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	<title>Uno Due Tre&#187; mente</title>
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	<description>Volersi bene è già curarsi</description>
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    <title>Uno Due Tre</title>
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		<title>Yoga: imparare a stare in piedi</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 23:23:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cathe</dc:creator>
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		<category><![CDATA[abbandono]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho già parlato dell&#8217;importanza dell&#8217;attività motoria nello sviluppo della personalità e come questa possa, attraverso la focalizzazione  sull&#8217;oggetto corpo o centro motore,  direzionare  la mente verso il conseguimento di un qualunque altro obiettivo, disciplinandola e insegnandole a non fare capricci. Si, perchè la nostra mente tende abitualmente a fare capricci. In realtà ognuno di noi  vorrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3458" style="border: white 5px solid;" title="yoga asana" src="http://www.unoduetre.eu/wp-content/uploads/yoga-asana-192x300.jpg" alt="Catherine Bellwald Yoga: imparare a stare in piedi" width="192" height="300" />Ho già parlato dell&#8217;importanza dell&#8217;attività motoria nello sviluppo della personalità e come questa possa, attraverso la focalizzazione  sull&#8217;oggetto corpo o centro motore,  direzionare  la mente verso il conseguimento di un qualunque altro obiettivo, disciplinandola e insegnandole a non fare capricci.</p>
<p>Si, perchè la nostra mente tende abitualmente a fare capricci. In realtà ognuno di noi  vorrebbe raggiungere i risultati con il minor sforzo possibile, come tutte le macchine,  tutti i bambini,  tutte le cose di questo mondo. E&#8217; una legge che porta al risparmio energetico, la legge di minor resistenza, tanto comoda da un lato ma  terribilmente dannosa dall&#8217;altro.</p>
<p>Nella pratica dello yoga questo meccanismo è davvero molto facilmente riconoscibile; quando si tratta di restare a lungo nelle posture o asanas, tutti pensano sia facile perchè richiama il concetto di  passività ma non vi è niente di facile ne di veramente passivo nel voler essere passivi.  Il lasciare accadere e il cedere totamente è in questo caso un&#8217;azione totalmente volontaria.</p>
<p>Il corpo, arrivato e condotto al massimo del suo stiramento o forza, tenderà a  tornare a riposo il più presto possibile, inviando alla mente sensazioni varie di disagio. Sta al praticante esperto riconoscere il vero limite e il vero bisogno del corpo di ritornare a riposo,  imparando man mano  a guardare  quante volte si è presi in giro dalla nostra stessa mente; pigra, abitudinaria o semplicemente poco determinata e focalizzata, che magari mentre stai facendo una postura pensa a cosa preparare per cena.<span id="more-3456"></span>Raggiungere con una posizione il massimo delle nostre possibilità fisiche necessita la focalizzazione del nostro pensiero sull&#8217;obiettivo senza dispersioni;  per mantenere nel tempo la postura in modo intenso ovvero senza superficializzarsi,  è richiesta una ulteriore determinazione realizzabile solo attraverso un atto volontario di rilassamento, sia della mente che del corpo, in grado di conseguire un&#8217; ulteriore approfondimento della postura. E&#8217; quello che potremmo definire abbandono. Quando si consegue questo risultato è qualcosa di magico e di potente nello stesso tempo e sono poche le possibilità di apprendere questa arte nella vita.</p>
<p>L&#8217;abbandono è accogliere tutto quello che arriva, dolore, tensione, sudore, pensieri di paura o di fastidio, senso di fatica mentale e così via; una volta accolto tutto questo si percepisce quanto la mente in realtà possa fare molto di più che opporsi e frenare. Essa può condurci al di là della piccola mente, in uno spazio e in un tempo senza spazio e senza tempo, dove non ci sono i soliti piccoli limiti  ma nuove possibilità da esplorare.</p>
