per disturbi lievi e diventa difficile distinguere la comparsa di disturbi più seri. Vale comunque la pena di consigliare accertamenti ricorrenti in quei pazienti i cui disturbi non passano mai, anche perché può accadere che un sintomo possa diventare nel tempo una malattia conclamata anche seria.

Molto più pericolosi però sono i pazienti  introversi  magari poco conosciuti. Un mio collega ormai in pensione e geriatria di fama, definiva un certo tipo di donna capace di sopportare di tutto e di più, come  ”soggetti ad alto rischio”.

Quando questo tipo di paziente giunge dal medico di solito non lo fa per caso ma perché ha un insigth della sua gravità, purtroppo tende a dire poco e omettere dettagli importanti. Quando un paziente di questo tipo dice ” ho la sensazione di non strare mica tanto bene” ” oppure credo di essermi fatto male” di solito è meglio incalzare con domande e procedere ad una visita urgente per scongiurare il peggio.

Dare consigli medici al telefono o via internet senza conoscere il paziente e senza toccarlo è a parer mio un grosso rischio nel quale è meglio non entrare con troppa fiducia.

La possibilità di sapere quale  sia l’antibiotico più specifico in caso di bronchite da aria condizionata  oppure  quale sia l’antibiotico non foto sensibile per il quale sia possibile esporsi tranquillamente al sole o ancora quale siano i prodotti da prendere dopo un trattamento con antibiotico è certamente utile.

Ma la diagnosi per telefono o per via telematica è in assoluto la cosa più rischiosa che ci sia, l’anno scorso in Inghilterra hanno istituito un servizio telefonico medico per far fronte all’influenza suina, mi ricordo che poco clamore fu dato alla notizia che una bambina era morte di meningite perché le fu consigliato telefonicamente il riposo a casa  e la cura con antinfiammatori.

Purtroppo le meningiti sono assai rischiose e non sempre si fa in tempo a salvare il paziente, ma mi resta il dubbio che se un medico l’avesse visitata e mosso la testa e il collo e non solo misurato la febbre forse avrebbe potuto salvarla. In caso di febbre molto alta vale sempre la pena escludere una peritonite e una meningite.

Il toccare il paziente visitandolo è un modo per avere importanti informazioni cliniche ma alcune volte è l’intuizione ovvero una comunicazione senza parole ma che passa attraverso il corpo e che associata alle informazioni è utilissima nel fare da guida alla diagnosi.

Mi ricordo ancora di una notte in guardia medica quando un giovane paziente di circa 30 anni, sino a quel momento  del tutto asintomatico, nel cuore della notte si sveglia urlando che stava morendo e di chiamare urgentemente il medico.

Al momento del mio arrivo in casa diceva solo che stava morendo alla mia domanda sente dolore mi rispondeva solo mi porti in ospedale muoio.

Così come si fa con i pazienti troppo piccoli per parlare e con pazienti non lucidi ho iniziato a visitarlo con molta calma; appena messa la mano sulla pancia, anche se il paziente collaborava poco, ho subito pensato, alla possibilità di una colica renale, formulata la diagnosi verbalmente il paziente si è subito calmato, e ha iniziato a collaborare dando informazioni utili sul suo dolore confermando che di colica renale probabilmente si trattava.

A pochi minuti dall’iniezione di miorilassante e antidolorifico il quadro era totalmente scomparso e dopo 24 ore il paziente aveva eliminato il calcolo con le urine. L’informazione attraverso la parola era del tutto fuorviante solo il contatto fisico ha consentito il rapporto e la vera comunicazione.

Ad anni di distanza, conoscendo oggi la medicina cinese, potrei dire che il rene e tutte le patologie che coinvolgono questo organo sono spesso associate ad angosce e forti paure collegate alla morte, talora estreme da non sottovalutare nell’atto diagnostico.

Non è facile capire cosa nasconda un corpo attraverso i suoi sintomi, sensazioni ed emozioni e quanto le emozioni possano modificare la percezione delle sensazioni e dei sintomi fisici alcune volte si può essere tratti in inganno.

