Articoli a proposito di ‘consapevolezza’

Lo Yoga può far male?

19/1/12

Catherine Bellwald Lo Yoga può far male?E’ uscito recentemente sulla Repubblica un articolo di Federico Rampini sui possibili effetti dannosi di questa antica disciplina. Nell’articolo in questione si sottolinea lo svilupparsi di una crescente e cosiddetta  allarmante “sindrome da incidenti di yoga” che io definirei sindrome da malpratica di yoga e che anche Rampini  stesso riconosce come tale nello svilupparsi del suo articolo.

L’argomento è in effetti interessante e diventa più che legittimo affrontarlo con serietà e competenza senza ritenerlo un tabù ma cercando di chiarire alcuni aspetti importanti di questa questione: può lo yoga far male?

Pratico yoga da oltre 30 anni e in tutto questo tempo non mi è mai capitato di avere problematiche fisiche correlate con la mia pratica; semmai posso dire con onestà che lo yoga mi ha consentito di mantenere un’attenzione e consapevolezza corporea anche su altri sport come la corsa, l’equitazione, il trekking e lo sci  che portano a frequenti incidenti e disturbi fisici da ipersollecitazione meccanica. Quando non sto bene so esattamente quali esercizi non fare e quali fare e questo è assolutamente vero.

Certamente un caso come il mio non rappresenta nessuna incidenza e tanto meno può far testo per il fatto che possiedo nozioni di anatomia, fisiologia, recupero motorio, conseguiti con i miei studi in medicina e riabilitazione e con il mio lavoro. E’ altrettanto vero però che  i numeri segnalati nell’articolo di Rampini non danno realmente la dimensione del problema in quanto non sono associati al numero di praticanti totali ne’ al numero di praticanti che non solo stanno bene ma che dalla pratica hanno tratto benefici.

Ovvero non emerge una percentuale di danno e tanto meno si confronta con altri sport o discipline e questo non consente di avere una visione completa ma solo parziale e oserei dire “direzionabile” e impressionabile. L’affermazione  che “molte persone non sono adatte alla pratica dello yoga e farebbero meglio a smettere” e la conclusione che “per praticare yoga bisogna essere in ottima salute” mi sembrano un pò eccessive e tendenziose.

Lo yoga è innanzitutto una via, non solo uno sport, ovvero una possibilità di sviluppare qualcosa di unico e di individuale utile su diversi piani dell’individuo. Una buona pratica consente di arrivare al silenzio e alla possibilità di creare un vuoto dentro di sè . I  pensieri meccanici hanno la possibilità di sgretolarsi  liberando la nostra mente ad un mondo decisamente più espanso dove il pensiero può svilupparsi, elevarsi  e viaggiare molto più liberamente, come attingendo a qualcosa di superiore.

Queste esperienze possono arricchire il praticante di yoga che in questa era soffre più che in ogni altra epoca per il senso di assenza di libertà. L’individuo moderno di oggi come non mai sente di essere prigioniero dei propri pensieri meccanici e di molteplici condizionamenti esterni.

Lo yoga visto sotto questo profilo interno e interiorizzato può essere considerato come un unguento, una medicina per molte malattie dell’anima compresa la depressione e l’ansia di cui tanto si parla in giro. E’ da considerare che molti sport possono a loro volta diventare una via. L’alpinismo di Messner, per fare un esempio, non è solo uno sport ma diventa, nel modo in cui lui lo pratica, una vera e propria via, un modo per evolvere, per andare oltre ai propri limiti e al proprio modo di pensare,   creando qualcosa di nuovo come lui ha prodotto.

Ma come lui stesso  dice: quello che va bene a me non va bene ad altri, anzi può essere nocivo e pericoloso

Nella mia esperienza non vi è nulla che sia una medicina uguale per tutti e per tutto.  Come  per la fitoterapia cinese se un rimedio fitoterapico è efficace per una patologia specifica, lo stesso rimedio può, se assunto erroneamente, diventare dannoso per altri individui. Il fatto di essere naturale non lo rende meno nocivo, è infantile e puerile ragionare in questo modo.

Come sempre si tratta di conoscere la materia in modo approfondito, non solo studiando ma anche praticando. Ogni postura ha degli effetti fisici e meccanici che, se eseguiti su soggetti con problematiche fisiche specifiche possono aver bisogno di correzioni e personalizzazioni individuali non sempre già codificate sui libri.

Inoltre lo yoga come molte discipline orientali e come molte religioni tendono a  restare condizionate dalla tradizione, “si faceva così e così dobbiamo fare“. L’insegnamento rischia di diventare qualcosa di morto, il cui valore  oggi non ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quella che poteva avere a quei tempi. Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e  cresceva dedicando allo yoga una vita intera.  Oggi non è più così; inoltre si traducono i testi antichi, cercando di applicarli e capirne il significato non senza il rischio di interpretare.

