Miofibrolisi

Miofibrolisi

La trigger point therapy è davvero adatta tutti?

Catherine Bellwald La trigger point therapy  è davvero adatta tutti?La trigger point therapy o TP performance therapy è il nome dato a un nuovo  tipo di allenamento fisico che sta andando recentemente in auge negli USA, rivolto prevalentemente, ma non solo, agli sportivi con lo scopo di prevenire e allentare le numerose sindromi muscolari dolorose. Questa pratica utilizza strumenti prevalentemente a rullo o cilindrici per lavorare sui propri muscoli trattando i trigger points. Come con il rullo della tecnica Pilates utilizzato per lavorare sul rachide si tratta di strumenti ed esercizi estremamente pratici e piacevoli per rilassare efficacemente i muscoli contratti.

Ricordiamo che i trigger points sono aree di tessuto che potremmo definire contratte, che si possono identificare nel tessuto muscolare ma anche in altri tessuti connettivali come aree più compatte alla palpazione in grado di generare dolore alla pressione e dolore irradiato a distanza secondo precisi percorsi.

La teoria del trigger points, anche se non ancora scientificamente approvata da tutti, resta una delle teorie più accreditate per spiegare l’origine della maggioranza dei dolori muscolari e muscoloscheletrici. La fibromialgia o miofascial pain syndrome sembra essere dovuta alla presenza e formazione di un numero molto elevato di trigger point nei muscoli dei soggetti colpiti.

In realtà il trattamento dei trigger point è da sempre considerato il fulcro di lavoro di numerose tecniche riabilitative e fisioterapiche.  In quasi tutte le antiche tradizioni di medicina manuale vi era la ricerca e il trattamento  di quelli che oggi vengono chiamati genericamente trigger point.

Una volta si usavano le mani, prima che in fisioterapia comparissero le macchine che oggi vengono comunemente prescritte come panacea per alleviare i più comuni e diffusi dolori muscoloscheletrici, ultrasuoni, radar, infrarossi e la recente tecar. Tutte macchine che, come ben spiega il Dott Picozzi nel suo post, tendono in un certo senso a spersonalizzare il lavoro  del fisioterapista e del massofisioterapista, producendo la falsa percezione nel paziente che l’efficacia del trattamento sia da attribuire esclusivamente ad esse.

Il terapista invece, usando le mani con l’ausilio di vari strumenti che altro non sono che un prolungamento di queste, acquisisce con l’esperienza la capacità di individuare molto velocemente la localizzazione dei vari trigger point presenti nei diversi tessuti e a diversi livelli di profondità.

Oggi la miofibrolisi integrata, che altro non è che una terapia dei trigger point più raffinata e completa, utilizza  strumenti a punta sempre più precisi con l’obiettivo di lavorare su diversi tipi di tessuti e di recettori, partendo dall’epidermide intesa come strato più esteso e superficiale fino ad arrivare al muscolo, alla fascia, al tendine, ed al legamento e inserzione ossea degli stessi.

Gli strumenti delle miofibrolisi sono tutti utilizzabili dal fisioterapistra o massofisioterapista che andrà a lavorare prima  sull’intero sistema fasciale e successivamente sullo strato di tessuto dove si nascondono i trigger point attivi da trattare. Il lavoro di apertura comprende anch’esso l’utilizzo di strumenti a rullo che possono stimolare la vascolarizzazione della cute e la spremitura di ampie aree poi si sceglieranno via via strumenti a punta  adatti e specifici per ogni distretto corporeo con lo scopo di scovare, distruggere e riordinare le fibre dei trigger point. Un lavoro che richiede una certa esperienza ma soprattutto dei tempi e dei gradi di trattamento che  dipendono da caso a caso e che possono generare  un’infiammazione secondaria del tessuto, causata dalla liberazione nell’area trattata di numerose molecole della catena infiammatoria. Tale risposta dovrà essere contenuta e graduata dall’attenzione del terapista che potrà avvalersi di sistemi di drenaggio e di supporto antinfiammatori.

Gli strumenti delle trigger point therapy sono in grado di esercitare  un lavoro mirato e specifico per ciascun distretto muscolare ma comunque più  grossolano, eseguibile cioè su ampie aree muscolari  in grado di determinare una sorta di spremitura dei ventri muscolari, aree dove in effetti spesso si localizzano un numero piuttosto elevato di trigger point. Pertanto in caso di punti molto dolorosi, ben organizzati, troppo numerosi oppure troppo profondi, il lavoro con questi strumenti aspecifici, può portare a un peggioramento del dolore anche poco sopportabile per alcuni pazienti. Una tecnica di autotrattamento quindi che si rivolge prevalentemente a soggetti sportivi e con disturbi muscolari lievi determinati appunto dall’attività sportiva o da tensioni muscolari posturali.

E’ invece raccomandabile anche in casi complessi l’utilizzo in autotrattamento del rotore in associazione al trattamento di miofibrolisi per la sua capacità di drenare l’infiammazione e allo stesso tempo di migliorare la circolazione vascolare non solo dello strato cutaneo sul quale si esercita la sua azione ma anche sugli strati miofasciali più profondi ai quali resta collegato.

