Articoli a proposito di ‘memoria’

La memoria del dolore

1/8/11

Catherine Bellwald La memoria del doloreUna delle cose che mi stupisce sempre vedere è come il dolore tenda a sparire velocemente dalla nostra memoria. Ho seguito molti pazienti con dolori molto acuti. A distanza di tempo i pazienti stessi mi riferiscono che per loro è sempre più difficile ricordare l’intensità del dolore vissuto.

Come se con lo star sempre meglio la memoria ne sbiadisse gradualmente i contorni, fino a farli perdere anche quasi completamente. Restano solo un’idea e una consapevolezza dell’essere stati male ma non molto di più.

Per un medico che lavora sul dolore interrogare il paziente su di esso è una cosa molto importante che necessita un lavoro dedicato. La scala soggettiva del dolore è solo una prima partenza ma può aiutare. Si chiede di definirne l’intensità da 0 a 10 considerando 10 un dolore insopportabile e 0 l’assenza del dolore.

Questo lavoro è possibile in caso di dolore acuto e cronico di una certa intensità; su quello più lieve diventa difficile trovare una scala che consenta di studiare le sfumature presenti tra un’ ipotetico 3 e l’assenza di dolore.

Allora è necessario fare domande precise sulla durata del dolore, se dormono bene, e su cosa riescono a fare. In questo modo  è possibile valutare e far si che il paziente si accorga in modo più razionale del miglioramento anche quando questo non è consapevolizzato.

Una delle peculiarità del mio lavoro è proprio di capire dove e come si muove un dolore che può essere non solo di maggiore o minore intensità ma la cui percezione può variare di moltissimo al cambiare delle condizioni soggettive del paziente. La sua qualità traffittiva, urente e soprattutto il tempo con il quale il dolore si manifesta sono molto variabili.

Non è sempre facile fare questo anche perchè alcuni pazienti negano l’evidenza fino al completo miglioramento o non vogliono illudersi del possibile miglioramento. Mi è capitato un paziente che dopo alcune sedute entrò in studio dicendo ” mi dispiace ammetterlo ma sto molto meglio!”

Il corpo fisico invece ricorda tutto e molto bene, potremmo dire che ha una memoria da elefante! Interessante dare agli animali una memoria più acuta della nostra, si ritiene che gli animali ricordano a vita chi e cosa abbia  generato o eliminato la sofferenza.

I muscoli  e tutto il sistema miofasciale, dalla cute fino all’inserzione ossea dei tendini e legamenti mantiene come una memoria del dolore sopportato e condiziona il movimento ovviamente in una sorta di evitamento dello stesso.  Il corpo possiede una specie di memoria parallela a quella ordinaria che anzi direi  più profonda e permanente. Ogni trauma e dolore vengono registrati, non ha importanza se siano presenti o no nei nostri ricordi coscienti.

L’energia circola in modo scorretto nel punto del trauma e questo genera una specie di nodo o intoppo alla circolazione che può persistere anche molto tempo dopo l’evento traumatico, impedendo e ostacolando il naturale riequilibrio della parte offesa. Queste aree dolorose o trigger points possono essere definite anche aree di memoria del dolore. Si ritiene che possano generarsi anche con dei microtraumi ripetuti e con dei traumi emozionali.

Ecco perchè si trattano sempre le cicatrici e si deve cercare nel corpo, soprattutto dopo un trauma, la presenza di aree dolorose  alla palpazione. La loro eliminazione completa permette il recupero di un movimento più libero e naturale, riduce il dolore da esso generato e le riacutizzazioni del dolori dopo sforzi fisici o correnti d’aria.

Il dolore però  percepito o meno per quello che è realmente, condiziona fortemente il nostro comportamento e tutto il nostro modo di essere. L’intero nostro ambiente ne viene influenzato dalle rinunce fisiche da un lato alla accettazione di poter sopportare anche il dolore dall’altra.

Agendo con l’agopuntura ma anche con altre metodiche quali la miofibrolisi sui punti opportuni è possibile intervenire sul disequilibrio circolatorio, disperdendo l’energia in eccesso o ricanalizzandola e permettendone nuovamente il corretto fluire.

Diciamo che in un certo senso è come quando in psichiatria si porta alla luce un trauma emotivo per eliminare comportamenti aberranti conseguenti al fatto.

Solo che in questo caso la memoria da guarire è quella del corpo.

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Cortocircuito cognitivo

17/9/09

Catherine Bellwald Cortocircuito cognitivoLo chiamo così. E’ quella forma di errore che a volte si manifesta nella memoria.

Avete presente quando si esce dall’ufficio e non ci ricordiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina? Ecco, quello è un esempio di quello che intendo con questo termine.

Noi ripetiamo alcune azioni decine di volte al mese, più o meno sempre uguali, ma con differenze più o meno sottili tra una volta e l’altra.

Nel caso dell’esempio riportato, l’auto non viene parcheggiata sempre nello stesso punto. Quasi ogni volta la dobbiamo mettere in un posto diverso (e quanti moccoli ogni volta per trovare un parcheggio!).

Ma gli atti che ripetiamo sono sempre della stessa “categoria”.

Allo stesso modo in cui un movimento ripetuto un numero sufficiente di volte diventa meccanico, ovvero eseguibile senza doverci pensare, anche una serie di movimenti, se ripetuta in modo più o meno uguale per un certo numero di volte, finisce per essere eseguita senza la necessaria attenzione.

Parcheggiare un’auto è un’operazione impegnativa ma quando la eseguiamo tutte le mattine per andare nello stesso posto, ci porta ad una sorta di “disattenzione”, una meccanicità che investe quasi sempre i processi cognitivi. (continua…)

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