Ma ancora non è tutto. Per esperienza posso affermare che la pratica dello yoga non è tale se non si arriva a un certo tipo di intensità. E’ l’intensità della pratica a renderla efficace. Si tratta, come per molti farmaci e per  la fisioterapia, di un “delta di azione efficace” talora molto piccolo e a volte vicino al limite del potenzialmente nocivo. Il che rende necessario da parte di chi prescrive farmaci, pratica la fisioterapia ma anche di chi guida una pratica di yoga e di chi la esegue, una  notevole attenzione e capacità di ascolto per non rischiare di passare dalla pratica all’acqua di rose a quella dissennata e dannosa.

Ci addentriamo così in una dimensione che può diventare pericolosa, quando chi  insegna o chi  pratica yoga entra in una condizione di fanatismo e di incapacità di essere equilibrato. Ma cerchiamo di non farci fregare dal modo di pensare di questa nuova nostra società moderna che vorrebbe etichettare tutto come sicuro, come  la carne che si compra al supermercato: non è così semplice.

Di chi è la responsabilità se, durante una lezione, il praticante di yoga che lavora al supermercato sollevando pesi ha avvertito per tutta la settimana un dolore sciatico ingravescente, e durante la lezione ha insistito facendo tutte le posture  pur sentendo male fino a sentire chiaramente una fitta di dolore nella posizione della pinza (pascimottasana), procurandosi o peggiorando una discopatia lombare: dell’insegnante o dell’allievo?

Io da allieva dico: è mancata consapevolezza dell’allievo, come del runner che si procura una meniscopatia o tendinopatia delle ginocchia perchè non si è fermato in tempo. Non si è ascoltato, ha superato per ego o per distrazione il suo limite fisico e ne paga le conseguenze.

L’insegnante di yoga diventa responsabile delle conseguenze quando il suo allievo lo avverte del suo dolore e lui non lo ascolta oppure gli dice di proseguire senza aver paura del dolore e senza una reale consapevolezza dei veri limiti del praticante: questa diventa omissione di responsabilità. E’ vero che molti medici senza conoscere lo yoga potrebbero dire di sospendere questa pratica in quanto causa di dolore, senza badare troppo al sottile e magari distruggendo anni di lavoro positivi. Ma è altrettanto vero che l’insegnante di yoga potrebbe non essere in grado di capire che alcuni esercizi in quel determinato caso e situazione infiammatoria possono diventare pericolosi: una anterolistesi lombare per esempio può peggiorare con esercizi di estensione, e una rettilinizzazione lombare o cervicale con protrusioni discali può peggiorare con esercizi di flessione soprattutto se mantenuta a lungo e questi ultimi sono casi molto frequenti e quasi sempre prodotti dalla vita sedentaria o da altre condizioni lavorative.

Un buon insegnante o maestro di yoga deve si aver studiato lo yoga e il corpo umano ma anche e soprattutto aver praticato a lungo e insegnato altrettanto a lungo.  E  anche lui come l’allievo e come molti medici  non deve cadere nel delirio di onnipotenza conferitogli dal suo ruolo e cercare di mantenere un giudizio più oggettivo possibile.

Federico Rampini si stupisce del fatto che molti maestri soffrono di disturbi fisici; perchè no? dico io; il fatto di insegnare yoga non li rende per questo motivo invulnerabili. Tensioni emotive viscerali e momenti di inconsapevolezza motoria possono colpire anche loro. Aver conseguito una consapevolezza individuale  in uno specifico campo non significa averla mantenuta a 360 gradi e in modo continuativo.

Molti dolori sono espressioni di  tensioni interne e il riflesso di disturbi viscerali profondi e possono emergere durante la pratica. Discernere in quali casi ci si trova non è facile. Correre dall’ortopedico al primo piccolo e transitorio dolore di spalla  senza aspettare di vedere cosa succede, oppure perseverare con mesi o anni di lombosciatalgia senza rivolgersi a uno specialista del settore, meglio se medico e  con competenze specifiche, sono entrambi errori, il primo da eccesso di paura e il secondo da omissione di responsabilità.

L’equilibrio, il giusto agire e parlare, sono l’obbiettivo da raggiungere; qualcuno è ancora molto lontano, qualcuno è già vicino; errare è più che comprensibile per entrambi.

Articoli correlati:

Anno 2012…la fine del mondo

1/1/12

Catherine Bellwald Anno 2012...la fine del mondoSu quest’anno si è detto di tutto e di più, fra cui annunci catastrofici sulla possibile fine del mondo. Oggi a questa data siamo sempre più vicini ma cosa ci dicono i ba zi ovvero la legge di cinque elementi e dello yin e yang applicata all’astronomia o al macrocosmo?

Per il calendario cinese entreremo solo con Febbraio nel nuovo anno. Anno del Drago Acqua inteso come tronco terrestre dell’elemento terra yang associato al ramo celeste dell’acqua yang.

Dal punto di vista figurativo abbiamo la montagna (intesa come terra yang) e oceano (intesa come acqua yang), come immagine niente di particolarmente contrastante o minacciose come potrebbero essere altre associazioni.

