Articoli a proposito di ‘medici’

La speranza durante la malattia

3/11/11

Catherine Bellwald   La speranza durante la malattiaSignora si rassegni suo figlio non piangerà più” è la frase che hanno detto alla mamma di un paziente uscito dal coma dopo un incidente in moto. Al paziente veniva poi detto al suo risveglio ” ci vorranno anni per tornare a camminare e non correrai mai più!”

Il paziente oggi a distanza di meno di un anno non solo piange ma cammina e corre e si allena esattamente come faceva prima dell’incidente. Certo non è lo stesso di prima, ma nessuno di noi è lo stesso di prima.

Affermare che che non c’è speranza è come affermare il suo contrario ovvero che non ci sono problemi, in entrambi i casi sono posizioni troppo rigide e la  verità è che a noi medici non è dato di sapere come andranno le cose, non siamo maghi ne veggenti, non sappiamo se una situazione che sta migliorando continuerà a migliorare oppure se, viceversa, una situazione che sembra stazionaria non possa iniziare a migliorare.

Possiamo grazie alle conoscenze e alla nostra esperienza considerare i fattori favorevoli e sfavorevoli per il recupero e spiegarli al paziente con calma senza assicurare un miglioramento ma senza fare l’esatto contrario ovvero negandolo in senso assoluto come un dato certo. La medicina non è una scienza perfetta e tanto meno certa; ogni individuo risponde in modo del tutto individuale.

La classe medica per eccellenza si glorifica del non voler dare al paziente false speranze e punta spesso il dito contro coloro che si pongono in modo diverso e con maggior speranza nei confronti di una  patologia indipendentemente dalla gravità. Quel che succede in ambiente sanitario è  spesso che si eccede nello sparare sentenze drastiche piuttosto che il contrario.

E’ diverso dire “non lo farai mai più, scordatelo” e dire “la situazione è grave, non so davvero fino a che punto potremmo recuperare” e ancora  dire ”finirai in carrozzella”  piuttosto che affermare “se non ti curi o non prendi la cosa seriamente, potresti peggiorare in modo anche severo“. Frasi come “se lo deve tenere”  e “non c’è niente da fare” sono all’ordine del giorno in medicina.

L’idea che mi sono sempre fatta a questo riguardo è quella di pensare che sono proprio i medici ad avere maggiormente paura delle malattie e con questi atteggiamenti di superiorità quasi gelida e distaccata esorcizzano la loro paura e la paura delle responsabilità. Questo giustificherebbe come mai il comportamento di “ammazza speranza” è così diffuso in alcuni ambienti come le unità intensive o la rianimazione.

In effetti la responsabilità di fare o dire la cosa giusta al momento giusto è talora pesante e non basta dare il farmaco o consigliare l’intervento o la visita specialistica per avere in cura una persona nella sua interezza. Ci sono tempi da rispettare e bisogna saper ascoltare le problematiche fisiche, chimiche, psichiche e sociali di quella specifica persona e non è affatto semplice!

Credo che si possano dare informazioni anche gravi senza essere cinici e senza calcare la  mano. E’ possibile dire a un paziente che è affetto da una malattia grave come una neoplasia maligna senza sotterrarlo sotto la nostra paura pur sapendo che già da solo lo starà facendo.

Nello stesso modo aprire una speranza terapeutica soprattutto per malattie meno gravi ma croniche come le frequenti algie articolari su base artrosica è sacrosanto. Sono tantissimi i pazienti che arrivano all’agopuntura convinti di non poter fare niente e ai quali non sembra possibile essere migliorati così tanto solo perchè  ormai si erano convinti di non potersi più liberare dal loro problema o dolore.

Credo fermamente che la speranza non debba mai e poi mai essere tolta, fino alla fine. Ovvero fino a quando non ci si trova faccia a faccia con la morte, a questo punto il lavoro è completamente diverso; si tratta di aiutare l’intero nucleo famigliare ad accettare questo inevitabile distacco.

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Anche un buon medico ha bisogno di un buon paziente

25/1/10

Catherine Bellwald Anche un buon medico ha bisogno di un buon pazienteTrovare un buon medico è difficile, siamo tutti d’accordo, per questo motivo molti ricorrono ad altre figure perchè traumatizzate da pregresse esperienze.

E’ infatti comune pensare che i medici in genere siano capaci soprattutto di far fare molti esami, spaventare a morte i pazienti e, quando si tratta di trovare strategie terapeutiche, ricorrere immancabilmente ai soliti  farmaci; gli ansiolitici per l’ansia, gli ipnotici per l’insonnia, gli antinfiammatori e cortisonici per il dolore in genere fino ad arrivare agli oppiacei  e cosi via.

Le persone che vedono in questo attegggiamento un limite non sono più disposte ad andare dai dottori e questo è un pò un dramma; si va dal pranoterapeuta, dall’osteopata e naturopata, di solito paramedici ovvero non laureati in medicina: fra questi alcuni sono davvero competenti e seri, mentre altri hanno una preparazione ed esperienza medica assolutamente insufficienti per valutare alcune situazioni patologiche nel loro insieme.

Spesso è proprio quest’ultima categoria a mostrare sicurezza e infallibilità, ostentando diagnosi assolutamente certe sull’origine del disturbo.

Al di lè di tutto però, una cosa è certa: se è importante per il paziente trovare un buon medico o terapeuta, altrettanto è per il medico trovare un buon paziente. E, lo devo proprio dire, la cosa non è affatto ovvia.

Un buon paziente è colui che non gira a destra e sinistra da diversi specialisti per i diversi disturbi che ha ma fa un passo alla volta, riferendo e  chiedendo consiglio sull’eventuale utilità di andare da altri. Anche se è impossibile essere esperti in tutto,  la medicina dovrebbe occuparsi di tutti i distretti, dalla pelle all”intestino, alla spalla… ovvero bisognerebbe curare il soggetto nella sua totalità.

Sono molti, anzi moltissimi, i pazienti che  pensano “la spalla la tratto dall’agopuntore e la colite dal gastroenterologo” , oppure che un disturbo sia dovuto a una cosa e un altro ad un’altra, non ritenendo vi sia alcun legame e neanche un senso parlarne con chi ti sta curando appunto la spalla.

Un paziente deve essere anzitutto quello che dice il nome: paziente e certamente anche il medico lo deve essere!

Succede spesso invece che il paziente decida di concludere il suo trattamento senza aspettare che sia il medico a dirglielo, forse è abituato a medici che se ne approfittano o forse per la comune e solita fretta o forse perchè vuole gestire lui il suo tempo e le sue decisioni. Quello che accade comunemenete oggi è che il paziente, raggiunto un discreto miglioramento che  supera il 50%, lo ritiene sufficiente.

Il lavoro con l’agopuntura e con la fitoterapia è quello di modificare uno squilibrio che, come si può capire nel caso di una bilancia, resta tale finche non è tolto completamente, altrimenti, più o meno rapidamente, si verificheranno le cosiddette recidive.

Un buon paziente non aspetta vent’anni per trattare un disturbo dichiarando, dopo i primi cinque trattamenti,  di essere deluso per la scarsità di quell’efficacia che, a tratti o in modo parziale, riferisce di aver comunque sentito sul proprio organismo.

Ci vogliono almeno un anno di terapia continuativa e due anni di terapia non continuativa in totale per pensare ad una vera guarigione su un disturbo presente da oltre vent’anni e se vi dicono che vi curano in tre sedute vi prendono in giro. (continua…)

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