Nei casi invece dove il dolore è ormai cronicizzato da tempo, molto diffuso, e nei dolori acuti importanti è utile rivolgersi a un terapista o medico che siano in grado di applicare la miofibrolisi, tecnica che a mio parere tutti i fisioterapisti e massofisioterapisti dovrebbero conoscere non solo in campo sportivo ( lascio il link al sito dove è possibile seguire corsi  in Italia e dove io stessa mi sono formata).  Con questa tecnica è possibile andare alla radice del dolore muscoloscheletrico sia cronico che acuto.

Infatti la ricerca e il lavoro mirato e diretto sui trigger point anche più vecchi e profondi nascosti nei diversi strati e tessuti miofasciali, permette di riordinare e rilassare le fibre che lo compongono e di eliminare le molecole generate dall’infiammazione, bloccate e intrappolate nei tessuti, il tutto in modo graduale e sotto il controllo e la guida del terapista.

Un ottimo e insostituibile strumento terapeutico contro il dolore in grado di smantellarlo e disorganizzarlo nelle sue fondamenta. Un argomento questo dei trigger point sul quale sarebbe opportuno riprendere  ricerche scientifiche serie e approfondite come entusiasticamente era stato fatte agli inizi dello scorso secolo per capirne l’organizzazione chimica e fisica ma che forse, oggi come oggi, non trovano la giustificazione di un profitto sufficiente vista la possibilità squisitamente meccanica e manuale di risolvere il dolore, senza altre spese, farmacologiche o strumentali.

 

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Il rotore nell’autotrattamento per le algie muscoloscheletriche

Catherine Bellwald Il rotore nellautotrattamento per le algie muscoloscheletricheIl rotore è un importante strumento della tecnica della miofibrolisi integrata, si tratta di uno strumento formato da anelli rotanti ricoperti da piccolissime punte.  In realtà il rotore è il primo strumento di apertura di qualunque lavoro di miofibrolisi in quanto lavora sulla superficie cutanea richiamando sangue in grandi quantità grazie alle punte.

Ma in realtà, come dicono i cinesi “lontano lontano vicino vicino”, ovvero lavorando apparentemente lontano dal problema spesso si lavora molto più vicino di quanto non si pensi. La cute come involucro protettivo esterno è in realtà in collegamento con le parti più interne e profonde del corpo. I meridiani della medicina cinese ne sono un esempio ma anche i metameri della medicina occidentale riflettono questo principio di  collegamento embriologico interno-esterno, così come le irradiazioni dolorose viscerali a distanza.

Il rotore permette di lavorare in breve tempo, e senza dover compiere manovre particolarmente difficili, l’intero territorio di innervazione dell’area dolorosa colpita, oppure tutto il meridiano di agopuntura da trattare. Il trattamento antalgico diventa quindi non già una terapia locale come tutte le diverse terapie fisiche conosciute ma qualcosa di completamente diverso. Le terapie fisiche come l’ultrasuono e il laser producono, attraverso un calore endogeno, un aumento della circolazione sanguigna; lo stesso meccanismo che in questo caso otteniamo attraverso una azione meccanica che potremmo definire di microfrizione diretta.

Chiunque abbia una certa esperienza della mifibrolisi integrata sa che il lavoro completo si deve fare nei diversi livelli di profondità partendo dal più superficiale e andando via via verso gli strati più profondi del dolore. Ma è altrettanto vero che il lavoro superficiale iniziale è quello che da solo spesso porta via il grosso del dolore e che, se fatto su un dolore fresco o ancor meglio su un dolore già lavorato in profondità e con cura, diventa uno strumento terapeutico di mantenimento del benessere raggiunto soprattutto sui dolori cronici o sui dolori dovuti a microtraumi ripetuti, utile in particolare ai soggetti artrosici o con schiene particolamente compromesse da cifosi o discopatie degenerative ma anche nei soggetti sportivi a scopo preventivo.

Il rotore è un attivatore della circolazione sanguigna ed è utilissimo come terapia di supporto nel trattamento degli inestetismi della cellulite dove diventa un ottimo strumento per far assorbire maggiormente le sostanze dalla cute  rendendo più efficaci le diverse creme e gel dedicate alla problematica estetica.

Il trattamento viene poi costruito sulle esigenze del paziente, utilizzando il criterio del trattamento locale ovvero sul dolore, il criterio della simmetria, ma anche il criterio della morfologia dei muscoli, lavorando così sulle inserzioni e sulle origini dei muscoli da trattare.  E’ possibile applicare con il rotore il criterio della circolazione energetica e lavorare sul decorso dell’intero canale coinvolto o selezionato;  infine è possibile lavorare su aree fisiche lontane ma aventi un somatotopismo per la regione da trattare presenti sulle mani sulle orecchie ma anche sulla pancia agendo in questo modo in maniera indiretta sul dolore da trattare.

Un sistema apparentemente fin troppo semplice ma non per questo poco efficace che, associato a due o tre esercizi specifici per ogni singolo disturbo, diventa uno strumento terapeutico molto valido. Ecco che il rotore per autotrattamento diventa uno strumento personale riprodotto  in materiale plastico e non in acciaio con costi accessibili e senza rischi di graffiare la pelle e soprattutto leggerissimo. L’unico accorgimento deve essere quello della manutenzione che non deve prevedere sostanze in grado di alterare la plastica ma un semplice spazzolino da passare tra le punte.