Anzi andando nella circolazione di generazione e controllo troviamo che la terra  genera il metallo e il metallo genera l’acqua, quindi la terra è la nonna dell’acqua  che in teoria dovrebbe, secondo natura, controllare. In questo caso la montagna controlla l’oceano, non sembra difficile da immaginare, la forza della montagna difficilmente non  è in grado di adempiere  a questo fisiologico ruolo di sorgere al di sopra della distesa oceanica. inoltre la pioggia è l’immagine di nutrimento della terra e la montagna da l’idea di una forza stabile e protesa verso l’alto. Non male! Andando a guardare nel passato tra gli anni dominati dal Drago troviamo: il 2000  associato al metallo yang, il 1988  associato alla terra yang, il 1976 associato al fuoco yang, il 1964 associato al legno yang.

Bisogna risalire fino all’anno  1952 per ritrovare la stessa associazione  del tronco terrestre e ramo celeste di quest’anno:Drago e Acqua yang. Non sono una storica e a loro lascio la parola ma in quegli anni, si parlava di una iniziale risalita dell’economia e dei primi passi del consumismo, i primi test nucleari, il primo sommergibile nucleare, brillava la prima bomba all’Idrogeno segni di una tendenza aggressiva e difensiva, dal punto di vista politico la guerra contro il comunismo si faceva sentire in molte realtà. Un anno che non possiamo definire eccellente ma neanche catastrofico dove mi pare emergesse la volontà di crescere con tutti i limiti che la cultura di quel tempo imponeva.

In fin dei conti potrebbe anche essere una fine del mondo di anno!!!! e perchè no!! Ma sicuramente un anno di speranza e possibilità di crescita personale, sociale e universale.

Buon anno a tutti allora.


Articoli correlati:

Correzione posturale: attenti alla vista

14/11/11

Catherine Bellwald Correzione posturale: attenti alla vistaUn altro serio problema spesso poco considerato quando si parla di postura è la vista.

La presenza di un severo difetto della vista, soprattutto da vicino, produce sul corpo una postura viziatissima che potremmo definire secondaria. Ovvero non è essa stessa un atteggiamento dovuto al carattere della persona ma una risposta a una difficoltà; di solito quella nel leggere.

Il paziente di solito non avvicina il giornale o il pc agli occhi ma avvicina il volto! In questo modo il tratto cervicale si trova in anteroposizione con tendenza alla cifosi del tratto inferiore e rettilinizzazione del tratto superiore.

Inoltre l’asse di allineamento  della testa è totalmente perso e il peso del cranio  grava interamente sui muscoli cervicali scaleni, trapezi e talora anche sui muscoli strenocleidomastoidei che  inevitabilmente si contraggono in modo anomalo.

Ne consegue, nel migliore dei casi, una cervicalgia muscolotensiva e nel peggiore un  quadro di discopatie cervicali anche severo con possibilità di protrusioni multiple, ernie estruse o frammenti erniari a cui possono accompagnarsi dolori chiamati brachialgie, non solo cervicali ma irradiati alle braccia e alle mani; questi sintomi sono spesso molto dolorose e fastidiosi in quanto corrispondono a vere e proprie nevralgie.

La cosa più logica è certamente correggere il difetto visivo con una valutazione oculistica completa, ma non basta; resta comunque l’atteggiamento che in questo caso è una memoria corporea o psicomotoria ovvero anche se ci sono gli occhiali correttivi più idonei il corpo ricorda la schema di movimento che è diventato un atteggiamento automatico.

La persona tende così a ripetere quegli schemi corporali, prima conseguenti alla patologia visiva, e che rimangono in atto anche dopo che il difetto visivo è stato corretto, continuando ad aggravare la situazione cervicale muscolare e osteoarticolare.

L’unico modo per agire su di essi è in primo luogo consapevolizzare e osservare il difetto posturale acquisito, successivamente correggerlo continuamente fino a riprogrammare lo schema corporeo.

E’ sbagliato affermare “io sono così” pensando di non poter modificare la situazione oppure ancora peggio offendersi se qualcuno ci fa osservare la nostra posizione scorretta: ben venga qualcuno che ce la fa osservare; la consapevolezza della propria postura non è infatti, nella gran parte dei casi, qualcosa con cui si nasce, ma va costruita giorno per giorno.

Come per ogni cosa bisogna impegnarsi e lavorarci sopra con energia magari facendosi aiutare da specialisti del settore rieducativo e posturale.

Articoli correlati:

Medicina cinese: il pericolo di fama e successo

15/9/11

Catherine Bellwald Medicina cinese: il pericolo di fama e successoE’ comune pensare che il successo e la fama possano portare problemi anche molto severi all’individuo che ne viene colpito. Tutti li vogliono ma a ben guardare sono davvero tanti gli esempi nel mondo dello spettacolo in primis (ma non solo) a mostrare come il successo possa diventare un fardello pesante talora autodistruttivo.

L’esempio della recente morte di Amy Winehouse è l’ultimo in ordine di tempo, ma sono moltissimi i personaggi dello spettacolo che abusano di droghe di vario genere, eccessi di ogni tipo e si sostengono con cocktail massicci di farmaci fino a distruggersi.

