
In un soleggiato pomeriggio di molti anni fa entrai in casa di mia nonna. Tornavo dal giardino sudata e felice dopo aver giocato per diverse ore.
Allora avvertivo ogni parte del mio corpo non come mondi scollegati fra loro bensì come un tutt’uno saldo e forte, uno strumento dove ciascun componente trova il suo specifico compito, non meno importante di qualsiasi altro …
A quel tempo ero assai piccola e ritenevo che le varie parti che compongono il corpo umano decidessero autonomamente quale movimento compiere e quando; in armonia con tutto l’organismo.
La mia nonna mi spiegò che no, non era in questo modo che funzionavo; mi disse che era sempre il cervello a “decidere”, cioè ad inviare l’impulso a un braccio o a una gamba, ad un organo interno o a un muscolo.
Provai in quel momento una sorta di profonda, dolorosa e probabilmente ingiustificata, delusione.
Lei parve intuire il mio disappunto e per dimostrarmi la veridicità della sua affermazione mi spiegò che senza una gamba o senza un braccio è possibile sopravvivere, senza il cervello che direziona pensiero e movimento no.
Per la prima volta guardai le mie mani come se non mi appartenessero più. Osservai piedi e gambe con la sensazione che mi fosse stata tolta una possibilità.
E mi sembrò che alla mente venisse improvvisamente attribuita una responsabilità troppo grande. (continua…)
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