Uno strumento antichissimo una volta costruito in pietra diventa oggi un supporto ultra maneggevole e di facile autoapplicazione per curarsi e volersi bene.

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Torcicollo e trigger points silenti

Catherine Bellwald Torcicollo e trigger points silenti Per torcicollo acuto voglio parlare non di situazioni post traumatiche o di pazienti che soffrono di cervicalgia in modo cronico, ma di tutti coloro che, dal pieno benessere, passano al blocco cervicale acuto all’improviso.

Il soggetto  non riesce più a girare la testa in modo normale, questa sindrome può essere molto dolorosa e invalidante e può colpire persone di tutte le età ma mediamente è la popolazione giovane che ne soffre maggiormente.

Il quadro classico è una persona con la mano sul collo e la testa girata e un pò piegata da un lato. Si tratta di una contrattura muscolare importante che comunemente coinvolge il muscolo sternocleidomastoideo e il  trapezio, di solito prevalentemente da un lato.

Niente di grave penserete voi ma perchè insorge e poi perchè alcune persone sono più predisposte di altre?

La teoria più accreditata è che si tratti di triggers points silenti  attivati o se preferite risvegliati e infiammati da un colpo d’aria, oppure da movimenti un pò più sostenuti, ma anche da una condizione emotiva. I trigger point silenti sono aree muscolari ma talora anche inserzionali di tessuto più compatto alla palpazione  che diventano dolorosi solo se se stimolati.

I trigger point silenti sono facilmente presenti in soggetti particolarmente tesi muscolarmente parlando o con posture scorrette oppure in esiti post traumatici anche di vecchia data. Sono una risposta fisica a una tensione di fondo oppure possono essere una memoria di un dolore o di un trauma anche lieve.

In medicina cinese questi punti vengono chiamati ashi point e rappresentano una sorta di blocco o di nodo energetico esterno, espressione di una cattiva circolazione non solo energetica ma anche del sangue. Il canale del piccolo intestino con la nomenclatura internazionale SI o Small Intestine è uno dei canali maggiormente coinvolti nel torcicollo acuto. Il suo decorso infatti passa  posteriormente sul collo decorre ampiamente sul territorio del trapezio e scende lungo l’arto superiore fino al mignolo bilateralmente.

E possibile lavorare direttamente sui punti trigger silenti e attivi andando prima di tutto a cercarli attraverso la palpazione attenta della muscolatura cervicale sia anteriore che posteriore. Una mano esperta li trova velocemente. Nella medicina cinese, nella posturologia e  in altre branche iperspecialistiche ma anche in molte tecniche manuali tramandate oralmente, i trigger points, una volta individuati, vengono eliminati con strumenti specifici, direttamente con le mani o con manovre fisiche.

Le fibre tessutali lavorate con le diverse tecniche vengono rese nuovamente meno compatte o contratte come pettinate e riordinate in modo corretto attraverso un lavoro fisico mirato.

I trigger points  possono essere  eliminati completamente attraverso diverse metodiche, fra cui  la tecnica della miofibrolisi,  la coppettazione e l’agopuntura. Queste tecniche, se ben applicate, sono estremamente  utili alla risoluzione non solo della fase acuta ma anche alla prevenzione di attacchi successivi e ricorrenti.

Un buon  lavoro per essere efficace deve essere globale ovvero lavorare all’esterno e sull’interno in quanto il disturbo può anche essere l’espressione di un disagio anche viscerale che si esprime esteriormente e che solo con un lavoro completo e profondo può essere totalmente rimosso. Un paziente ben trattato  non solo non avrà più dolore ricorrente ma anche dopo colpi di freddo e lavori fisici importanti non avrà più crisi dolorose e blocchi funzionali acuti; sarà quindi meno sensibile all’esterno avendo fortificato e rettificato anche il suo interno.



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Il tunnel carpale e i dolori alle mani

Catherine Bellwald Il tunnel carpale e i dolori alle maniLa sindrome del tunnel carpale è una patologia estremamente frequente nella popolazione adulta, con una prevalenza nelle donne.

La sindrome del tunnel carpale è  facile da diagnosticare ed è dovuta al fatto che al livello del polso il nervo mediano, i vasi e i tendini decorrono in un tunnel ovvero uno spazio chiuso formato da un semicerchio di piccole ossa, chiuso da un legamento piuttosto robusto e poco elastico detto legamento palmare.

Questo spazio normalmente costituito per proteggere le strutture interne dai microtraumi delle mani, diventa troppo piccolo e augusto nel momento in cui si vengono a creare particolari stati infiammatori o degenerativi.

Nelle forme infiammatorie le guaine dei tendini si possono ingrossare e nei casi degenerativi le ossa tendono a deformarsi rimpicciolendo lo spazio del tunnel. Ecco che il nervo mediano si ritrova compresso dando manifestazioni dolorose o fastidiose alle prime tre dita della mano, fino ad arrivare alla totale perdita di sensibilità delle stesse.

