Il valore terapeutico della scrittura
Dal settecento e dal romanticismo nasceva il desiderio sempre più esteso di mettere nero su bianco le proprie emozioni e il proprio sentire profondo; per molti vi era il diario inteso come rifugio dell’anima che si scriveva e nascondeva segretamente.
Un’altra occasione di scrittura era data dalle lettere di corrispondenza tra amanti lontani, amici o colleghi; missive ricche di un desiderio reale di comunicare al lettore selezionato emozioni e vissuti di uno spessore ormai sconosciuto.
E ancora per gli scienziati di quell’epoca e per tutti i diversi studiosi vi erano gli appunti personali che costituivano il percorso del ragionamento compiuto e i passaggi fatti per arrivarci, cogliendo e immortalando intuizioni che hanno fatto la storia.
Oggi la parola scritta è sottovalutata e per molti un canale di espressione considerato inferiore, talora superficiale e incompleto. Questo avviene perché si associa la scrittura e il suo valore agli sms, ai messaggi su skype o su Facebook o alle fredde mail che non riescono emotivamente a sostituire le lettere. In effetti questi mezzi di comunicazione possono essere semplici mezzi di lavoro, del tutto vuoti di contenuti profondi, talora anche strumenti per mettere in bella mostra magari cose che non sono neanche reali, oppure gesti compulsivi per tentare di sentirsi accettati e sempre più diffusi sui social network.
Per i giovani di oggi il messaggio scritto anche se estremamente sintetico, confinato all’essenziale, con abbreviazioni di ogni genere può ancora essere uno strumento di contatto e di introspezione come lo è sempre stato. Certo siamo lontani dalla bella calligrafia, dalle parole e frasi poetiche che si scrivevano una volta ma anche la punteggiatura, la scelta delle maiuscole e delle parole stesse, anche se operata attraverso un mezzo tecnologico, permette comunque di rivelare qualcosa di più intimo di chi sta scrivendo. Si possono scrivere frasi molto profonde con un semplice sms cose che a voce talora non si riesce a esprimere di persona vuoi per via della costante fretta nella quale viviamo oppure per un senso di timidezza. Resta il fatto che oggi sono molti gli adulti che non amano esprimersi in questo modo per paura di essere giudicati o fraintesi e in molti casi per semplice pigrizia mentale. Si perché per scrivere bisogna prima pensare (oltre che imparare come funziona il mezzo tecnologico ovviamente) e poi quel che è scritto è scritto! ” Verba volant scripta manent!”
Per me la parola scritta e il contenuto degli scritti di questi post sono un metodo di introspezione e di studio che mi consente di focalizzare la mente su un argomento piuttosto che un altro. Non si tratta di leggere qua e là informazioni e fare il copia incolla, questo sistema non funziona nello stesso modo. Ripetere non significa capire. La differenza è sostanziale. Si tratta di leggere, informarsi e poi internamente collegare, unificare, mettere un legame e un senso tra le diverse ipotesi e pensieri comuni e creare un pensiero nuovo non perché è stato scritto per la prima volta, ma perché frutto di un’esperienza personale la nostra.
Il lettore si accorge della differenza perché solo un pensiero veramente interiorizzato può essere spiegato con semplicità e chiarezza senza la maschera della prosopopea e della tracotanza di chi crede di sapere. La parola scritta inoltre è un sistema per conservare un’intuizione della nostra mente che talora velocemente come è arrivata può anche disperdersi.
Infine ancora oggi attraverso la scrittura la mente può elaborare un dolore o una sofferenza scavando nell’intimo degli stessi e nei relativi processi di pensiero, mettendoli a nudo senza vergogna. Scrivere quello che si prova quando difficilmente potremmo parlarne a qualcuno senza essere fraintesi, può diventare un ottimo specchio per vedersi e capire dove si trova la via di uscita.
Gli occhi della mente possono vedere quello che normalmente non vedono: noi stessi.
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Elaborare il dolore per trasformarlo e pacificare
Si parla frequentemente dell’elaborazione del dolore come fase importante anzi determinante per il suo superamento. Il dolore non elaborato resta intatto dentro chi lo vive e continua il suo processo di avvelenamento psichico e successivamente anche fisico.
Molti film, molti romanzi e molti importanti e fondamentali testi di psicologia trattano di questo argomento ma spesso come riferimento a eventi traumatici importanti, nel corso dei quali la mente cancella o blocca un processo di comprensione perché troppo doloroso.
Tutti sanno inoltre come in caso di morte di un famigliare il mancato ritrovamento della salma sia un problema. Lo stesso avviene per non comprensione dell’accaduto, il mancato ritrovamento del colpevole, come l’assenza del riconoscimento da parte della legge del colpevole. Sono tutti eventi che costituiscono per i parenti in vita, un ostacolo quasi insormontabile al superamento del loro dolore.
Non vi è sostegno religioso che tenga la mente continua inesorabile un processo di elaborazione che si schianta sistematicamente contro un muro. In termini informatici il sistema fallisce miseramente…system faillure…internal error…. Il cervello che altro non è che un elaboratore molto sofisticato non si da pace e rischia anche in alcuni casi di andare in crash ..ovvero di impazzire. Come nel film War games dove il computer giocando a tris contro se stesso impara che è impossibile vincere, nel caso della sofferenza quello che succede è che essendo incapaci di capire non si è in grado di superare la situazione.
Lo stesso processo può accadere quando una relazione sentimentale profonda tra due persone viene a cambiare bruscamente o si annulla repentinamente senza un confronto e senza spiegazioni sul perché dell’accaduto. Il marito che esce di casa per prendere le sigarette e non fa più ritorno per capirci. Colui che subisce tale evento non capisce e può andare incontro a una sorta di loop mentale estremamente dannoso per il suo equilibrio psichico.
Ma ancora più pericolosa è la negazione del fatto. Ci sono persone che pur comportandosi in chiaro allontanamento e distacco fisico ed emotivo affermano desideri e sentimenti che sono contraddittori e lasciano così lo spazio a false speranze con l’obiettivo personale talora anche inconscio di poter in un eventuale futuro affermare di non aver mai pensato ne detto frasi compromettenti. Per fare un esempio non dicono “ti lascio perché sono stufo” oppure “perché ho trovato un’altra” oppure “perché mi conviene così” ma: “raffreddo… rallento….è una scelta che non dipende da me”. Vi ricordate nel film Relazioni pericolose la frase che ripeteva il protagonista ” trascende ogni mio controllo” come se non vi fosse scelta nell’abbandono ma quasi un obbligo dettato dall’esterno. Anche uno stupido si accorge di aver ricevuto una fregatura in termini di relazione e si arrabbia ma inconsciamente non può elaborare il distacco fino a quando non lo compie lui stesso oppure finché non affronta l’altro in modo diretto o ancora finché non riceve un messaggio chiaro e inequivocabile della mancanza di possibilità di vivere un certo tipo di relazione.
Questo è un esempio classico che si può trovare facilmente nelle relazioni di coppia il più delle volte perché non si vorrebbe dover scegliere per esempio tra un uomo e l’altro o tra una donna e l’altra ma nella pratica si finisce per essere costretti a farlo pur riconoscendone tutti i limiti e magari l’assurdità del fatto. Non vi è sempre un egoismo da parte di chi compie questa azione ma talora una vera speranza
Una cosa è certa: la mancata chiarezza di comportamento, il mancato punto finale e chiarimento faccia a faccia, che sia fatto per il quieto vivere o per evitare fastidi o per lasciare le porte aperte è fonte certa di una maggior sofferenza per l’impossibilità di elaborare il dolore e quindi di smaltirlo ed eliminarlo. E’ altresì vero che in caso di relazioni non paritarie ovvero con evidente maggioranza di forza sul fronte opposto uno scontro può significare la morte ovvero la sconfitta certa come prezzo da pagare, in questo caso il distacco e la chiara visione del quadro complessivo nella sua intierezza con i rischi che ne possono derivare, costituisce esso stesso il modo per pacificare se stessi. In questo caso si elabora la sofferenza nella capacità seppur difficoltosa di allontanarsi volontariamente dalla fonte della sofferenza che diventa essa stessa una vittoria.
Comprendere resta il punto fondamentale per elaborare il dolore; finché la mente si affligge nel cercare un perché che non riesce a realizzare, non vi è la possibilità di andare oltre e si resta bloccati sui momenti vissuti senza accettare che non ci saranno più. Ecco perché in alcuni casi è indispensabile farsi aiutare da uno specialista che possa permettere questo passaggio di comprensione e quindi di pacificazione.
Si dice che quello che non uccide rafforza ma è altresì vero che un dolore non compreso non uccide ma può far ammalare chi lo subisce suo malgrado perché a lungo andare il suo veleno lo uccide lentamente anche se non si vede.
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Agopuntura: un caso clinico di dolore incoercibile atipico
Ho spesso parlato del dolore indicando la sua tripla natura, infiammatoria, motoria o miofasciale e viscerale. Soffermandomi sulla presenza dei triggers points che si generano comunque sempre con un dolore prolungato e cronicizzato nel tempo e sulla necessità di eliminarli.