Ma come mai, viene da chiedersi, questi hanno tutto eppure riescono a vivere così male e essere spesso così infelici? Dalla legge dei 5 elementi è possibile avere una risposta che giustifichi come mai questo fenomeno accada così spesso.

Ogni individuo, per mezzo della legge dei 5 elelementi e del ciclo di generazione e controllo, sostiene 5 tipi diversi di relazioni. Ogni elemento ne genera uno e ne controlla un’altro ed è generato  e controllato da altri due elementi, determinando un cerchio chiuso. Il legno genera il fuoco, il fuoco genera la terra, la terra genera il metallo, il metallo genera l’acqua e l’acqua genera il legno e si ricomincia. E poi il legno controlla la terra, la terra controlla l’acqua, l’acqua controlla il fuoco, il fuoco controlla il metallo, il metallo controlla il legno e così via. Si formano in altri termini relazioni di parentela. Partendo da un qualunque elemento, avremo suo figlio, suo nipote, suo nonno e sua madre per arrivare nuovamente all’elemento di partenza.

La prima relazione è quella nei confronti di ciò che ci nutre, corrisponde all’elemento che ci genera, al di là dell’infanzia e dell’importante ruolo della madre, il nutrimento in senso lato proviene poi dallo studio, dall’intelligenza e dalla capacità appunto di imparare da ogni cosa.

La seconda relazione proviene da noi stessi e dai nostri simili ovvero persone a noi affini, chimicamente della nostra stessa pasta o elemento. Possono essere parenti ma anche amici, intesi come spalle su cui appoggiarsi e farsi forza. Queste prime due relazioni ci danno forza e ci sostengono e simbolicamente sono la madre e noi stessi.

La terza è la relazione nei confronti di  qualcosa che da noi nasce, possono essere i figli ma soprattutto i talenti, mentre la quarta è la relazione con  il mondo del denaro e dei possedimenti : il nipote. Quest’ultimo rappresenta l’elemento che corrisponde al successo e alla fama intesi anche come figli del talento.  Simbolicamente troviamo il figlio che corrisponde al talento e il nipote al successo dell’elemento in esame, due relazioni che, a differenza delle due precedenti, tendono a impoverire l’elemento di partenza.

Si dice che i figli vanno nutriti e i nipoti controllati e ciò richiede energia; lo stesso vale per il talento e per il denaro: ci vuole energia per produrre talento e per amministrare il proprio denaro e i propri possessi.

Partiamo dall’elemento legno; per fare un esempio se avrà molto fuoco ovvero “figlio”, tenderà ad impoverirsi questo è facile da capire, d’altro canto tanto legno ovvero se stesso e molta acqua lo fanno crescere e lo rendono forte, anche questo è facile da capire. Ma la terra che è figlia del fuoco, ovvero nipote del legno, e che corrisponde proprio alla fama perchè mai dovrebbe impoverire il legno? Semplice: la terra, essendo figlia del fuoco, lo indebolisce. Si dice che la terra spegne il fuoco e il fuoco a sua volta cerca nutrimento nella madre ovvero nel legno che si impoverisce ulteriormente.

Ecco spiegato con la legge dei 5 elementi come mai la fama estrema e improvvisa è potenzialmente pericolosa in quanto capace di generare uno squilibrio nei 5 elementi e nelle loro rispettive relazioni. Ma analizzando ulteriormente è facile intuire che se il legno è molto forte lo squilibrio e l’impoverimento saranno inferiori e l’equilibrio generale verrà preservato.

Ecco che un legno molto forte e sostenuto, ovvero ricco di acqua (educazione, studio, intelligenza) e magari in compagnia di altro legno (amici, parenti a lui affini e simili come qualità e  su cui fare affidamento) anche se con molto fuoco/talento e molto successo/terra resterà forte e stabile. Se invece abbiamo un legno debole la presenza di molto fuoco/talento lo indeboliranno, e lo stesso sarà per la terra/fama quando molto importanti. In questo caso si dice che il nipote si ribella per eccesso di forza e si sovvertono i rapporti di controllo, ovvero il legno non controlla più la terra, ma è la terra a controllare il legno.

Infine un eccesso di fuoco (talento) può creare un eccessivo controllato del metallo (autorità), il che, tradotto nell’esempio sopra, significa che il troppo talento può produrre una sorta di controllo sull’autorità e sui valori; ecco che può diventare lecito il normalmente illecito e  si può perdere l’orientamento di ciò che è giusto e non giusto fare, soprattutto se l’elemento metallo, ovvero l’autorità, è già di suo debole o poco rappresentato.

Tutto è sempre relativo ovviamente; un eccesso di controllo dato da un’importante presenza di metallo beneficia del fuoco per essere limitata,  come avrete capito non sono regole da applicare a tavolino in quattro e quattro otto ma da valutare nel loro insieme.

L’applicazione della legge dei 5 elementi anche in questo caso ci permette di  capire quanto, sia il talento che la fama possano, quando molto sviluppati, essere la causa di un forte disagio della persona e del suo rapporto con la società, al punto da produrre dei danni, soprattutto se la persona in questione è debole.