Questa è solo una delle tante possibili patologie che frequentemente colpiscono le mani. In successione di frequenza e di età di insorgenza troviamo le dita a scatto; si tratta di alterazioni di tipo infiammatorio della guaina dei tendini flessori che si ispessiscono e non scorrono più normalmente determinando appunto uno scatto durante il movimento di flesso-estensione.

Spostandoci verso la popolazione più anziana fra le patologie più comuni troviamo in primis i quadri evoluti di rizartrosi ovvero di artrosi delle piccole articolazioni delle mani, caratterizzati da rigidità e frequentemente deformazione delle dita. In questo caso si parla di artrosi deformante delle mani e  la tendenza a questo problema evidenzia spesso una famigliarità positiva.  Le dita gradualmente si ingrossano nelle piccole articolazioni e si deformano per la presenza di noduli periarticolari o tendinei.

Si dice che le mani rivelano  maggiormente l’età delle persone che non l’aspetto del volto. Adesso che poi esiste il botox, le varie punturine e lifting la cosa è ancora più evidente. Le mani, come mi diceva il mio primo insegnante di Tai chi, sono le prime articolazioni ad invecchiare “dovete curarle sin da giovani”.

Ritengo sia un’osservazione importante e spesso trascurata che potrebbe limitare di molto l’insorgenza di queste patologie soprattutto in precoce età.  Una volta a 50 anni ci si considerava ormai anziani e senza aspettative di vita, oggi è l’alba di una nuova possibilità espressiva.  Non fare invecchiare le mani anzitempo è di fondamentale importanza per il nostro benessere e per la nostra autonomia.

La prima cosa da fare è avere la consapevolezza della forza inutile e spesso incontrollata presente nelle nostre mani durante qualunque attività. E’ necessario accorgersi di quanta tensione si scarica sul polso e quindi sulle dita in modo del tutto inconsapevole. Se poi il  nostro lavoro ci porta a usarle molto, è possibile che i problemi insorgano anche precocemente.

L’eccessiva  tensione scaricata nelle mani, è presente durante molteplici atti come ad esempio quando siamo alla guida di una macchina o quando puliamo un oggetto con uno straccio. Qualunque azione richiede infatti sempre una manualità che a sua volta necessita di una  chiusura o semi chiusura di una o più dita. Ecco che queste strutture tendinee e muscolari a lungo andare  in assenza di esercizi di allungamento e di una corretta compensazione in estensione  si irrigidiscono e iniziano un lento processo talora infiammatorio, talora degenerativo.

La tensione protratta intesa come l’accorciamento tendineo e la formazione di zone di addensamento tessutale, produce rigidità  progressiva e talora algie come segno di ristagno di mediatori chimici dell’infiammazione. Che predomini l’infiammazione oppure la rigidità, uno stato peggiora l’altro, la rigidità infatti  aumenta l’infiammazione e l’infiammazione aumenta la rigidità.

Le guaine dei tendini flessori possono ingrossarsi generando il fenomeno delle dita a scatto oppure restringendo il tunnel carpale,  il tendine abduttore del pollice accorciarsi a tal punto da determinare la deformazione a becco d’uccello, così come tutte le dita possono  irrigidirsi e gradualmente essere sempre meno elastiche all’estensione attiva e passiva fino ad arrivare ad una posizione fissa in semi flessione  con deformazioni varie e multiple.

Che  fare ? evitare di arrivare a questo punto è certamente la prima raccomandazione  ma come?

Essere educati al controllo e all’attenzione delle tensioni muscolari è di fondamentale importanza e necessita di un  training e di un allenamento  all’ascolto del corpo nelle sue diverse parti.  Imparare a rilassarsi e a respirare sono cose  del tutto dimentiche nella nostra società, si pensa sia facile come bere un bicchiere d’acqua ma non è così richiedono un lavoro di consapevolezza lungo e attento che solo antiche tradizioni e discipline sono in grado di conferire.

Sono molti i gesti presenti in specifici allenamenti di arti marziali, tecniche di massaggio o  di danza orientale che richiedono proprio una leggerezza e morbidezza del polso. Questi movimenti sono quasi sempre considerati di difficile esecuzione per noi occidentali completamente disabituati a questa particolare gestualità.

La seconda raccomandazione è evitare il più possibile sforzi inutili, la borsa pesante si sostituisce con un trolley. Per aprire una busta di plastica, una bottiglia o una conserva non sforzate le mani inutilmente, usate qualche astuzia in più, apriscatole, pichiettate sul bordo, forate la confezione, usate le forbici (non i denti!). Insomma anche se riuscite a usare le mani  senza difficoltà usate consapevolmente  tutti i possibili ausili per risparmiarele. Quando trovate bottiglie o scatole che si aprono con difficoltà, fate un reclamo alla ditta produttrice, farete un favore a tutte quelle persone che hanno difficoltà motorie alle mani anziani compresi.