Questa volta volevo descrivere un caso davvero particolare che mi è capitato recentemente e che è migliorato progressivamente e rapidamente con l’agopuntura e la miofibrolisi fino alla totale risoluzione. Si tratta di un uomo di 54 anni che dal pieno e completo benessere scopre in seguito a un picco glicemico di rilievo di soffrire di diabete mellito.
Inizia quindi una terapia prima insulinica poi velocemente passa agli ipoglicemizzanti orali con un ottimo controllo della sua glicemia, favorito anche da un regime dietetico controllato. Da quel momento inizia a lamentare un forte dolore dorsale bilaterale localizzato tra D7 e D12 ( tra la 8° e 12° vertebra dorsale) irradiato lungo il decorso costale fino in regione anteriore e poi discendente fino alla regione lombosacrale. Dolore atipico rispetto alle solite algie del rachide, descritto ai limiti del sopportabile, presente in modo continuo 24 ore su 24 e non responsivo ai comuni farmaci antinfiammatori. Contemporaneamente scatta un velocissmo dimagramento con il quale perde 12 kg in 2 mesi e mezzo arrivando a un record minimo “pelle e ossa”.
La sua qualità di vita cambia completamente: non riesce a lavorare, non riesce a riposare e anche camminare diventa un problema, anche dopo pochi passi. Visto il suo stato di grande prostrazione e di debilitazione fisica progressiva si sottopone dapprima a un check up completo strumentale alla ricerca di una purtroppo ormai molto sospetta quanto possibile neoplasia, che invece, fortunatamente, non viene riscontata. Tutto negativo!
Segue una visita fisiatrica dove viene evidenziato un atteggiamento in lieve cifosi dovuta a una postura viziata collegata da un lato con il lavoro e dall’altro con la tendenza a scappare dal dolore. Si sottopone a una ginnastica correttiva che però non lo aiuta minimamente sul fronte del suo dolore. Lo stesso avviene con le terapie eseguite con l’osteopata.
Solo una terapia specifica con farmaci di derivazione oppiacea ad alto dosaggio ( 300mg di tramadolo / die) sembrano dargli sollievo parziale e possibilità di riposare la notte. Solo dopo alcuni mesi di terapia a pieno dosaggio il farmaco viene finalmente ridotto a 150mg al giorno, il tentativo eseguito precedentemente aveva riportato il dolore a livelli di intolleranza. Acquista finalmente alcuni kili ma restano uno stato di dipendenza dal farmaco e una vita lavorativa e sociale molto limitata con un dolore controllabile ma continuo. Andare in macchina per esempio era molto faticoso oltre che doloroso.
Arrivato a questo punto il paziente non si dà per vinto e di sua iniziativa decide di cercare una soluzione diversa e si rivolge a me con due obiettivi già formulati nella sua testa: il primo era quello di ridurre il dolore e gradualmente non assumere più farmaci, il secondo era capire quale potesse essere il legame tra il suo dolore alla schiena e il suo diabete che egli stesso sentiva collegati. Fino a quel momento nessun medico aveva potuto spiegarli e neanche confermare la sua intuizione e percezione interna del possibile collegamento tra i due disturbi: dolore-patologia dismetabolica.
Dalla medicina cinese in regione dorsale ed esattamente all’altezza della 7° vertebra toracica che si colloca su una linea immaginaria che passa per il bordo inferiore della scapola, si trova ai due lati della colonna il punto Bl 17 detto shu del diaframma, una vertebra più sotto si localizza il punto Bl 18 detto punto shu del fegato, un’altra vertebra più in basso troviamo il punto Bl 19 o shu della vescica biliare, sotto ancora il punto Bl 20 shu della milza e ancora sotto al livello della 12° vertebra dorsale troviamo il punto Bl 21 shu dello stomaco.
Un rettangolo di 10 punti tutti vicini e localizzati ai lati della colonna tra D7 e D12 in diretto rapporto con gli organi contenuti sotto il diaframma fra i quali ricordiamo da destra verso sinistra: fegato, vescica biliare o colecisti, stomaco, pancreas e milza o in gergo la coppia milza -pancreas. Secondo la medicina cinese questi punti, detti shu, sono una sorta di collegamento con gli organi interni e quando dolorosi possono essere un segnale di un disagio funzionale dei detti organi. In questo caso quindi il dolore fisico così importante e poco responsivo alle comuni terapie fisioterapiche e antinfiammatorie potrebbe si avere una corrispondenza con la patologia metabolica e con il cambiamento e la rivoluzione interna che il metabolismo aveva messo in piedi negli ultimi mesi.
Il fatto che il dolore si irradiasse lungo il costato seguiva ovviamente il decorso dei nervi intercostali sicuramente sollecitati e irritati in regione paravertebrale, punto di partenza del dolore che poi scendeva lungo tutto il rachide fino in regione lombosacrale.
In questo caso il meridiano o canale di vescica urinaria Bl (Urinary Bladder), che decorre ai lati della colonna vertebrale, veicolava il dolore lungo le strutture miofasciali paravertebrali.
La possibilità di un collegamento tra il dolore fisico e il disturbo metabolico di recente insorgenza poteva certamente avere una sua logica, una relazione intesa come squilibrio energetico collegato agli organi interni.
Questo spiegherebbe perché così velocemente, in meno di 10 sedute, il trattamento di agopuntura sia stato in grado di eliminare completamente il dolore e ovviamente la terapia farmacologica riportando il paziente a una vita motoria e sociale assolutamente adeguata alla sua età e alle sue abitudini.
Un peccato che ancora in questo caso sia sempre il paziente a dover cercare delle alternative terapeutiche e non il sistema sanitario a proporle.
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Influenzare e farsi influenzare
Proprio oggi viaggiando in macchina mi sono trovata a pensare a quanto sia facile farsi influenzare dall’ambiente circostante nostro malgrado e come la cosa spesso anzi quasi sempre passi nel regno del non riconosciuto.
La riflessione mi è giunta osservando quanto le persone che siamo abituati a vedere in un certo ambiente possano cambiare fino al punto da non essere quasi riconoscibili quando le incontriamo in momenti insoliti, e fuori dai “comuni canoni”.
A chi non succede di cambiare totalmente in base alle circostanze, il punto è lo facciamo apposta oppure ci succede? Questo è sostanziale. Il campo di influenza che possiamo generare quando siamo veramente noi stessi è determinante e questo può succedere quando facciamo un lavoro che ci piace e che ci rappresenta e quando ne siamo totalmente responsabili o in totale armonia con chi ne è responsabile.
Allora come nel mio lavoro si ha la possibilità di sentirsi e di percepire esattamente quanto possiamo influenzare gli altri. Sono moltissime le persone che arrivano nel mio studio e dopo pochi minuti affermano “mi sento già meglio“, “qui si sta veramente bene“. Quando poi succede che il paziente arriva carico di dolore e di frustrazione è possibile vedere, non solo attraverso la terapia che necessita ovviamente di un certo tempo, ma anche solo attraverso la presenza tranquilla di qualcuno che ascolta e che non giudica e accoglie, come le cose possano in breve tempo apparire diverse. Spesso non serve neanche la parola o comunque ne bastano poche; è come si è “dentro” che funziona da diluente.
Questo avviene per diluizione come con la chimica, quando in un recipiente d’acqua mettete una goccia di inchiostro lentamente svanisce, allo stesso modo si può diventare dei recipienti di acqua e diluire il dolore e tutte quelle emozioni negative che potremmo definire veleni dell’animo umano. Questa capacità di diluire è dovuta alla possibilità di ogni uomo di mettersi in collegamento con sé stesso e con la propria parte più profonda che è molto ma molto più estesa di quanto non si creda.
La parte più profonda di noi stessi è collegata con la parte più profonda di tutto il resto e in questo tutto il resto possiamo metterci proprio tutto. E’ l’elegante concetto dei frattali esposto molto bene da Lucia Morello nel suo post; il tutto in ogni pezzetto anche più piccolo che si possa immaginare.
Ecco come possiamo diluire anche un grosso dolore semplicemente accedendo a questo spazio interno che tutto contiene. Il bello è che a noi non resterà addosso niente di questo dolore e anzi accedendo a questo spazio, la fatica si limita notevolmente proprio perchè quel tutto presente nel piccolo nostro interno ci nutre più e molto di più di quanto non si possa immaginare.
Ma è altrettanto vero che un ambiente esterno fortemente carico di una valenza emotiva tenderà nella maggior parte dei casi a influenzare il singolo. Questo succede perchè il singolo è rimasto appunto singolo ovvero si è scollegato dal tutto e da se stesso e allora, il più delle volte in modo del tutto inconsapevole, si lascia colorare senza opporre resistenza alcuna dagli eventi esterni o da altre persone; semplicemente… non è.
E’ possibile passare anni interi e in alcuni casi intere esistenze senza accorgersi di non essere noi stessi ma quello che ci si attende da noi, di essere uniformi al nostro ambiente circostante, di adeguarci e così facendo di spegnerci. Se non ci capita l’opportunità di doverlo fare per un motivo preciso o di farlo per caso possiamo anche non sperimentarlo mai.