La fama quindi non è da augurare a tutti perchè non tutti sono in grado di sopportarla.

Articoli correlati:

Guardare avanti ma anche indietro

29/8/11

Catherine Bellwald Guardare avanti ma anche indietroSi dice sempre di guardare avanti e di non farsi influenzare troppo dal passato e da ciò che abbiamo già vissuto, il concetto è quello di voltare la pagina evitando di restare attaccati al passato. Tutto vero ma come tutto esiste sempre l’eccezione che conferma la regola!

Ci sono momenti in cui girarsi indietro è fondamentale per capire quanta strada abbiamo percorso.

Mi è capitato recentemente di fare una piccola escursione in montagna, eravamo sulla strada di ritorno e stavamo facendo il pezzo del percorso più difficile un pò di ghiaione  insomma decisamente un discreto dislivello.  La mia compagna di avventura iniziava ad avere il fiato pesante e si capiva dal suo sguardo un iniziale pentimento di aver deciso di percorre la strada più difficile per il nostro rientro. L’ora era ormai tarda e la nostra stanchezza stava iniziando a farsi sentire.

Ecco che presa dallo sconforto inizia ad alzare lo sguardo verso la vetta  mostrando non senza un velo di preoccupazione quanta strada ancora dovevamo compiere. In realtà la nostra meta era quasi raggiunta in quanto dovevamo tagliare sulla sinistra da lì a breve. Io mi sentivo in forza e avevo risparmiato il fiato concentrandomi sul respiro, ho iniziato a prendere la parola anche se ero molto meno esperta di lei in fatto di escursioni montanare.

“Siamo a 2/3 del tratto di salita peggiore” cercavo di convincerla, e più dicevo così più lei negava e si arrampicava con lo sguardo ben oltre il luogo dove dovevamo andare. Allora presa da intuizione mi sono imposta e le ho detto “girati,guarda quanta strada abbiamo già fatto, manca poco il nostro punto di arrivo è ormai vicino”. Da lì a pochi minuti abbiamo visto da lontano la segnalazione della strada  712 detta anche “dei finanzieri”.

La mia compagna si è rilassata, avevamo superato il peggio, da lì in poi la strada era facile e meravigliosamente illuminata da un sole morbido e dolcissimo. Il colore dell’erba dei fiori sembrava uscito da un quadro impressionista.

Giunti sull’altopiano abbiamo trovato numerosi cavalli con i loro puledrini con il pelo matto e pecore  che ci fissavano incuriosite.  Poi l’urlo della marmotta sentinella che abbiamo potuto intravedere su una roccia non molto distante da noi.

Un sogno a occhi aperti non eravamo più stanche nonostante fossero ormai le 18 il tempo era meraviglioso e accarrezzava i monti e le nostre anime. Ho pensato che rinunciare a questo spettacolo per la paura di non riuscire a finire la prima salita o per paura di essere troppo stanche o di arrivare troppo tardi sarebbe stato un vero peccato, sarebbe stato godere a metà. E’ giusto non sottovalutare i pericoli ma è altrettanto giusto non sottovalutare se stessi. L’equilibrio sta proprio lì.

Sono molti poi i montanari che si fanno prendere la mano colpiti come da un febbre del mettersi alla prova e scavalcare sempre nuovi limiti talora a rischio della loro vita. Il soccorso alpino ben li conosce ogni anno sui monti perdono la vita numerose persone alla ricerca di sensazioni forti ma forse anche spinte dalla ricerca di un contatto con se stessi e con Dio e non solo con la natura.

Proprio qualche ora prima abbiamo assisto al recupero con elicottero di tre scalatori. Un intervento davvero toccante per la bravura del pilota e per il modo in cui i soccorittori si sono adoperati rischiando anche del loro. Avevo le lacrime agli occhi, ho pensato “questi si che hanno le palle!”

Ma lo sapevate che una parte del corpo dei finanzieri, tanto  poco amati per ovvii motivi, lavorano attivamente nel soccorso alpino, ma anche nel corpo delle polizia all’insaputa di tutti e rischiando sulla loro pelle. Un prezzo salato anche per loro!

Articoli correlati:

Il senso di colpa e i suoi danni

18/7/11

Catherine Bellwald Il senso di colpa e i suoi danniSembra di dire cose risapute ma quello che non tutti sanno è che il senso di colpa si traveste nelle più svariate forme e tormenta la mente di un numero davvero elevato di persone destabilizzandole e nei casi peggiori facendo fare loro esattamente quello che non vorrebbero.

Avete capito bene; molte azioni compiute, anche quelle apparentemente più nobili, spesso non son altro che un riparare al senso di colpa.

Sono moltissime  le persone che usano consapevolmente o inconsapevolmente  questo sistema per far fare agli altri quello che  a loro interessa. Me lo devi! E’ il minimo che tu possa fare! Allora non ti importa niente di me o di noi! Sei il solito a noi non pensi! Non ti fai mai vivo! Non ci sei mai!