Proteggete le vostre mani per lavorare,  e usate i guanti appena possibile, la fretta e la pigrizia non sono buone consigliere e tanto meno l’abnegazione al lavoro e al sacrificio. L’obiettivo è ridurre nel limite al minimo i possibili microtraumi  ripetuti e l’ entrata di freddo-umidità. Portare sei piatti insieme o sei bottiglie per fare prima non vi fa risparmiare niente ma solo consumare uno dei strumenti più preziosi le vostre mani. Lavorare al freddo e all’umido  senza guanti è un altra forma di mancanza di tutela delle vostre mani.

La terza raccomandazione è l’esecuzione quotidiana di esercizi mirati alle dita e alle mani; sono un grande e potente punto  di forza e di prevenzione delle patologie delle mani. Aprire e estendere le dita e i polsi significa aprire attivamente il tunnel carpale allungare i tendini flessori e le loro rispettive guaine. Se il vostro pollice aperto (addotto) non forma più un angolo di 90° rispetto alle altre dita e se le restanti quattro dita estese passivamente non raggiungono neanche lontanamente un angolo di 90° con il carpo avete già un inizio di rigidità.

Infine se avete già dei dolori e delle limitazioni o deformazioni alle mani sono utilissimi oltre all’esecuzione dei movimenti, anche la applicazione di massaggi trasversi profondi sulle piccole articolazioni, sul palmo delle mani lavorando bene sui tendini e sulle guaine dei muscoli flessori delle dita e sull’ addutore del pollice. Il massaggio potrà essere più efficace se eseguito  con specifici gel fitoterapici ad azione antidolorifica e capaci di  muovere il sangue.

Infine l’utilizzo mirato della moxibustione sui punti dolorosi previo training da parte di personale specializzato sono un metodo estremamente efficace per limitare il freddo e l’accumulo di umidità all’interno delle piccole articolazioni delle mani oltre che favorire la circolazione del sangue e quindi ridurre il ristagno locale di mediatori dell’infiammazione.

Se ancora tutto questo non basta e il disturbo doloroso è importante l’agopuntura e la tecnica della miofibrolisi sono ottimi strumenti terapeutici. In particolare la miofibrolisi con i ganci consente non solo di lavorare sui muscoli flessori rilassandoli  ma anche di eseguire una sorta di intervento diretto, quasi  chirurgico sui tendini  senza però alcun bisogno del bisturi. La recente messa a punto di strumenti a vibrazione e a percussione consente inoltre una sorta di interventi di apertura e liberazione del tunnel carpale molto efficaci talora anche già dalla prima seduta.

Questi trattamenti se eseguiti correttamente e in condizioni non troppo avanzate possono sostituire efficacemente  gli interventi chirurgici sul tunnel carpale e sulle guaine tenosinovitiche ingrossate talora proposti in prima istanza. In questi casi i  risultati ottenuti sorprendentemente  si  mantengono per lungo tempo anche a trattamento sospeso.

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I trigger points e le algie muscoloscheletriche

Catherine Bellwald I trigger points e le algie muscoloscheletriche

Non esiste dolore importante acuto  o cronico che non possa generare dei trigger points. Non esistono trigger points che stimolati non siano in grado di generare  dolore.

Ma nasce prima l’uovo o la gallina? Che tradotto potremmo formulare: sono i triggers points a generare dolore o il dolore a generare i trigger points?

Ma partiamo dall’inizio; cosa sono i trigger points?

I triggers points o punti grilletto definiti anche PAM o punti algici miofasciali sono punti presenti in diverse strutture del sistema muscolo scheletrico: cute, aree cicatriziali, muscolo, tendine, legamento, capsula, caratterizzati da una maggior densità tessutale di solito dolorabili alla palpazione.

Sono come dei nodi all’interno della struttura filamentosa che compone la maggior parte di questi tessuti molli.

I terapeuti esperti siano essi massagiatori che fisioterapisti o osteopati sono capaci di rintracciarli molto velocemente alla palpazione.

Sono punti di tessuto più compatto che agli inizi del novecento, quando l’ anatomo patologia svelava, grazie allo studio miscroscopico dei tessuti, la ragione di molteplici patologie, hanno suscitato un notevole interesse e clamore scientifico. In quel periodo infatti furono scritti diversi lavori  ed eseguite importanti e storiche lezioni magistrali a loro riguardo.  Autorevoli scienziati, neurofisiologi e medici  avevano postulato svariate ipotesi sul loro ruolo nella genesi delle diverse sintomatologie dolorose.

Furono create diverse classificazioni e attribuiti a questi punti i più svariati nomi, si definiva per la prima volta il concetto di dolore irradiato o di dolore a distanza.

Oggi a oltre un secolo di distanza questi punti forse perchè non sempre identificabili con l’esame ecografico e quindi non tangibili un po’ come con gli agopunti, hanno perso il loro interesse scientifico e da molti ortopedici, reumatologi e fisiatri vengono totalmente ignorati. Tant’è che alla facoltà di medicina e fisiatria dei miei tempi neanche si sono  studiati.

Ho iniziato a conoscerli, studiarli, trattarli e infine riconoscerli solo dopo aver eseguito i corsi di miofibrolisi del Dott. Giulio Picozzi e del Dott. Virginio Mariani e da allora non ho più smesso. I trigger points erano conosciuti nella medicina cinese come punti ashi.