Quando invece per grazia o per ricerca personale ci capita di accedere a questa esperienza capiamo cosa sia e come si possa ritornare a quello spazio interno. A questo punto è importante trovare il modo di utilizzarlo il più spesso possibile, perchè in questo modo tracciamo una sorta di percorso, di segnaletica che ci consente anche in condizioni di maggior difficoltà di ripercorrere quella strada.
E’ difficile, mi rendo conto, descrivere con le sole parole quello che succede senza sembrare dei mistici illusi e farneticanti ma realmente accade; si tratta di un enorme serbatoio di perfetta armonia che ci circonda tutti e la cui forza non è paragonabile a nient’altro e soprattutto gratis e a disposizione di chiunque la voglia trovare.
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Mai rinunciare a vivere
Rinunciare a essere se stessi è una cosa che si impara già da piccoli e che alcune volte ci accompagna dalla più tenera età. Rinunciare significa fare a meno volontariamente di qualcosa che si possiede.
Rinunciare è poi una parola che, siate onesti, è accompagnata dall’approvazione popolare del “giusto”, se poi a fianco alla parola “rinuncio” aggiungete “per il bene degli altri”, il gioco è fatto; vi siete garantiti l’applauso e la lode di chiunque, nessuno oserà contrapporre parola e neanche pensare che avete anche potuto fare una scelta discutibile.
Siete in una botte di ferro!
Una frase che fa parte del retaggio cattolico pronunciata durante i voti dei sacerdoti è “rinuncio a satana”, rinuncio alla parte di me in ombra per trasformarla in Luce. Un significato totalmente diverso dalla rinuncia a qualcosa di buono e di piacevole, come solitamente intendiamo.
Mostrarsi benefattori e magnanimi è da sempre un sistema molto usato per nutrirsi di gratificazione, crescere in potere e talora anche compiere le più ignobili nefandezze.
Ma quello che qui mi fa piacere condividere è la possibilità di vedere che molte, anzi troppe nostre scelte, sono dettate talora anche inconsapevolmente da questa trappola per topi.
I primi castratori sono quasi sempre i nostri genitori ed è per questo che fare i genitori è l’impresa più difficile del mondo e per la quale è indispensabile non essere superficiali. Approvare e non approvare una scelta dei figli e motivare la nostra approvazione o non approvazione possono essere determinanti per il futuro e per la costruzione di una identità. E lo stesso vale per le nostre di azioni.
Capire cosa muove una scelta o una richiesta e non fermarsi al giusto e non giusto, buono e non buono è di una difficoltà spaventosa e richiede una attenzione e concentrazione massime, perchè tutti i nostri gesti e le nostre parole dovranno essere consapevoli. Dovremmo esserci sul serio e non recitare la nostra parte di genitori.
Non conta cosa si fa, ma come. Vi siete mai svegliati con una grande voglia di affrontare la giornata e con tanta energia da non poter stare a letto ancora e aver solo voglia di buttarvi nella vita e di morderla? Vi è mai capitato di vivere così intensamente da ricordare ogni vostro gesto e ogni dettaglio di quel momento da poterlo riproporre alla mente anche a distanza di tempo?
E ancora avete mai sentito il piacere della luce perfetta, della musica perfetta, del sapore perfetto, dell’unione perfetta? Ebbene in quei momenti voi eravate lì con tutto il vostro essere. Rinunciare a essere è la cosa più nociva che si possa fare, non solo per noi stessi ma per tutti coloro che sono a fianco a noi e che subiscono la nostra influenza.
Rinunciare alle proprie idee per assecondare un padre, una madre, un maestro, una moglie o un marito o un capo ufficio è imperdonabile per noi stessi e se è fatto deliberatamente è imperdonabile per coloro che ce lo impongono.
Fare rinunciare l’altro alla sua libertà è un’opera al nero, molto spesso mascherata da buona azione quotidiana. Se non stiamo attenti, se non stiamo svegli non ce ne accorgiamo neanche, entriamo passivamente nella corrente che lentamente ci allontana da noi stessi. Giorno dopo giorno diventiamo sempre più cinici, sempre più tristi, sempre più scarichi perchè ci siamo scollegati da noi stessi e dalla nostra energia vitale. E meno siamo noi stessi meno riusciamo a vedere quanto ci manca, meno riusciamo a sentire quell’energia, quella voglia di vivere e quella perfezione che altro non è che figlia della luce stessa.
Stiamo molto attenti; è facile addormentarsi e farsi trascinare passivamente dal “si fa così” e dal “così è giusto”, l’ombra e la sua influenza esistono tanto quanto la luce. Una volta si parlava di guerrieri della Luce e in molti miti e religioni si parla di una guerra tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Perchè mai noi non dovremmo lottare? Perchè mai dovremmo subire passivamente una castrazione di noi stessi?Porgere l’altra guancia non è una azione passiva ma attiva data dalla comprensione di quello che ha generato la sberla e capace di riportare l’equilibrio: non è idiozia ma massima visione d’insieme. Ci hanno insegnato a castrarci non solo sessualmente ma in tutti i sensi. Il senso di colpa permea tutta la nostra esistenza terrena, ci sentiamo perennemente in debito, ma la verità è che il vero debito la costruiamo ogni giorno con noi stessi.
Anche se abbiamo una terribile paura di sbagliare non possiamo rinunciare a vivere, dobbiamo provare e riprovare e quando avremo imbroccato la strada per arrivare a noi stessi lo sapremo senza ombra di dubbio, perchè l’energia che si scatena e la forza della nostra mente sono inconfondibili e sono potenti come un raggio di sole.
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L’atto chirurgico: una soluzione estrema anche se talora necessaria
Oggi la tendenza è quella di risolvere molte patologie che possono avere anche risvolti internistici con un atto chirurgico. La fila per eseguire piccoli interventi è ovunque elevatissima.
Si va dal tunnel carpale, spesso collegato a disturbi ormonali, alle tendinopatie delle spalle frequentemente correlate a disturbi viscerali, alle emorroidi e ragadi per lo più secondarie a un calore interno, fino ad arrivare all’inseminazione assistita proposta oggi in modo decisamente frequente anche a coppie che potrebbero arrivare al concepimento in modo naturale con semplici aiuti mirati. Senza parlare del cesareo sempre più frequente per fare un altro esempio.
La chirurgia è oggi molto più sicura e precisa di una volta; le sale chirurgiche sono molto più asettiche, i farmaci antibiotici dati in modo corretto e sistematico; gli strumenti come i bisturi, gli aghi così come l’attrezzatura a scopo emostastico e come supporto visivo quali, lenti, endoscopi, TAC, ecografi, sono all’avanguardia e rendono il lavoro sempre più preciso, un balzo tecnologico in avanti incredibile anche solo rispetto a 20 anni fa.
La soluzione chirurgica, evidentemente di prima scelta in numerosi casi, come nelle malformazioni fisiche, neoplasie, e ovviamente nelle urgenze mediche, ovvero nelle svariate patologie che mettono a repentaglio la vita e la salute del paziente, non dovrebbe a mio parere essere sempre la prima scelta per diverse altre patologie che potremmo invece definire minori.
In molte patologie oggi esclusivamente o prevalentemente chirurgiche, come le dita a scatto, le algie articolari, le piccole ernie sottolegamentose senza segni neurologici e quando le condizioni lo consentono, naturalmente, bisognerebbe prima tentare strade conservative fra cui sicuramente un lavoro sulla ricerca delle possibili cause interne e di soluzioni dalla minor invasività.
La medicina occidentale possiede in effetti pochi strumenti terapeutici e molti strumenti diagnostici sempre più raffinati mentre la medicina cinese possiede moltissime soluzioni terapeutiche utilizzabili con beneficio e minimo rischio allo scopo di recuperare un equilibrio interno e la salute.
Ho conosciuto in questi anni tantissimi pazienti operati anche un numero elevato di volte senza aver risolto il problema e talune anche peggiorandolo; interventi di asportazione di diverticoli per risolvere dolori addominali causati da una lombalgia, protesi d’anca per risolvere un dolore irradiato nevralgico da discopatia lombare completamente risolti invece con l’agopuntura, ad esempio.
Purtroppo ho conosciuto anche un paziente operato 15 volte al rachide lombare per un dolore che non voleva passare e una paziente che dopo numerosi interventi è arrivata fino all’amputazione della gamba per risolvere un dolore nevralgico molto severo che comunque non è passato nonostante l’intervento.
Provare con l’agopuntura in modo serio e continuativo su qualunque dolore importante prima di procedere alla scelta e soluzione chirurgica mi sembra una proposta assai sensata e decisamente più economica in tutti i sensi.
Pensate al costo di un intervento, ai giorni di malattia e di riabilitazione per una spalla operata. Ma a quanto pare è una proposta decisamente out! Non si fa! Troppo pochi specialisti e troppo poca conoscenza del settore: sono moltissimi gli ortopedici convinti che il trattamento con agopuntura non possa risolvere una comune tendinopatia della spalla o sciatica su base discopatica.