Tutte frasi comuni, tutti ricatti, sottili ricatti mentali!

Difficile, se non sei stronzo dentro o se veramente non riesci a leggere tra le righe, comportarsi in modo libero e sincero. I bambini di questa tecnica hanno l’arte ma anche molti adulti. Si finisce per fare quello che l’altro pretende da noi, ovvero il più delle volte si subisce il ricatto e non si capisce veramente cosa sta succedendo.

Il pericolo di questo atteggiamento è che un giorno  il vento gira in modo diverso e alla mente appare palese quante scelte siano state guidate da questo orrendo sentimento: il senso di colpa.

Accade ad alcuni di cadere in depressione come sentendosi in prigione, ad altri accade la ribellione e allora sonori vaffanculo si alzano al cielo e si infrangono anni di convivenza o di relazioni purtroppo cresciute saldamente sul senso di colpa.

Il senso di colpa va cercato ed eradicato in ogni gesto e in ogni momento per non diventarne schiavi. Si può stare seduti per ore e giornate intere davanti alla scrivania a concludere poco sotto il profilo lavorativo, oppure concludere anche un discreto lavoro in termini pratici ma con un sottofondo musicale che canta continuamente: “Povero me quanto lavoro o quanto mi tocca sacrificarmi” e ovviamente il senso di ingiustizia o di invidia nei confronti di chi  sembra faticare molto meno di noi e che  di conseguenza diretta ci deve qualcosa… è sottile questo passaggio ma cercate di seguirlo.

Oppure si può lavorare sapendo onestamente che è quello che è meglio fare per noi e per gli altri ma con un sorriso sulla bocca senza rivendicazioni su altri, capite la differenza sostanziale? Ma anche stare sdraiati in panciolle su un letto a oziare  può significare fare molto; può permettere per esempio di costruire un rilassamento mentale e un prezioso isolamento e contatto con se stessi. Senza che nessuno lo sappia o lo veda avremo costruito qualcosa. Magari  anche solo la consapevolezza di quanto abbiamo di più prezioso, di cosa fare e di come farlo al meglio.

Avete capito? E’ il dover continuamente dimostrare o l’aver paura di non essere mai abbastanza: bravi, onesti, impegnati e lavoratori,  buone moglie, mariti, genitori o figli che ci rovina e condiziona tutte le nostre scelte.

Un po’ di sano egoismo non è un male! Lo faccio per me! Per me e solo per me! E’ quello che piace a me! Non c’è niente di cui vergognarsi. Frasi tipo:  vado a fare una passeggiata, esco con gli amici a cena, faccio un week end in montagna, una settimana al mare non hanno bisogno di una giustificazione!

Conosco un sacco di persone che al rientro dalle vacanze sembra che si debbano giustificare e allora vengono fuori discorsi sull’orlo dell’assurdo, quasi come se andare in vacanza fosse uno sforzo o un compito e non un piacere!

Attenzione non dico che delle altrui necessità ci si debba lavarele mani alla Ponzio Pilato! Ma occorre rendersi conto che è una nostra scelta fare o non fare una cosa per gli altri, che non siamo affatto costretti a farlo e se la facciamo la vogliamo fare perchè la riteniamo giusta e corretta e non per paura di non essere abbastanza bravi.

Tra il fare per gli altri e il fare per noi deve esistere un equilibrio sano. Avere figli non giustifica l’assenza di importanti momenti di intimità che siano a sfondo sessuale o solo conviviale. Essere sposati non giustifica il fatto di non avere mai momenti per se stessi ovvero cose da fare, interessi personali, amicizie o altro. E non deve per forza esserci uno sfondo di lavoro che giustifichi la nostra assenza da casa, possiamo farlo semplicemente perchè ci va o ci piace!

Sono importanti i momenti di coppia, sono importanti i momenti con gli amici, sono importanti i momenti in famiglia più o meno allargata, ma sono importanti e sacrosanti i momenti con noi e basta! Esattamente nello steso modo e non hanno un valore inferiore; siamo, noi condizionati dal perbenismo, che lo consideriamo inferiore. Ma il vero errore sta nel credere che questi gesti a sfondo altruistico siano dimostrazione d’amore;  l’amore quello vero non deve essere dimostrato, questa è cosa certa.

Fate degli esperimenti, buttatevi sul letto quando meno gli altri se lo aspettano, vi chiederanno se state male, oppure sentirete il giudizio vostro e delle altre persone cadervi addosso come una ghigliottina e allora ascoltate e cercate di fare qualcosa per essere più liberi anche nelle mura di casa vostra. E’ il primo passo! Poi iniziate a costruire momenti solo vostri senza giustificarli. Ricordate i primi giudici di noi stessi siamo sempre noi!

Se invece siete dei fancazzisti incalliti e non avete legami con nessuno… beh allora per voi la regola e l’esperimento funzionano all’opposto!  Non fatevi fregare!