<p>Lo yoga quindi non solo serve a mantenere le articolazioni elastiche ma anche la mente; ci permette di accogliere non solo le posture ma tutti quegli eventi che non sono andati esattamente come avremmo voluto  e soprattutto ci consente di accogliere gli altri prendendo e accettando tutto di loro  e non solo quello che combacia bene con la nostra personalità o indole.</p>
<p>Infine la forza data dalla notra determinazione ci consente di restare diritti  davanti alla vita, senza chinare continuamente il capo per paura dell&#8217;autorità o della scarsa accettazione degli altri o semplicemente per comodità e pigrizia e solo stando in piedi noi possiamo aspirare a camminare verso un obiettivo.</p>
<p>Posso affermare con tranquillità che lo yoga, se ben insegnato e ben praticato, è uno strumento per imparare tutto questo e molto di più; ecco perchè non è possibile  considerarlo una semplice attività motoria ma un&#8217;antica scienza per realizzare se stessi.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>Cortocircuito cognitivo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 23:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cathe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Attenti a..]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo chiamo così. E&#8217; quella forma di errore che a volte si manifesta nella memoria. Avete presente quando si esce dall&#8217;ufficio e non ci ricordiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina? Ecco, quello è un esempio di quello che intendo con questo termine. Noi ripetiamo alcune azioni decine di volte al mese, più o meno sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.marcomittica.it/v1.0/cms/WordPress2.7/?m=200807"><img class="alignleft size-medium wp-image-2216" style="border: 5px solid white;" title="cortocircuito cognitivo" src="http://www.unoduetre.eu/wp-content/uploads/cervello_che_fuma-187x280.jpeg" alt="Catherine Bellwald Cortocircuito cognitivo" width="187" height="280" /></a>Lo chiamo così. E&#8217; quella forma di errore che a volte si manifesta nella memoria.</p>
<p>Avete presente quando si esce dall&#8217;ufficio e non ci ricordiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina? Ecco, quello è un esempio di quello che intendo con questo termine.</p>
<p>Noi ripetiamo alcune azioni decine di volte al mese, più o meno sempre uguali, ma con differenze più o meno sottili tra una volta e l&#8217;altra.</p>
<p>Nel caso dell&#8217;esempio riportato, l&#8217;auto non viene parcheggiata sempre nello stesso punto. Quasi ogni volta la dobbiamo mettere in un posto diverso (e quanti moccoli ogni volta per trovare un parcheggio!).</p>
<p>Ma gli atti che ripetiamo sono sempre della stessa &#8220;categoria&#8221;.</p>
<p>Allo stesso modo in cui un movimento ripetuto un numero sufficiente di volte diventa meccanico, ovvero eseguibile senza doverci pensare, anche una serie di movimenti, se ripetuta in modo più o meno uguale per un certo numero di volte, finisce per essere eseguita senza la necessaria attenzione.</p>
<p>Parcheggiare un&#8217;auto è un&#8217;operazione impegnativa ma quando la eseguiamo tutte le mattine per andare nello stesso posto, ci porta ad una sorta di &#8220;disattenzione&#8221;, una meccanicità che investe quasi sempre i processi cognitivi.<span id="more-2215"></span></p>
<p>Ecco allora che prestiamo attenzione di sfuggita al punto in cui siamo, al lato della strada in cui abbiamo parcheggiato e alla posizione della nostra auto lungo il marciapiede.</p>
<p>Ed è in quei momenti che può scattare il cortocircuito. Il processo di memorizzazione, non più supportato dall&#8217;interesse e dall&#8217;attenzione, va per così dire in tilt, e invece di usare i dati reali, quello che ci sta accadendo in quel momento, usa dati di repertorio, sostituendo alla realtà di quel momento il ricordo di un altro molto simile.</p>
<p>Ed è a quel punto che quando usciamo dall&#8217;ufficio la sera, ricordiamo di avere messo la macchina in almeno cinque punti diversi, ovviamente tutti di altri giorni, fino a quando arriviamo alla fatidica domanda:</p>
<p>&#8220;Ma dove cavolo ho messo la macchina stamattina?&#8221; E a quel punto realizziamo che l&#8217;informazione sulla locazione dell&#8217;auto è persa e iniziamo a cercarla lungo la strada.</p>