Questo perchè non conoscono il meccanismo d’azione dell’agopuntura che considerano solo simil-anestetico e non curativo.
Lo stesso vale per le emorroidi; sono pochissimi i medici a sapere che un adeguato trattamento con fitoterapia cinese mirata è in grado di risolvere in modo decisivo un quadro di emorroidi infiammate.
La soluzione chirurgica, ovvero togliere e tagliare via, dovrebbe, anche in senso psicologico, relazionale e affettivo, essere l’ultima scelta da fare in qualunque rapporto umano.
Prima bisogna cercare di capire quali siano le nostre reali esigenze e non i nostri capricci o desideri egoici, poi una volta chiarito questo punto, esattamente come quando si fa una diagnosi, si deve procedere con la possibilità di trovare delle strategie per risolvere il problema e per far capire le nostre esigenze a chi ci sta intorno .
Questa fase non va saltata a pie’ pari per comodità, ma… attenzione; neanche bisogna soffrire a priori perchè “tanto non vi è rimedio”.
Nella prima situazione non ho dato all’altro la possibilità di vedere e provvedere, nella seconda ho dato per scontato che tanto non potesse capire negando questa possibilità.
E se dall’altra parte le richieste cascano sempre nel vuoto senza che vi sia alcuna possibilità di incontro per trovare una soluzione comune… ebbene a questo punto, e solo a questo punto, è giustificato, anche se talora molto doloroso, tagliare o se preferite rompere, per poter vivere ciò che per noi è davvero importante vivere.
Il paragone calza alla perfezione, un comportamento sano ed equilibrato dovrebbe essere simile sia che si parli di patologie fisiche che di disagi psicorelazionali.
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Emorroidi: rimedi naturali e cause
Avere le emorroidi significa in termini tecnici avere le emorroidi infiammate, dolenti e talora sanguinanti; il termine stesso evoca la perdita di sangue.
Pertanto in senso tecnico le emorroidi sono considerate oggi come strutture anatomiche vascolari assolutamente fisiologiche ricche di innervazioni nervose, che partecipano attivamente alla possibilità di contenere attraverso lo sfintere anale gas, liquidi e feci in modo volontario e ben controllato.
Oggi si ritiene che le emorroidi in sè non siano la patologia ma il risultato di una patologia e questo è già un passo avanti. Nella medicina cinese ogni patologia è il risultato di una situazione patologica nascosta che la ha originata. In medicina occidentale anche se si conoscono molti fattori eziologici e fattori predisponenti sono a tutt’oggi innumerevoli le patologie ad eziologia sconosciuta.
In particolare la corrente di pensiero odierna non considera più le emorroidi come patologiche e la rimozione completa del plesso emorroidario come l’intervento chirurgico più efficace, bensì il contrario, ovvero l’intervento cerca di limitare l’asportazione di tessuto emorroidario al minimo per non danneggiare il complicato sistema della continenza fecale.
La tecnologia ci ha permesso di osservare che la mucosa anale dei soggetti con emorroidi infiammate è spesso prolassata e la considera come la causa dell’infiammazione. Ma ritengo sia legittimo chiedersi: l’infiammazione delle emorroidi, facendo gonfiare il tessuto vascolare e i cosiddetti cuscinetti emorroidari, non può essa stessa causare uno scivolamento della mucosa anale?
I rami pieni di frutta matura di un albero non cedono forse verso il basso?
La spiegazione meccanica che considera il prolasso della mucosa come la causa principale non è per questo sbagliata, anzi le emorroidi delle partorienti e dei soggetti fortemente stitici hanno esattamente questa spiegazione, ovvero nell’atto di spingere con forza durante l’evacuazione fecale e durante il parto, la mucosa anale può cedere verso il basso causando un’infiammazione dei cuscinetti emorroidari. Ma possiamo anche pensare che e la gravidanza e le masse fecali ristagnanti sono causa di una circolazione sanguigna più compromessa per effetto meccanico e compressivo diretto sulle strutture venose.
Anche la posizione statica mantenuta a lungo può essere considerata una causa predisponente allo sviluppo di emorroidi. Ma possiamo considerare la stipsi come l’unica causa? Sono tanti i pazienti che soffrono di emorroidi e non soffrono di stipsi.
Nella medicina cinese le emorroidi sono molto spesso segno di calore interno, soprattutto se sanguinano e se bruciano o prudono e se sono accompagnate da polsi pieni e forti. Non a caso rispondono molto bene alla fitoterapia mirata sul calore interno e sulla stasi di sangue, essa stessa fonte di calore. Inoltre la stipsi è frequentemente segno di calore interno.
Il fatto che la popolazione adulta soffra così tanto di questo problema soprattutto maschile è indiscusso. Anzi credo che l’incidenza di uomini che soffrono occasionalmente o riccorrentemente di emorroidi sia molto più alta di quanto non si possa trovare sui testi. Sono molti infatti gli uomini che non lo confessano neanche al proprio medico di fiducia.
Gli uomini in un certo senso soffrono di emorroidi nella stessa misura in cui le donne soffrono frequentemente di vaginite o di cistite. Ci sono casi di donne con emorroidi e di uomini con cistiti e prostatiti, ovviamente, non facciamo generalizzazioni estreme. Quello che volevo dire è che l’incidenza di emorroidi nell’uomo sembra avere lo stesso peso dell’incidenza delle infezioni e infiammazioni urogenitali nelle donne.
Se consideriamo l’apparato urogenitale maschile rispetto a quello femminile possiamo considerarlo esterno e quindi in teoria meno sensibile al calore interno rispetto al femminile. Ipotizzando che condizioni emotive, costituzionali ed alimentari possano aumentare una condizione di stasi e di calore interno potremmo anche estrapolare che nell’uomo questa condizione possa maggiormente riflettersi sul plesso emorroidario e nella donna sull’apparato urogenitale.
La cura e la prevenzione non possono quindi essere limitate ai consigli alimentari che prevedono solo la presenza di dosi più elevate di fibre nella propria dieta, meglio se provenienti da alimenti vegetali freschi ma anche un’attenzione all’idratazione e soprattutto alla limitazione di cibi fortemente riscaldanti come la carne, il peperoncino, il cioccolato, i formaggi fermentati e gli insaccati.
Il movimento fisico inteso come fonte di movimento di sangue e di energia in senso lato, consente l’ eliminazione attraverso il sudore di calore e tossine ma anche di tensioni interne, diventando in questa ottica una cura e una prevenzione.
L’educazione alla contrattura e rilassamento delle muscolatura anale, se fatta regolarmente, diventa un ottimo strumento terapeutico in quanto sia l’eccessivo spasmo dello sfintere (segno di tensione viscerale) che il rilassamento della muscolatura anale, possono peggiorare l’infiammazione locale. Oggi si parla di riabilitazione del pavimento pelvico ma ricordiamo che una intera sezione del pranayama e alcune asanas dello yoga prevedono l’utilizzo insieme alla respirazione della contrattura di alcuni distretti viscerali fra i quali quello anale, tramite la tecnica chiamata mula bandha.
Nei casi più complicati l’agopuntura è un valido aiuto in quanto non riduce solo le tensioni emotive ma il modo in cui il corpo le somatizza. Infine la fitoterapia cinese, quando mirata e calibrata sulla persona, può in pochi giorni togliere il calore e la stasi in modo molto più efficace e con meno effetti collaterali di quanto non lo possano fare la terapia steroidea e i farmaci flebostatici.
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Il rotore nell’autotrattamento per le algie muscoloscheletriche
Il rotore è un importante strumento della tecnica della miofibrolisi integrata, si tratta di uno strumento formato da anelli rotanti ricoperti da piccolissime punte. In realtà il rotore è il primo strumento di apertura di qualunque lavoro di miofibrolisi in quanto lavora sulla superficie cutanea richiamando sangue in grandi quantità grazie alle punte.
Ma in realtà, come dicono i cinesi “lontano lontano vicino vicino”, ovvero lavorando apparentemente lontano dal problema spesso si lavora molto più vicino di quanto non si pensi. La cute come involucro protettivo esterno è in realtà in collegamento con le parti più interne e profonde del corpo. I meridiani della medicina cinese ne sono un esempio ma anche i metameri della medicina occidentale riflettono questo principio di collegamento embriologico interno-esterno, così come le irradiazioni dolorose viscerali a distanza.
Il rotore permette di lavorare in breve tempo, e senza dover compiere manovre particolarmente difficili, l’intero territorio di innervazione dell’area dolorosa colpita, oppure tutto il meridiano di agopuntura da trattare. Il trattamento antalgico diventa quindi non già una terapia locale come tutte le diverse terapie fisiche conosciute ma qualcosa di completamente diverso. Le terapie fisiche come l’ultrasuono e il laser producono, attraverso un calore endogeno, un aumento della circolazione sanguigna; lo stesso meccanismo che in questo caso otteniamo attraverso una azione meccanica che potremmo definire di microfrizione diretta.