Alcuni punti definiti  trigger latenti possono rimanere silenti  per anni senza dar segno della  loro presenza per poi venire alla luce magari  dopo uno sforzo improvviso o prolungato, dopo uno stiramento, un movimento o una postura  mantenuta  a lungo oppure anche dopo il raffreddamento del muscolo stesso e infine anche dopo un trauma.

I trigger points  definiti invece attivi  provocano una diminuizione del raggio di  movimento  e  della forza muscolare delle aree muscolari coinvolte, inizialmente poco visibile capace di generare una graduale rigidità e un dolore cronico o ricorrente.

Oggi ritengo che l’identificazione dei punti trigger e la loro eliminazione o riduzione sia un fondamentale percorso verso la completa risoluzione delle patologie muscoloscheletriche indipendentemente dalla loro causa.

L’eliminazione del trigger point genera sempre un miglioramento della sintomatologia dolorosa ma molto spesso si accompagna ad un transitorio aumento localizzato dell’infiammazione per liberazione da parte del tessuto di tossine e mediatori della flogosi. Ci si aspetta un possibile peggioramento del dolore che però è diverso dal dolore per giungere ad un netto miglioramento dello stesso.  E però importante segnalare che questo lavoro può non essere  duraturo.

Infatti i dolori ad eccezione dei traumi recenti hanno una componente talmente complessa da non poter sempre riconoscere  la vera causa che li ha originati. Alcune volte dolori apparentemente semplici e ritenuti di natura esclusivamente meccanica o posturale sono l’espressione di tensioni interne o viscerali e vice versa. Solo trattandoli in modo corretto e protratto  la loro vera natura e origine saltano fuori.

Potrei ripetere quello che dice il Dott Giulio Picozzi  ai suoi corsi “non trattare il dolore con l’agopuntura equivale a non far pulire il pavimento alla donna di servizio!” e aggiungerei che non utilizzare la miofibrolisi in caso di dolore muscolo scheletrico equivale a non usare la scopa per pulire il pavimento. La combinazione dei due trattamenti produce un lavoro completo a 360 gradi; la miofibrolisi lavora dall’esterno verso l’interno e l’agopuntura dall’interno verso l’esterno. Associando le due metodologie il risultato si raggiunge più velocemente.

La miofibrolisi è una tecnica che utilizza strumenti metallici a punta di varia forma, capaci di raggiungere i diversi distretti muscoloarticolari anche più profondi, come le inserzioni tendinee ovvero i punti dove il tendine si inserisce sull’osso. L’utilizzo di questi strumenti consente di individuare i triggers points anche più profondi e di eliminarli riordinano le fibre che li compongono.

Oggi nella medicina occidentale si usa l’infiltrazione con anestetici o analgesici dei punti trigger  così come nella medicina cinese si punge direttamente il punto trigger o ashi, queste tecniche hanno una loro efficacia ma non lavorano sull’intero sistema fasciale come invece fa la miofibrolisi.

Eliminato il trigger point l’energia e il sangue potranno nuovamente circolare liberamente in quel distretto, senza ingolfarsi o bloccarsi; ecco perchè l’agopuntura e la miofibrolisi seppur  indipendenti possono diventare trattamenti terapeutici complementari per la risoluzione di diversi dolori muscolo scheletrici.

E chiaro che se esiste una postura scorretta  o microtraumi ripetuti dovuti all’attività lavorativa, il risultato potrà essere incompleto e necessiterà quando possibile di un lavoro di rieducazione fisica e  correzione posturale.

Per quel che riguarda l’aspetto emozionale, l’agopuntura potrà aiutare limitare le tensioni, ma talora richiederà anche un’opera di introspezione e di consapevolezza che porti ad un cambiamento  reale e tangibile della vita e del modo di affrontarla.

Pertanto nel caso di alterazioni degenerative permanenti quali l’artrosi o deformazioni scheletriche anche gravi, così come negli esiti di traumi, il trattamento con la miofibrolisi e, meglio ancora, il trattamento combinato miofibrolisi-agopuntura  saranno in grado di ridurre la componente dolorosa in modo soddisfacente consentendo una limitazione della terapia antidolorifica e miorilassante.

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L’agopuntura di oggi: un trattamento poco aggressivo

Catherine Bellwald Lagopuntura di oggi: un trattamento poco aggressivoMi viene da sorridere pensando a  tanti anni fa, quando  il primo paziente mi diceva mentre lo trattavo con l’agopuntura:

“Ma dottoressa… lei si diverte!”

Ancora  professionalmente acerba, mi ricordo di non aver gradito la battuta e di aver risposto che avevo altri modi per divertirmi.

A distanza di quasi 10 anni capisco da cosa possa scaturire una simile affermazione, che ancora oggi si ripete frequentemente.

Proprio ieri un paziente mi diceva: “Quando prende gli aghi in mano le “sberlusigano” gli occhi!”.

In effetti a  me piace davvero  il mio lavoro e presumo si veda chiaramente; gli aghi e gli strumenti della miofibrolisi sono la continuazione delle mie dita e le mie preziose e amate  armi per combattere il nemico numero uno: il dolore. A loro sono grata come a tutti gli insegnanti e maestri che ho avuto o che il mondo ha avuto affinché questa arte potesse arrivare fino a me.