Articoli correlati:

La condivisione e la rete come patrimonio di tutti

6/7/11

Catherine Bellwald La condivisione e la rete come patrimonio di tuttiIeri si sono trovate e riunite molte persone in un evento straordinario trasmesso in rete ovvero sul web. Un’ iniziativa contro la censura e il controllo dell’informazione trasmessa in rete, per contrastare pacificamente il progetto di costituire nuove regole sui diritti di autore e nuove  linee guida sulle informazioni che viaggiano sul web che si dovrebbero decidere oggi all’AGCOM, senza il consenso dei cittadini.

Una serata con livello di ascolto altissimo oltre i 4500 le persone collegate contemporaneamente per quasi tutto l’evento per un totale di oltre 85.000 visitatori singoli. Un momento per molti  di esprimere a voce la propria opinione in merito alla questione in essere, ma forse non solo. Un nuovo modo per manifestare, forse un nuovo modo per fare  anche politica al di fuori dai ranghi stretti delle  poltrone dei politici ormai stantii e ammuffiti.

Sono intervenuti personaggi di rilievo artistico, politico e molti blogger. Fra le tante voci mi è piaciuto moltissimo il discorso di Richard Stallman che con un  inglese scandito con calma e inframmezzato da parole  in italiano, ha spiegato il non senso del  termine di pirateria, “i pirati usano armi e non strumenti musicali“.

Da sempre avevo antipatia e fastidio quando al cinema e sui video  veniva trasmessa la propaganda antipirateria. Mi colpiva la  violenza e l’aggressività dello slogan. Ma solo oggi capisco che quel fastidio altro non era che la percezione inconsapevole dell’assurdità della cosa. La possibilità di versare un contributo economico equo  su larga scala sarebbe secondo Stallman più che sufficiente per tutelare e sostenere gli autori, dando inoltre opportunità anche ai meno famosi di farsi conoscere.

La rete insomma come grande possibilità di divulgazione culturale, ma anche di crescita politica, sociale ed economica, all’insegna del confronto onesto e privo della ormai poco tollerata arroganza degli uomini di potere. La rete come possibilità di essere liberi di esprimersi, come strumento orizzontale per tutti e alla portata di tutti.  La rete come la possibilità di usare la tecnologia per crescere e  migliorare.

La rete così come è, resta l’ unico vero territorio di tutti, questa è ormai la consapevolezza di molti e per questo va preservata e protetta da coloro che vorrebbero metterci su la zampina lanciando grida di falso allarmismo.

La rivoluzione francese è ormai lontana ma una nuova rivoluzione potrebbe scoppiare se  questa libertà venisse meno. Questo di ieri sembra essere un passo storico verso un nuovo modo di essere più responsabili nei confronti del nostro destino comune.

Articoli correlati:

L’avidità e il pensare in piccolo

2/5/11

Catherine Bellwald Lavidità e il pensare in piccoloNon conoscevo il significato di questa parola finche non ho incominciato a farmi due domande sul perchè di molte situazioni tipicamente umane.

Non è il talento, il coraggio di rischiare con il proprio e l’attività individuale che creano il grosso divario economico; è l’avidità della mente umana.

Se in ogni situazione guadagno bene lasciando che anche altri guadagnino o beneficino di un certo vantaggio non va bene, non è abbastanza! Devo guadagnare solo io.

Questo modo di pensare è la vera piaga dell’umanità. Non siamo tutti uguali; ci sono menti imprenditoriali e menti che non vogliono responsabilità e desiderano essere guidate. La fregatura è che a tutti i livelli della scala economica e sociale l’avidità rovina ogni cosa, dal imprenditore delle multinazionali che spreme al massimo ogni situazione, al dipendente comunale che 20 minuti prima della fine del suo turno ha già chiuso i battenti senza guardare in faccia a niente.

E’ un modo di pensare infantile e piccolo, il benessere degli altri è ancora il nostro benessere, se possiamo giocare o lavorare bene in due sullo stesso ambiente perchè non farlo? se possiamo dare vantaggi e buon servizio sociale  impegnandoci al massimo perchè non farlo? Se  c’è da mangiare per tutti perchè dovrei voler mangiare solo io? Invece non è così, succede che ognuno vuole l’intera torta a rischio di buttarne via i tre quarti. Non si condividono il  successo, l’ inventiva, l’ esperienza, l’impegno e tanto meno il proprio tempo libero e la proprietà privata. Si teme dividendoli con altri di perdere la propria forza ma non è così; da sempre nuclei religiosi come gli ebrei piuttosto che altri gruppi hanno dimostrato il contrario.

Non intendo dire che tutto è di tutti, lungi da me questo ragionamento distorto e puerile. Una pepita d’oro distribuita su 100 persone diventa un niente a testa! Sto parlando del vero lavoro di gruppo pur mantenendo ognuno le proprie individualità.

Questa regola è conosciuta anche nel mondo finanziario. Ma è l’essenza di questo principio che sfugge. Non accontentarsi mai, sembra da un lato un ottimo modo di affrontare la vita ma è come tutte le cose importanti un’arma a doppio taglio: non accontentarsi e voler migliorare se stessi studiando, cambiando, raffinandosi e continuando a imparare dai propri errori è una cosa.