Chiunque abbia una certa esperienza della mifibrolisi integrata sa che il lavoro completo si deve fare nei diversi livelli di profondità partendo dal più superficiale e andando via via verso gli strati più profondi del dolore. Ma è altrettanto vero che il lavoro superficiale iniziale è quello che da solo spesso porta via il grosso del dolore e che, se fatto su un dolore fresco o ancor meglio su un dolore già lavorato in profondità e con cura, diventa uno strumento terapeutico di mantenimento del benessere raggiunto soprattutto sui dolori cronici o sui dolori dovuti a microtraumi ripetuti, utile in particolare ai soggetti artrosici o con schiene particolamente compromesse da cifosi o discopatie degenerative ma anche nei soggetti sportivi a scopo preventivo.
Il rotore è un attivatore della circolazione sanguigna ed è utilissimo come terapia di supporto nel trattamento degli inestetismi della cellulite dove diventa un ottimo strumento per far assorbire maggiormente le sostanze dalla cute rendendo più efficaci le diverse creme e gel dedicate alla problematica estetica.
Il trattamento viene poi costruito sulle esigenze del paziente, utilizzando il criterio del trattamento locale ovvero sul dolore, il criterio della simmetria, ma anche il criterio della morfologia dei muscoli, lavorando così sulle inserzioni e sulle origini dei muscoli da trattare. E’ possibile applicare con il rotore il criterio della circolazione energetica e lavorare sul decorso dell’intero canale coinvolto o selezionato; infine è possibile lavorare su aree fisiche lontane ma aventi un somatotopismo per la regione da trattare presenti sulle mani sulle orecchie ma anche sulla pancia agendo in questo modo in maniera indiretta sul dolore da trattare.
Un sistema apparentemente fin troppo semplice ma non per questo poco efficace che, associato a due o tre esercizi specifici per ogni singolo disturbo, diventa uno strumento terapeutico molto valido. Ecco che il rotore per autotrattamento diventa uno strumento personale riprodotto in materiale plastico e non in acciaio con costi accessibili e senza rischi di graffiare la pelle e soprattutto leggerissimo. L’unico accorgimento deve essere quello della manutenzione che non deve prevedere sostanze in grado di alterare la plastica ma un semplice spazzolino da passare tra le punte.
Uno strumento antichissimo una volta costruito in pietra diventa oggi un supporto ultra maneggevole e di facile autoapplicazione per curarsi e volersi bene.
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Agopuntura: il dolore della perdita
L’agopuntura è quasi sempre associata a disturbi emotivi, i medici generici la consigliano quasi esclusivamente a quei pazienti che non sai più come trattare con i farmaci, che per giunta li rifiutano e che molto spesso vengono inseriti nella categoria degli ansiosi o nevrotici.
Questo avviene per il fatto che sono in pochi i medici a conoscere il metodo di azione dell’agopuntura sul dolore e ritengono che l’effetto terapeutico sia principalmente dovuto al cosiddetto placebo.
Complice anche la cultura e la letteratura scientifica che spesso ha remato in questa direzione piuttosto che nell’ottica di far capire come una medicina così lontana dalla nostra riesca a essere tanto efficace sul dolore anche quando questo è sostenuto da fattori fisici e non solo emotivi, come l’artrosi, l’artrite, oppure un trauma.
All’estero e negli studi di agopuntura Italiani seri l’agopuntura invece viene usata principalmente per sollevare e trattare il dolore fisico; anche se sono ancora decisamente troppo pochi a conoscere l’efficacia dell’agopuntura sul dolore. Ripeto spesso la frase insegnatami dal Dott Picozzi: “Non usare l’agopuntura per il dolore è come fare pulizie senza la scopa o l’aspiravolvere!”
Questo non significa che l’agopuntura non possa essere usata per altri scopi; come ad esempio, un dolore emotivo. Non parlo dei quadri ansiosi e depressivi dove la sofferenza emotiva è alimentata da un comportamento psicologico di fondo che deve essere eradicato. Parlo di una sofferenza acuta motivata da un avvenimento come: la perdita di una persona cara, un incidente grave che ci mette in condizioni di salute precaria, un terremoto che distrugge la nostra casa.
Nel caso di un trauma emotivo da perdita non ci troviamo di fronte a una cronica predisposizione emotiva ben strutturata nel tempo, ma a un evento acuto destabilizzante, capace di minare l’equilibrio e la salute di ogni individuo.
Quando si perde qualcosa a noi caro la sofferenza e il dolore possono causare dei problemi anche fisici; possono comparire attacchi di panico, inappetenza, insonnia, gola stretta, palpitazioni, respiro corto e anche patologie conclamate spesso a carico del sistema respiratorio o cardio-respiratorio. Si tratta di un trauma o se preferite di una ferita dell’emotivo e allo stesso modo delle ferite fisiche devono guarire e se possibile essere curate per facilitarne e accelerarne la guarigione.
Al paziente colpito da una tale ferita accade di pensare che la condizione di prima gli era dovuta oppure semplicemente normale, in questo modo non si accetta la nuova situazione. Si ha principalmente paura di non essere più felici. Si pensa di non sapere più come andare avanti! Si deve mettere un passo dopo l’altro e ricominciare da zero e questo richiede energia e lucidità mentale.
Insomma se ci si rompe una gamba non ci si può alzare, mettere le scarpe da ginnastica e andare a correre, giusto? Ma neanche restare a letto sconsolati a pensare che non possiamo più correre! Si tatta di un lavoro che richiede molta energia e molto impegno dedicato unicamente a rimettersi in piedi e allora, un passo dopo l’altro, con molta attenzione e molta dedizione, ricominciare a camminare da soli e, in tempi più o meno lunghi, si può ritornare a correre.
Farsi aiutare è molto importante in questa fase: da un bravo psicologo, ma anche da veri amici su cui fare affidamento; i farmaci antidepressivi possono essere un valido aiuto ma esistono diverse cure e metodi alternativi che possono essere usati come utilissimi sostegni anche in associazione con i farmaci nei casi più difficili.
In agopuntura è possibile usare punti e canali collegati direttamente o indirettamente al cuore, con l’obiettivo di armonizzarlo e calmarlo, anche il polmone è un organo da trattare in quanto correlato all’emozione della tristezza. Il miglioramento del sonno si può ottenere lavorando sulla vescica biliare e sul fegato, la capacità di respirare profondamente lavorando sul plesso solare con stomaco, pericardio. E’ possibile agire anche sulla paura lavorando e riequilibrando il rene, organo ritenuto correlato a queste bruttissima ma innata e profonda emozione.
Insomma l’agopuntura consente, insieme a molte altre tecniche di rilassamento e di armonizzazione, di sentirsi più lucidi e di affrontare in modo più rapido la completa guarigione e non solo l’apparente ritorno alla vita normale.
Le tecniche provenienti dalla filosofia buddista si soffermano sull’osservazione del presente e di quanto la nostra mente desideri autocommiserasi e restare volontariamente nella sofferenza, di come l’energia della sofferenza possa essere utilizzata come carburante per fare magari anche cose che non pensavamo di riuscire a fare. Lasciando che la delusione, il rancore, la rabbia e la paura di soffrire si trasformino in qualcosa d’altro, quasi fosse una sorta di trasformazione alchemica.
Ritengo che si debba e si possa lavorare e curare il dolore emotivo come se fosse fisico, con lo scopo di raggiungere più velocemente con tutti gli strumenti di cui disponiamo, siano essi farmacologici o afarmacologici, un nuovo equilibrio, fondamentale per il mantenimento della salute in senso lato.
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La spalla dopo la mastectomia
Da oltre 20 anni si parla di riabilitazione oncologica considerandola come una fase importante del trattamento oncologico. Esistono dei bei protocolli di lavoro e delle pagine estese sulle motivazioni e sull’importanza di questi gesti che vanno dalla fisioterapia, alla psicoterapia, al nursing del paziente. Il tutto volto al potenziare la qualità della vita e non solo la longevità.
Non tutti i pazienti operati possono avere bisogno della riabilitazione oncologica nello stesso modo, ovvero ci sono pazienti che da soli o con l’aiuto di famigliari riescono a produrre un’atmosfera riabilitativa idonea al recupero di tutto il loro potenziale residuo non solo inteso come funzione motoria ma anche psicosociale.
Come direbbe la Prof essa Morosini hanno un potenziale di salute alto, dato magari dalla loro personalità o dalla buona risposta organica al trattamento chirurgico o chemioterapico oltre che magari dalla presenza di persone stimolanti sia in ambiente lavorativo che famigliare.
Ricordo che sfruttare e utilizzare al massimo il potenziale residuo dopo un intervento chirurgico e un trattamento oncologico mirato non significa fare tutto quello che si faceva prima ma significa accettare e vivere al meglio la nuova condizione causata dalla malattia.
Capita spesso di vedere l‘articolazione delle spalla sottovalutata rispetto ad altre grandi articolazioni. La mentalità è spesso questa, anche se il recupero articolare è limitato non è importante.