Questo amore si vede e alcuni lo scambiano per sadismo ma si chiama in realtà intensità; è la stessa che proviamo quando si fa uno sport o un hobby che ci piace. La caccia,per esempio, avete mai visto un cacciatore non amare i sui fucili e non amare andare a caccia? Ecco è la stessa cosa,e lo stesso vale per altre passioni come lo sci o la vela. Ho potuto trasformare la mia passione nel mio lavoro e devo dire che questa è un grande fortuna perché riduce in modo assolutamente incredibile il carico e la fatica legati alla professione medica.

E’ anche molto interessante vedere come negli anni il mio modo di pungere sia via via diventato sempre più delicato e meno aggressivo. In particolare al rientro dal soggiorno e master in  Cina avevo imparato a pungere alla cinese. Prediligevo gli aghi grossi e lunghi, stimolazioni dirette sull’ago, l’utilizzo dell’elettroagopuntura e anche i sanguinamenti.

In Cina i pazienti anziani chiedevano espressamente ai medici di sentire l’effetto dell’ago in maniera forte. Un detto popolare presente anche da noi: più brucia e meglio è! Per un cinese essere punto da una dottoressa bionda metteva a disagio e dovevi in un certo modo dimostrare che sapevi maneggiare gli aghi con disinvoltura e grinta per essere accettata.

Tutti noi oggi sappiamo che non è affatto necessario che un disinfettante bruci per essere attivo sui germi e lo stesso vale per gli aghi. Anche in agopuntura abbiamo scoperto che  non è vero che più l’ago è grosso o più  è stimolato e più funziona, è una leggenda!  Oggi la produzione industriale degli aghi consente di avere a disposizione  aghi  monouso e sterili e soprattutto sempre più sottili.

Tenete conto che gli aghi che utilizzo oggi sono dalle 10 alle 20 volte più piccoli dei comuni aghi da prelievo ematologico. Certo con questi aghi non è possibile ottenere un  sanguinamento o esercitare una forte stimolazione diretta sull’ago, come non è possibile applicare gli elettrodi o pezzi di moxa perchè gli aghi non sopporterebbero il loro peso.

E’ però possibile utilizzare tecniche molto antiche di agopuntura dove solo la scelta di una specifica combinazione di punti costituisce l’anima del trattamento in assenza di qualunque altro strumento.  E’ sufficiente una bustina di aghi e niente altro. Niente fumo o odore di moxa che ti resta addosso a vita, niente sangue, niente fili o scariche elettriche. Un lavoro semplice, pulito e raffinato

Il mio maestro Dott Tan diceva ” per spegnere una lampadina potete romperla con un sasso  o molto elegantemente spegnere l’interruttore …. se sapete dove si trova!”

I giapponesi sono stati i primi a produrre questi aghi sottili e come sempre a raffinare il lavoro dei cinesi, ma oggi sono prodotti su larga scala e  basso costo anche in Cina dove stanno arrivando ma con un po’ di ritardo. Infatti loro sono rimasti ad un’agopuntura un po’ più grezza, ottenuta soprattutto dal recupero della fetta più superficiale della loro antica  tradizione millenaria che con la rivoluzione cinese ha rischiato di andare persa completamente.

L’agopuntura più occulta però si è salvata attraverso la trasmissione orale da padre a figlio come avveniva una volta e, non ci crederete, i migliori agopuntori cinesi e coreani oggi sono tutti residenti in America.

Non ho niente contro l’utilizzo dell’ agomoxa, dell’elettroagopuntura  e dei sanguinamenti; ho praticato queste tecniche per tanti anni ma dopo aver imparato a spegnere le lampadine con l’interruttore non posso più tornare in dietro! Con questa antica metodica si costruiscono dei trattamenti che, oltre che essere molto più tollerati sono anche esteticamente eleganti quasi come una composizione floreale o un piatto di sushi.

E se il dolore coinvolge la parte tendinomuscolare o osteoarticolare  aggiungo  la tecnica della miofibrolisi e l’applicazione di esercizi specifici e mirati.  Come ho esposto al convegno di agopuntura di Bologna  gli strumenti metallici della miofibrolisi ricalcano in modo sorprendente le diverse forme dei Guasha ancora usati nella medicina orientale popolare ma andati in disuso per la forte reazione infiammatoria della cute.

l vantaggi di questi nuovi strumenti sono innanzitutto di consentire la sterilità e la possibilità di eseguire un lavoro preciso e  specifico, capace di raggiungere i diversi tessuti anche quelli più profondi come le inserzioni periostiali dove spesso di annidano le tensioni più interne.

Anche la conoscenza sul movimento e delle leggi meccaniche di ogni singolo muscolo sono state sviscerate nell’ultimo secolo in modo preciso da numerosi fisioterapisti. Dal generico “non stia fermo ma muova pure la parte dolente” oggi si può aggiungere in modo preciso, quale esercizio è indicato e quale no e come farli nel modo più conveniente  con l’obiettivo di allungare o distendere un determinato distretto tendinomuscolare piuttosto che un altro.