<p>Ed è solo dopo parecchi minuti, parolacce e paura (&#8220;Me l&#8217;hanno rubata&#8221;, &#8220;Me l&#8217;hanno rimossa i vigili&#8221;&#8230;) che finalmente la vediamo lì dove l&#8217;avevamo lasciata e il flusso di ricordi, fino a quel momento prigionieri di quella sorta di &#8220;cortocircuito&#8221; cognitivo, si libera.</p>
<p>Il giorno dopo, ovviamente, siamo punto e daccapo.</p>
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		<title>Equilibrio instabile &#8211; by Valeria</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 09:06:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valeria</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[equilibrio]]></category>
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		<description><![CDATA[Avete mai cercato di mettere in equilibrio una biglia di vetro sulla sommità di un rilievo? Magari anche ci riuscite! Dai fisici questa condizione viene definita “posizione di equilibrio instabile” perché è sufficiente che una minima perturbazione agisca sulla pallina affinché questa rotoli giù lungo il crinale… Quando però la biglia raggiunge il fondo dell’avvallamento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><br class="spacer_" /></p>
<p><a href="http://www.unoduetre.eu/wp-content/uploads/biglie1.jpg" rel="lightbox[2121]"><img class="alignleft size-medium wp-image-2122" style="border: 5px solid white;"  src="http://www.unoduetre.eu/wp-content/uploads/biglie1-300x264.jpg" alt="Catherine Bellwald Equilibrio instabile   by Valeria" width="300" height="264" title="Catherine Bellwald unoduetre.eu Equilibrio instabile   by Valeria" /></a>Avete mai cercato di mettere in equilibrio una biglia di vetro sulla sommità di un rilievo? Magari anche ci riuscite!</p>
<p>Dai fisici questa condizione viene definita “posizione di equilibrio instabile” perché è sufficiente che una minima perturbazione agisca sulla pallina affinché questa rotoli giù lungo il crinale…</p>
<p>Quando però la biglia raggiunge il fondo dell’avvallamento, verrà a trovarsi in una “posizione di equilibrio stabile”; infatti, se una perturbazione la sposterà dalla posizione raggiunta, essa tenderà a tornare spontaneamente nella posizione iniziale (a meno che, naturalmente, la perturbazione non abbia energia sufficiente da far superare alla pallina il dislivello tra il fondo dell’avvallamento e l’apice del rilievo).</p>
<p>Questo fenomeno, nella sua semplicità, mi colpì moltissimo quando a suo tempo lo studiai.</p>
<p>Mi domandavo se qualcosa di simile accada anche nella nostra mente.<span id="more-2121"></span></p>
<p>Certo noi non vediamo le geometrie che rendono il movimento della mente stabile o instabile, e dunque facciamo fatica a farcene un’idea “logica”, ma ci accorgiamo bene della differenza tra mente tranquilla, ferma, calma e mente agitata.</p>
<p>Procedendo in questa analogia del tutto ipotetica, possiamo pensare che così come l’equilibrio della biglia dipende sia dalle forze esercitate dall’esterno che dalla geometria della superficie su cui appoggia, anche l’equilibrio della mente umana sarà influenzato dalle condizioni al contorno ma anche da qualcosa di interiore e di più profondo che potrebbe essere equiparato appunto a quella superficie.</p>
<p>Se la “superficie” su cui poggia la mente fosse il più possibile “piana”, ovvero priva di asperità, ecco che la mente si verrebbe a trovare in una condizione di “equilibrio stabile”.</p>
<p>Le asperità si possono individuare nelle nostre paure, nella rabbia, insofferenza, falsità, ipocrisia, bisogni…</p>
<p>Ma, per restare nell’allegoria, quali geometrie occupa tutto questo? Forse quelle su cui poggia la mente ordinaria?</p>
<p>Su quale tipo di “superficie” la mente dovrebbe venire a trovarsi affinché possa raggiungere una condizione di stabilità? Quale potrebbe essere quella “superficie” più ampia e priva di picchi ed avvallamenti, quel limpido mare calmo, che andiamo cercando?</p>
<p>Forse trovarla è impossibile, qualsiasi sia lo sforzo di volontà compiuto, almeno fino a quando la mente non farà il primo indispensabile passo al di là del suo campo ordinario, osando finalmente poggiare sul terreno del cuore…</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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