La mobilità della spalla infatti non incide direttamente su funzioni motorie importanti come la deambulazione oppure la manualità. E’ infatti possibile con una limitata escursione articolare della spalla mantenere normali mansioni lavorative ed essere totalmente autonomi nei trasferimenti e nei normali atti della vita quotidiana.
La spalla però è ingannevole; la sua limitazione articolare non impedisce solamente di lavarsi accuratamente l’ascella colpita o di allacciare e slacciare un reggiseno, di nuotare a stile libero ma incide indirettamente su tutto lo schema corporeo, sul rachide e sulla simmetria destro sinistra. La rigidità del cingolo scapolo-omerale non è facile da eliminare ed è spesso responsabile di una scoliosi secondaria inizialmente solo funzionale ma che può fissarsi nel tempo.
Questo gli ortopedici ormai lo hanno capito molto bene e infatti avvisano i pazienti che il trattamento riabilitativo post operatorio delle spalle è un lavoro lungo e impegnativo per qualunque intervento si voglia eseguire sulla spalla e a maggior ragione sulle forme post traumatiche o eseguite a cielo aperto.
Nei pazienti anziani è comune che la spalla post traumatica venga lasciata a un recupero spontaneo ritenendo che il suo recupero articolare non abbia una grande importanza per le funzioni che il paziente deve svolgere e fin qui lo considero sensato.
Ma a tutt’oggi considero che l’articolarità della spalla venga decisamente trascurata dopo gli interventi di mastectomia. Rispetto a una volta sono più attenti e il più possibile conservativi. Si cerca sempre di limitare l’asportazione al minimo indispensabile e si lavora in modo estremamente curato sul recupero dell’estetica soprattutto se la paziente è giovane.
L’attenzione a questo proposito è così forte che si rischia di dimenticare che il braccio e la spalla sono altretanto importanti. Ecco che capita di vedere cicatrici stupende quasi invisibili, lavori delicatissimi di ricostruzione plastica ma spalle e talora anche gomiti decisamente bloccati da una ipomobilità forzata anche in condizione di minimo intervento ascellare.
Succede che il chirurgo stesso abbia timore che la mobilizzazione possa danneggiare il risultato chirurgico sul fronte estetico. Si tende quindi a lasciare che il recupero avvenga gradualmente e spontaneamente. Quello che può succedere è che la paziente si ritrova con una spalla la cui articolarità è decisamente limitata oltre che dolente. Soprattutto ne consegue un impegno riabilitativo molto superiore a quello che sarebbe potuto essere necessario se se fosse stata educata a muovere il braccio nelle fasi immediatamente post operatorie e in quelle successive.
La riabilitazione nella maggioranza dei casi viene lasciata interamente al paziente con indicazioni talora molto sommarie e nel migliore dei casi con un libretto o opuscolo che indica le manovre adatte al recupero articolare. Il lavoro con un fisioterapista preparato è invece di fondamentale importanza soprattutto nelle primissime fasi, quando l’ansia di sbagliare e di sentire dolore prendono il sopravvento. L’autotrattamento non è sbagliato di per sè ma le indicazioni specifiche devono essere fatte personalmente.
Il trattamento diretto serve a limitare l’ansia di sbagliare e di sentire dolore ed è indispensabile in tutte le pazienti poco addestrate al contatto con il proprio corpo e a quelle particolarmente ansiose. In questa fase il fisioterapista esperto può già individuare chi davvero necessita di un aiuto e chi invece sta andando spontaneamente bene da sola.
Le pazienti più compromesse verrebbero subito individuate e inserite per un lavoro ambulatoriale di fisioterapia come si fa sui pazienti ortopedici. Si eviterebbe così i tre mesi di attesa per una visita fisiatrica e i tempi di inserimento in trattamento, senza che vi sia un costo maggiore anzi direi il contrario.
Questo perchè sono tante le pazienti che vanno incontro a retrazioni tendinee anche severe fino a quadri di capsulite adesiva post mastectomia, in quanto il braccio operato tende a restare contratto in un atteggiamento di protezione del seno. In questi casi il lavoro riabilitativo diventa lunghissimo oltre che estremamente doloroso e quindi poco tollerato.
Senza contare che a distanza di anni queste donne che di solito tornano alla vita lavorativa si ritrovano con dei dolori a tutto il rachide e una postura totalmente scorretta spesso direttamente secondaria a movimenti assimetrici del corpo limitati appunto della spalla direttamente implicata.
A ben guardare un prezzo poco calcolabile ma sicuramente non indifferente dal punto di vista sanitario ma anche personale. Un problema che giunto a questo punto spesso non si risolve con dieci sedute di fisioterapia o di terapie fisiche anche se ripetute, che impedisce il ritorno a una vita serena e alla possibilità di sentirsi in forma non solo per lavorare ma anche per viaggiare o praticare attività sportiva o semplicemente stare bene con se stessi.
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La memoria del dolore
Una delle cose che mi stupisce sempre vedere è come il dolore tenda a sparire velocemente dalla nostra memoria. Ho seguito molti pazienti con dolori molto acuti. A distanza di tempo i pazienti stessi mi riferiscono che per loro è sempre più difficile ricordare l’intensità del dolore vissuto.
Come se con lo star sempre meglio la memoria ne sbiadisse gradualmente i contorni, fino a farli perdere anche quasi completamente. Restano solo un’idea e una consapevolezza dell’essere stati male ma non molto di più.
Per un medico che lavora sul dolore interrogare il paziente su di esso è una cosa molto importante che necessita un lavoro dedicato. La scala soggettiva del dolore è solo una prima partenza ma può aiutare. Si chiede di definirne l’intensità da 0 a 10 considerando 10 un dolore insopportabile e 0 l’assenza del dolore.
Questo lavoro è possibile in caso di dolore acuto e cronico di una certa intensità; su quello più lieve diventa difficile trovare una scala che consenta di studiare le sfumature presenti tra un’ ipotetico 3 e l’assenza di dolore.
Allora è necessario fare domande precise sulla durata del dolore, se dormono bene, e su cosa riescono a fare. In questo modo è possibile valutare e far si che il paziente si accorga in modo più razionale del miglioramento anche quando questo non è consapevolizzato.
Una delle peculiarità del mio lavoro è proprio di capire dove e come si muove un dolore che può essere non solo di maggiore o minore intensità ma la cui percezione può variare di moltissimo al cambiare delle condizioni soggettive del paziente. La sua qualità traffittiva, urente e soprattutto il tempo con il quale il dolore si manifesta sono molto variabili.
Non è sempre facile fare questo anche perchè alcuni pazienti negano l’evidenza fino al completo miglioramento o non vogliono illudersi del possibile miglioramento. Mi è capitato un paziente che dopo alcune sedute entrò in studio dicendo ” mi dispiace ammetterlo ma sto molto meglio!”
Il corpo fisico invece ricorda tutto e molto bene, potremmo dire che ha una memoria da elefante! Interessante dare agli animali una memoria più acuta della nostra, si ritiene che gli animali ricordano a vita chi e cosa abbia generato o eliminato la sofferenza.
I muscoli e tutto il sistema miofasciale, dalla cute fino all’inserzione ossea dei tendini e legamenti mantiene come una memoria del dolore sopportato e condiziona il movimento ovviamente in una sorta di evitamento dello stesso. Il corpo possiede una specie di memoria parallela a quella ordinaria che anzi direi più profonda e permanente. Ogni trauma e dolore vengono registrati, non ha importanza se siano presenti o no nei nostri ricordi coscienti.
L’energia circola in modo scorretto nel punto del trauma e questo genera una specie di nodo o intoppo alla circolazione che può persistere anche molto tempo dopo l’evento traumatico, impedendo e ostacolando il naturale riequilibrio della parte offesa. Queste aree dolorose o trigger points possono essere definite anche aree di memoria del dolore. Si ritiene che possano generarsi anche con dei microtraumi ripetuti e con dei traumi emozionali.
Ecco perchè si trattano sempre le cicatrici e si deve cercare nel corpo, soprattutto dopo un trauma, la presenza di aree dolorose alla palpazione. La loro eliminazione completa permette il recupero di un movimento più libero e naturale, riduce il dolore da esso generato e le riacutizzazioni del dolori dopo sforzi fisici o correnti d’aria.
Il dolore però percepito o meno per quello che è realmente, condiziona fortemente il nostro comportamento e tutto il nostro modo di essere. L’intero nostro ambiente ne viene influenzato dalle rinunce fisiche da un lato alla accettazione di poter sopportare anche il dolore dall’altra.
Agendo con l’agopuntura ma anche con altre metodiche quali la miofibrolisi sui punti opportuni è possibile intervenire sul disequilibrio circolatorio, disperdendo l’energia in eccesso o ricanalizzandola e permettendone nuovamente il corretto fluire.
Diciamo che in un certo senso è come quando in psichiatria si porta alla luce un trauma emotivo per eliminare comportamenti aberranti conseguenti al fatto.
Solo che in questo caso la memoria da guarire è quella del corpo.