Anche le nostre emozioni possono condizionarci ecco che  conoscere  troppo da vicino un paziente o conoscerlo troppo poco  possono portare a conclusioni errate dalle quali è utile restare in guardia e ben accorti. La capacità di valutare anche la nostra tipologia e approccio emotivo è in realtà sostanziale. Ogni buon medico dovrebbe confrontarsi con altri medici e colleghi, ascoltarsi, conoscersi intimamente e anche curarsi come si usava fare in spicoanalisi.

Usiamo la tecnologia con intelligenza, facciamo tutti i controlli ed esami necessari quando sospettiamo di un problema serio anche se ormai la medicina di oggi sembra essersi specializzata solo nella diagnostica più che nella cura ma soprattutto non sottovalutiamo l’importanza del contatto fisico e dell’intuizione della comunicazione  empatica.

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Anche un buon medico ha bisogno di un buon paziente

25/1/10

Catherine Bellwald Anche un buon medico ha bisogno di un buon pazienteTrovare un buon medico è difficile, siamo tutti d’accordo, per questo motivo molti ricorrono ad altre figure perchè traumatizzate da pregresse esperienze.

E’ infatti comune pensare che i medici in genere siano capaci soprattutto di far fare molti esami, spaventare a morte i pazienti e, quando si tratta di trovare strategie terapeutiche, ricorrere immancabilmente ai soliti  farmaci; gli ansiolitici per l’ansia, gli ipnotici per l’insonnia, gli antinfiammatori e cortisonici per il dolore in genere fino ad arrivare agli oppiacei  e cosi via.

Le persone che vedono in questo attegggiamento un limite non sono più disposte ad andare dai dottori e questo è un pò un dramma; si va dal pranoterapeuta, dall’osteopata e naturopata, di solito paramedici ovvero non laureati in medicina: fra questi alcuni sono davvero competenti e seri, mentre altri hanno una preparazione ed esperienza medica assolutamente insufficienti per valutare alcune situazioni patologiche nel loro insieme.

Spesso è proprio quest’ultima categoria a mostrare sicurezza e infallibilità, ostentando diagnosi assolutamente certe sull’origine del disturbo.

Al di lè di tutto però, una cosa è certa: se è importante per il paziente trovare un buon medico o terapeuta, altrettanto è per il medico trovare un buon paziente. E, lo devo proprio dire, la cosa non è affatto ovvia.

Un buon paziente è colui che non gira a destra e sinistra da diversi specialisti per i diversi disturbi che ha ma fa un passo alla volta, riferendo e  chiedendo consiglio sull’eventuale utilità di andare da altri. Anche se è impossibile essere esperti in tutto,  la medicina dovrebbe occuparsi di tutti i distretti, dalla pelle all”intestino, alla spalla… ovvero bisognerebbe curare il soggetto nella sua totalità.

Sono molti, anzi moltissimi, i pazienti che  pensano “la spalla la tratto dall’agopuntore e la colite dal gastroenterologo” , oppure che un disturbo sia dovuto a una cosa e un altro ad un’altra, non ritenendo vi sia alcun legame e neanche un senso parlarne con chi ti sta curando appunto la spalla.

Un paziente deve essere anzitutto quello che dice il nome: paziente e certamente anche il medico lo deve essere!

Succede spesso invece che il paziente decida di concludere il suo trattamento senza aspettare che sia il medico a dirglielo, forse è abituato a medici che se ne approfittano o forse per la comune e solita fretta o forse perchè vuole gestire lui il suo tempo e le sue decisioni. Quello che accade comunemenete oggi è che il paziente, raggiunto un discreto miglioramento che  supera il 50%, lo ritiene sufficiente.

Il lavoro con l’agopuntura e con la fitoterapia è quello di modificare uno squilibrio che, come si può capire nel caso di una bilancia, resta tale finche non è tolto completamente, altrimenti, più o meno rapidamente, si verificheranno le cosiddette recidive.

Un buon paziente non aspetta vent’anni per trattare un disturbo dichiarando, dopo i primi cinque trattamenti,  di essere deluso per la scarsità di quell’efficacia che, a tratti o in modo parziale, riferisce di aver comunque sentito sul proprio organismo.

Ci vogliono almeno un anno di terapia continuativa e due anni di terapia non continuativa in totale per pensare ad una vera guarigione su un disturbo presente da oltre vent’anni e se vi dicono che vi curano in tre sedute vi prendono in giro. (continua…)

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