Il massaggio, il movimento, la dieta e la fitoterapia erano da sempre incluse nelle arti mediche orientali, aggiungere nozioni precise sui componenti biochimici o muscolari piuttosto che utilizzare strumenti più sicuri dal punto di vista della sterilità ma anche della accettazione del paziente mi sembra un buon passo nella direzione giusta.

Ovvero unire e integrare le antiche conoscenze mediche orientali con le nuove  aquisizioni della medicina occidentale.

Usare l’agopuntura non significa essere non aggiornati sulle nuove scoperte in campo scientifico e neanche essere dei masochisti. Avete mai notato che nei i film  dove fanno vedere trattamenti di agopuntura i pazienti sono leteralmente ricoperti da aghi, oppure l’agopuntura è rilegata a un mondo magico e di occultismo?

L’agopuntura non è una fede e non è in grado di trascinare i pazienti verso la via della perdizione religiosa come sono convinti alcuni cristiani evangelisti.

L’agopuntura è una tecnica antichissima di medicina la cui applicazione moderna ne consente un utilizzo estremamente poco invasivo ed assolutamente sicuro e la cui efficacia ne permette una applicazione  molto più vasta di quanto non si pensi anche su casi impegnativi e presenti da lungo tempo.



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Per la discopatia non c’è solo l’ortopedia!

Catherine Bellwald Per la discopatia non cè solo lortopedia!Recentemente, parlando del più e del meno con una giovane donna incontrata in piscina, dove cerco di andare a nuotare per mantenermi in movimento e rinfrescarmi allo stesso tempo, siamo arrivati a parlare dei suoi dolori cervicali.

Mi ha  meravigliato come questa persona, quando le ho suggerito di provare con l’agopuntura, mi abbia risposto convinta:” ma io ho delle protrusioni discali!” e poi ha aggiunto “ma l’agopuntura non agisce solamente come panacea contro il dolore?”

Questa è una idea divulgata comunemente, l’unica cosa per la quale viene riconosciuta l’agopuntrura; per la sua azione anestetica o antidolorifica. La conclusione è quindi che usarla quando esiste un problema fisico non ha senso!  Questo è un errore grossolano sia di valutazione della causa del dolore, che della possibilità di curarlo.

Il primo grande errore sta nel considerare il dolore come il frutto diretto della patologia riscontrata dagli esami strumentali; discopatia, artrosi, tendinite, trauma pregresso. Certo, queste problematiche non vanno negate anzi, possono essere  la causa primaria del disturbo doloroso ma il ragionamento non deve fermarsi qui.

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Il trattamento della pubalgia

Catherine Bellwald Il trattamento della pubalgiaRecentemente ho trattato un giovane uomo, affetto da pubalgia da circa 3 mesi.

Per pubalgia si intende una tendinopatia inserzionale dei muscoli adduttori della coscia, ma si fa comunque riferimento a qualunque tipo di dolore localizzato in regione addomino-pubo-crurale.

Il dolore di solito è legato ad un sovracarico muscolare degli adduttori o a microtraumi ed è frequente in alcuni sports quali calcio e corsa.

Ma non è sempre così semplice, esiste una fascia di popolazione non facilmente identificabile che soffre di questa patologia in assenza di attività motoria, sovrapeso o altri fattori predisponenti.

Ci sono delle lombalgie da discopatie che si manifestano con dolore irradiato localizzato in regione inguinale, in questo caso al test di pressione lombare compare dolore, così come durante l’esecuzione di movimenti del rachide lombare e alla palpazione è possibile trovare dei trigger points dolorosi in regione lombare.

Ma ci sono pazienti negativi anche a questi test come il mio paziente, trentenne, nessuna storia di lombalgia nessun segno di dolore lombare, nessun dolore alle prove di resistenza degli adduttori ma un dolore presente in modo continuo durante la deambulazione. Nessun dolore alla defecazione o durante la tosse forzata per escludere una patologia erniaria, nessun dolore ne disturbo alla minzione e durante l’attività sessuale per escludere disturbi urologici.

L’unico particolare da annotare: un lutto in famiglia avvenuto esattamente tre mesi fa.

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sport che passione

Catherine Bellwald sport che passioneMolti frequentatori del mio studio medico sono sportivi, sportivi appassionati direi… insomma  soggetti così appassionati da sottoporre il proprio corpo ad una  dura disciplina fisica, ore e ore di allenamento.

Talora succede che i microtraumi ripetuti possano generare, nelle strutture tendinee più sotto stress, importanti quadri infiammatori cronici fino ad arrivare a vere e proprie lesioni.

In questi casi non sono più sufficienti il riposo, l’applicazione di pomate locali con massaggi, esercizi di allungamento o un lavoro muscolare progressivo: occorre curarsi, e farlo nel modo più naturale possibile, ossia assumendo sostanze con i minori effetti tossici.

In Omeopatia  è possibile trarre giovamento dall’Arnica Montana ma anche dal Rhus Toxicodendron per il suo tropismo per le strutture tendinomuscolari.

L’Agopuntura può migliorare l’irrorazione di sangue e di energia locale bloccata dal micro o macrotrauma in modo molto più mirato e specifico rispetto alle terapie di calore esogene, comunque utili come ultrasuono e laser.

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