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I trigger points e le algie muscoloscheletriche

Non esiste dolore importante acuto o cronico che non possa generare dei trigger points. Non esistono trigger points che stimolati non siano in grado di generare dolore.
Ma nasce prima l’uovo o la gallina? Che tradotto potremmo formulare: sono i triggers points a generare dolore o il dolore a generare i trigger points?
Ma partiamo dall’inizio; cosa sono i trigger points?
I triggers points o punti grilletto definiti anche PAM o punti algici miofasciali sono punti presenti in diverse strutture del sistema muscolo scheletrico: cute, aree cicatriziali, muscolo, tendine, legamento, capsula, caratterizzati da una maggior densità tessutale di solito dolorabili alla palpazione.
Sono come dei nodi all’interno della struttura filamentosa che compone la maggior parte di questi tessuti molli.
I terapeuti esperti siano essi massagiatori che fisioterapisti o osteopati sono capaci di rintracciarli molto velocemente alla palpazione.
Sono punti di tessuto più compatto che agli inizi del novecento, quando l’ anatomo patologia svelava, grazie allo studio miscroscopico dei tessuti, la ragione di molteplici patologie, hanno suscitato un notevole interesse e clamore scientifico. In quel periodo infatti furono scritti diversi lavori ed eseguite importanti e storiche lezioni magistrali a loro riguardo. Autorevoli scienziati, neurofisiologi e medici avevano postulato svariate ipotesi sul loro ruolo nella genesi delle diverse sintomatologie dolorose.
Furono create diverse classificazioni e attribuiti a questi punti i più svariati nomi, si definiva per la prima volta il concetto di dolore irradiato o di dolore a distanza.
Oggi a oltre un secolo di distanza questi punti forse perchè non sempre identificabili con l’esame ecografico e quindi non tangibili un po’ come con gli agopunti, hanno perso il loro interesse scientifico e da molti ortopedici, reumatologi e fisiatri vengono totalmente ignorati. Tant’è che alla facoltà di medicina e fisiatria dei miei tempi neanche si sono studiati.
Ho iniziato a conoscerli, studiarli, trattarli e infine riconoscerli solo dopo aver eseguito i corsi di miofibrolisi del Dott. Giulio Picozzi e del Dott. Virginio Mariani e da allora non ho più smesso. I trigger points erano conosciuti nella medicina cinese come punti ashi.
Alcuni punti definiti trigger latenti possono rimanere silenti per anni senza dar segno della loro presenza per poi venire alla luce magari dopo uno sforzo improvviso o prolungato, dopo uno stiramento, un movimento o una postura mantenuta a lungo oppure anche dopo il raffreddamento del muscolo stesso e infine anche dopo un trauma.
I trigger points definiti invece attivi provocano una diminuizione del raggio di movimento e della forza muscolare delle aree muscolari coinvolte, inizialmente poco visibile capace di generare una graduale rigidità e un dolore cronico o ricorrente.
Oggi ritengo che l’identificazione dei punti trigger e la loro eliminazione o riduzione sia un fondamentale percorso verso la completa risoluzione delle patologie muscoloscheletriche indipendentemente dalla loro causa.
Infatti i dolori ad eccezione dei traumi recenti hanno una componente talmente complessa da non poter sempre riconoscere la vera causa che li ha originati. Alcune volte dolori apparentemente semplici e ritenuti di natura esclusivamente meccanica o posturale sono l’espressione di tensioni interne o viscerali e vice versa. Solo trattandoli in modo corretto e protratto la loro vera natura e origine saltano fuori.
Potrei ripetere quello che dice il Dott Giulio Picozzi ai suoi corsi “non trattare il dolore con l’agopuntura equivale a non far pulire il pavimento alla donna di servizio!” e aggiungerei che non utilizzare la miofibrolisi in caso di dolore muscolo scheletrico equivale a non usare la scopa per pulire il pavimento. La combinazione dei due trattamenti produce un lavoro completo a 360 gradi; la miofibrolisi lavora dall’esterno verso l’interno e l’agopuntura dall’interno verso l’esterno. Associando le due metodologie il risultato si raggiunge più velocemente.
La miofibrolisi è una tecnica che utilizza strumenti metallici a punta di varia forma, capaci di raggiungere i diversi distretti muscoloarticolari anche più profondi, come le inserzioni tendinee ovvero i punti dove il tendine si inserisce sull’osso. L’utilizzo di questi strumenti consente di individuare i triggers points anche più profondi e di eliminarli riordinano le fibre che li compongono.
Oggi nella medicina occidentale si usa l’infiltrazione con anestetici o analgesici dei punti trigger così come nella medicina cinese si punge direttamente il punto trigger o ashi, queste tecniche hanno una loro efficacia ma non lavorano sull’intero sistema fasciale come invece fa la miofibrolisi.
Eliminato il trigger point l’energia e il sangue potranno nuovamente circolare liberamente in quel distretto, senza ingolfarsi o bloccarsi; ecco perchè l’agopuntura e la miofibrolisi seppur indipendenti possono diventare trattamenti terapeutici complementari per la risoluzione di diversi dolori muscolo scheletrici.
E chiaro che se esiste una postura scorretta o microtraumi ripetuti dovuti all’attività lavorativa, il risultato potrà essere incompleto e necessiterà quando possibile di un lavoro di rieducazione fisica e correzione posturale.
Per quel che riguarda l’aspetto emozionale, l’agopuntura potrà aiutare limitare le tensioni, ma talora richiederà anche un’opera di introspezione e di consapevolezza che porti ad un cambiamento reale e tangibile della vita e del modo di affrontarla.
Pertanto nel caso di alterazioni degenerative permanenti quali l’artrosi o deformazioni scheletriche anche gravi, così come negli esiti di traumi, il trattamento con la miofibrolisi e, meglio ancora, il trattamento combinato miofibrolisi-agopuntura saranno in grado di ridurre la componente dolorosa in modo soddisfacente consentendo una limitazione della terapia antidolorifica e miorilassante.
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L’agopuntura come funziona? By Giulio Picozzi

Dall’età della pietra, il dolore fisico ha accompagnato l’esistenza dell’uomo: incidenti di caccia, traumi e ferite o semplicemente i lavori pesanti o l’esposizione alle intemperie hanno da sempre provocato nell’uomo dolori muscolo-scheletrici.
La medicina cinese ha sviluppato fin dai suoi albori l’agopuntura come mezzo principale di trattamento della sintomatologia dolorosa. Si pensa che già tremila anni prima di Cristo venissero praticati trattamenti di agopuntura con aghi ricavati da ossa di animali.
Ogni popolazione di qualsiasi continente ha da sempre cercato di lenire il dolore, vuoi con dei trattamenti manuali oppure con delle pozioni a base di erbe o più recentemente con i farmaci.
L’unica cultura al mondo ad avere sviluppato un trattamento del dolore con gli aghi è stata quella cinese.
Dalla Cina l’agopuntura è stata esportata in tutto l’oriente; si sono sviluppate scuole e tradizioni in Giappone, Corea, Vietnam ed ognuna di queste scuole ha le sue caratteristiche e peculiarità. Nell’ultimo secolo l’agopuntura è stata via via praticata in ogni continente dall’America meridionale all’Oceania dall’Europa all’America del nord all’Africa.
Senza ombra di dubbio possiamo affermare che al giorno d’oggi l’agopuntura è il trattamento antidolorifico più usato ogni giorno al mondo.
Anche se molti agopuntori usano preferenzialmente i punti locali del dolore come agopunti, l’agopuntura non nasce come un trattamento locale, anzi i trattamenti a distanza distinguono il praticante che conosce approfonditamente le relazioni fra i canali energetici da quello che punge in maniera semplice e grossolana.
Non c’è alcun bisogno di studiare e arricchire le scuole di agopuntura per quattro lunghi anni per poi limitarsi a trattare punti locali dolorosi o adiacenti o per trattare semplicemente i canali direttamente coinvolti.
Se l’agopuntura si limitasse ad essere un trattamento della zona dolente o del canale interessato perderebbe moltissimo in efficacia e fascino.
Purtroppo ancora oggi molti sedicenti agopuntori utilizzano semplicemente questa metodica… fa male lì e lì ti metto un ago. In questo modo si trattano solo quelli che la medicina moderna chiama “trigger points” o punti grilletto.
Questi punti spesso coincidono con quelli dell’agopuntura e una volta stimolati possono dare un parziale sollievo alla sintomatologia dolorosa.
In realtà i “trigger points” più modernamente detti PAM (punti algici miofasciali ) vengono trattati meglio da tecniche manuali, in particolar modo dalla miofibrolisi; questa tecnica sfrutta diversi strumenti metallici a punta per distruggere ed eliminare definitivamente questi punti che sono da considerare come delle zone di tessuto più compatte, come dei nodi, presenti nella compagine di diversi tessuti: muscolare, tendineo e legamentoso.
Dopo oltre vent’anni di lavoro e di insegnamento dell’agopuntura classica oggi agli agopuntori insegno tecniche di agopuntura antiche che consentano di essere estremamente efficaci sul dolore, oltre che la tecnica della miofibrolisi che ho personalmente messo a punto partendo da diverse tecniche manuali antiche e codificato con l’aiuto del fisioterapista Virginio Mariani.
Con l’agopuntura è possibile agire efficacemente sul dolore, togliendo l’infiammazione e con la miofibrolisi è possibile rimuovere i trigger point o PAM che costituiscono in un certo senso anche una memoria del dolore.
L’agopuntura permette all’agopuntore evoluto e consapevole di neutralizzare il dolore agendo su zone lontane da esso, solo apparentemente non collegate con la zona afflitta.
Ma come funziona allora l’agopuntura se l’ago è così lontano dal dolore vi chiederete voi?
Il dolore si riduce a distanza attraverso tre meccanismi d’azione:
Inibizione della trasmissione del dolore tramite il sistema nervoso periferico
Aumento del flusso vascolare nella zona colpita
Inibizione diretta del dolore tramite il rilascio di endorfine dal sistema nervoso centrale.
Quello che molti pazienti non sanno (e purtroppo anche molti agopuntori) è che l’agopuntura sul dolore dà risultati immediati! Ovvero funziona ….da subito.!
Il tempo di inserire l’ago e qualche secondo dopo il dolore si è modificato per intensità o localizzazione.
Non esiste terapia altrettanto veloce ! L’agopuntura è molto più veloce di qualsiasi farmaco; se eseguita correttamente è praticamente immediata.
Li gan jian yin dicono i cinesi “ pianta un palo e vedi l’ombra”!
Pungere è come andare a caccia! Quando si colpisce il bersaglio al centro… “bang!” il dolore sparisce, lo si colpisce di lato e il dolore migliora o si sposta. Allora bisogna riparare, quindi… mettere altri aghi possibilmente fino a quando non abbiamo “ucciso il dolore”.
E’ per questo che anticamente si riteneva più bravo chi riusciva ad avere il risultato con meno aghi
Un ago = un colpo = dolore KO= grande maestro!
Questo è anche uno dei motivi per cui grandi maestri si diventa con esperienza cioè tanta, tantissima pratica.
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L’ evitamento del dolore e la rigidità
E’ frequente osservare che in seguito ad un trauma acuto senza lesioni tessutali, il dolore percepito dal soggetto in questione, per lo più causato dalla presenza di un ematoma spesso interno, è responsabile di una sorta di isolamento della parte traumatizzata.
E’ come se la nostra macchina corpo, una volta percepito un possibile danno strutturale, avesse abbassato le paratie per salvare l’intera nave.
Questo meccanismo di isolamento produce in prima istanza un totale o parziale evitamento di numerose manovre fisiche che possono coinvolgere la parte colpita dal trauma.
Dal punto di vista mentale esiste poi una fitta protezione volta a non percepire dolore fisico. In sostanza si crea un marcato rallentamento della circolazione sanguigna, e quindi energetica, in corrispondenza della parte danneggiata con rallentamento della guarigione.
Questo meccanismo ha una partenza prevalentemente mentale e nasce per lo più dalla paura di sentire dolore, questa è molto ridotta negli animali, limitata nei soggetti forti e sicuri e molto più marcata nei soggetti ansiosi, insicuri e timorosi.
Ecco che lo stesso trauma, lo stesso intervento chirurgico, avranno un impatto completamente diverso non solo perchè è diversa la struttura fisica traumatizzata, ma lo è anche la struttura mentale di protezione messa in campo.
Ecco perchè in riabilitazione non è importante solo il cosiddetto “potenziale fisico”, che chiaramente considera la differenza tra il tessuto osseo di un giovane e quello di un soggetto anziano, tra il recupero di un soggetto sano e il recupero di un paziente con patologie metaboliche e ovviamente tra il recupero di un soggetto allenato fisicamente rispetto ad un soggetto che non ha mai eseguito attività motoria.
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Per la discopatia non c’è solo l’ortopedia!
Recentemente, parlando del più e del meno con una giovane donna incontrata in piscina, dove cerco di andare a nuotare per mantenermi in movimento e rinfrescarmi allo stesso tempo, siamo arrivati a parlare dei suoi dolori cervicali.
Mi ha meravigliato come questa persona, quando le ho suggerito di provare con l’agopuntura, mi abbia risposto convinta:” ma io ho delle protrusioni discali!” e poi ha aggiunto “ma l’agopuntura non agisce solamente come panacea contro il dolore?”
Questa è una idea divulgata comunemente, l’unica cosa per la quale viene riconosciuta l’agopuntrura; per la sua azione anestetica o antidolorifica. La conclusione è quindi che usarla quando esiste un problema fisico non ha senso! Questo è un errore grossolano sia di valutazione della causa del dolore, che della possibilità di curarlo.
Il primo grande errore sta nel considerare il dolore come il frutto diretto della patologia riscontrata dagli esami strumentali; discopatia, artrosi, tendinite, trauma pregresso. Certo, queste problematiche non vanno negate anzi, possono essere la causa primaria del disturbo doloroso ma il ragionamento non deve fermarsi qui.
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Il trattamento della pubalgia
Recentemente ho trattato un giovane uomo, affetto da pubalgia da circa 3 mesi.
Per pubalgia si intende una tendinopatia inserzionale dei muscoli adduttori della coscia, ma si fa comunque riferimento a qualunque tipo di dolore localizzato in regione addomino-pubo-crurale.
Il dolore di solito è legato ad un sovracarico muscolare degli adduttori o a microtraumi ed è frequente in alcuni sports quali calcio e corsa.
Ma non è sempre così semplice, esiste una fascia di popolazione non facilmente identificabile che soffre di questa patologia in assenza di attività motoria, sovrapeso o altri fattori predisponenti.
Ci sono delle lombalgie da discopatie che si manifestano con dolore irradiato localizzato in regione inguinale, in questo caso al test di pressione lombare compare dolore, così come durante l’esecuzione di movimenti del rachide lombare e alla palpazione è possibile trovare dei trigger points dolorosi in regione lombare.
Ma ci sono pazienti negativi anche a questi test come il mio paziente, trentenne, nessuna storia di lombalgia nessun segno di dolore lombare, nessun dolore alle prove di resistenza degli adduttori ma un dolore presente in modo continuo durante la deambulazione. Nessun dolore alla defecazione o durante la tosse forzata per escludere una patologia erniaria, nessun dolore ne disturbo alla minzione e durante l’attività sessuale per escludere disturbi urologici.
L’unico particolare da annotare: un lutto in famiglia avvenuto esattamente tre mesi fa.
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Il dolore genera dolore
Trattare e non sottovalutare il dolore è una cosa importante; il dolore non solo fa male ma è a sua volta causa di dolore. Il dolore, se protratto, genera un circolo vizioso in grado di rinnovare il dolore stesso. Potremmo dire che il dolore si autoalimenta, è come un robot che prende iniziative personali.
Il meccanismo con il quale il dolore si mantiene può essere spiegato considerando che ogni dolore produce un assetto posturale scorretto chiamato antalgico, ovvero un modo automatico di muoversi assunto dal corpo per non sentire dolore. Questo modello automatico di movimento assunto dalla macchina corpo per evitare il dolore è responsabile a sua volta di tensioni e accorciamenti muscolotendinei in quanto si allontana dalla normale funzionalità (vedi causa esterna o meccanica del dolore).
Inoltre questo assetto errato, quando protratto per lungo tempo, può produrre un’infiammazione locale, (vedi la natura chimica o infiammatoria del dolore).
Infine come un problema intestinale può influenzare il rachide lombare, anche un problema lombare può a sua volta influenzare la funzionalità intestinale. Per esempio, i casi di lombalgia acuta da caduta o movimento errato si accompagnano spesso e non a caso a stitichezza. In ultima analisi, ma non di poca importanza è il considerare che il protrarsi del dolore può generare alterazioni emotive che a loro volta possono ripercuotersi sulla normale funzinalità dei visceri (vedi natura interna o energetica del dolore).
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L’origine del dolore
Sul dolore e su tutte le sue sfaccettature si potrebbe scrivere un intero trattato. Questo per dire che il dolore è davvero una aspetto complesso della nostra percezione. E’ interressante sapere che il dolore può avere diverse origini: infiammatoria, viscerale e meccanica.
Per spiegare meglio, tutti avrete sperimentato che con la febbre possono insorgere dolori muscolari e articolari di natura squisitamente infiammatoria che si riducono per l’appunto con l’assunzione di farmaci antinfiammatori, questo problema potrà essere presente in forma acuta come nel colpo di freddo o in quadro cronico come avviene nelle purtroppo sempre più frequenti patologie autimmunitarie, vedi l’artrite reumatoide, per nominare la più conosciuta. Potremmo dire che questa è la natura chimica del dolore.


Ebbene si; è una mia battuta ma in Italia questa è la triste situazione.
Molte persone hanno avuto la sfortuna di sperimentare questo disturbo caratterizzato da dolore lombare ad insorgenza brusca con rigidità che spesso impedisce al paziente anche di raggiungere la posizione eretta.