Non avere mai abbastanza in senso economico stretto, significa chiedere sempre non quello che è giustamente adeguato al nostro sforzo individuale e creativo ma arraffare il più possibile, sfruttando al massimo quello che si può da ogni situazione a discapito di tutto e di tutti. Non ci si sente mai un team ma un singolo individuo e allora non si guarda in faccia a nessuno si pensa solamente a se stessi.

Mio! avete presente cosa fanno i bambini? Uguale! Peccato che così facendo rendiamo aridi e poveri noi stessi e tutto quello che tocchiamo, la nostra stessa mente diventa sempre più piccola. I poveri e i paesi poveri saranno sempre più poveri e così la Terra. L’anno scorso tonnellate di greggio, quest’anno tonnellate di acqua radioattiva, cosa ne sarà del  mare che riveste gran parte di questo pianeta? Resisterà ancora? O prima o poi ci farà pagare il conto?  Il saldo finale in realtà diventa in questo modo sempre più salato!

Queste dinamiche si ritrovano nel tessuto della nostra società nel piccolo come nel grande. In sintesi l’avidità è l’antitesi dell’armonia e per questo motivo produce a lungo andare situazioni alle quali diventa impossibile porre rimedio. Iniziamo a pensare in grande; alziamo la testa e proviamo a guardare oltre il nostro naso. E’ il momento di crescere. Proviamo a mettere nel nostro lavoro quello che sentiamo e abbiamo compreso della vita senza pensare che il lavoro è solo un modo per portare a casa la pagnotta o per sviluppare a dismisura il nostro ego.

Il lavoro deve diventare un modo come un altro per esprimerci e per ricercare equilibrio. Solo così possiamo pensare di costruire un mondo che abbia un futuro da non temere.


Articoli correlati:

Il freddo interiore: la malattia del non essere

13/12/10

Catherine Bellwald Il freddo interiore: la malattia del non essereMolte persone sono abituate a lamentarsi continuamente; il tempo, il lavoro, il governo, i figli, il marito o la moglie. Non che manchino argomentazioni più che valide per lamentarsi ma il problema è che, lamentandosi, non cambia assolutamente nulla.

Lo stipendio non aumenta, i figli non studieranno di più, il marito non sarà più disponibile, le tasse non diminuiranno e così via…. Alla fine per fare una sintesi matematica, abbiamo dato aria ai denti e abbiamo appesantito ulteriormente noi stessi e chi ci è stato ad ascoltare.

Non dico che bisogna essere sempre contenti e felici di tutto e non farsi valere e sentire quando serve. Non sono le sfighe quotidiane che devono dare adito ai nostri dialoghi e alle nostre conversazioni, ma qualcosa d’altro, qualcosa che provenga da una parte un po’ più profonda di noi stessi.

Un altro modo comunemente usato per non comunicare nulla di sé è parlare solo di quello che faremo o abbiamo già fatto, senza mai considerare l’altro ma solo se stessi; in alcuni casi l’intento è quello di sottolineare  quanto pesantemente siamo impegnati, in altri il desiderio è quello di complimentarci con il nostro fare, i nostri viaggi, i nostri successi e così via, ve ne accorgete perché di solito non sono dialoghi ma monologhi. Insomma anche se non sembra,  si parla  solo di quello che si fa e mai di ciò che si prova  e tanto meno si cerca un confronto con l’ascolatore.

Sappiamo ascoltare chi ci sta vicino e chi diciamo di amare, sappiamo cogliere le sue sfumature e le sue più profonde qualità? Sappiamo dire e mostare quello che sentiamo e proviamo? Siamo  riconoscenti per la nostra salute e per la salute di chi amiamo? Ci rendiamo conto che domani tutto quello che abbiamo oggi potrebbe non esserci più, noi compresi? Ci diamo il tempo per ascoltare le nostre emozioni positive e non solo quelle negative?

Ho parlato del freddo interno inteso come fisicamente e se vogliamo materialmente presente nel corpo di chi ne soffre, in questo caso uso non a caso il termine interiorità, riferendomi alla sfera della personalità. Questi sono atteggiamenti, pose, abitudini talora  neanche sentiti veramente da noi, ovvero spesso molto dissimili dal nostro vero sè profondo. Sono quello che potremmo definire la schiuma di noi stessi e delle nostre emozioni, niente più.

Sempre di fretta, ci accontentiamo di presentare agli altri e purtroppo finiamo per farlo anche con i nostri cari e con noi stessi, questa carta d’identità falsa. La usiamo  come un  passe partout  per non metterci in gioco. Il vero problema è che  continuando a fare così  rischiamo di dimenticarci come si fa a entrare in contatto con noi stessi. L’interiore rischia di congelarsi lì, bloccato in questa falsa idea di sé,  del mondo e della vita.

E’ un pericolo enorme che rischia di tagliarci fuori ovvero farci vivere totalmente staccati dal nostro vero interiore, anche per un intera esistenza.

Non pensate che sia un pericolo solo per gli altri, tutti noi possiamo cascarci senza neanche accorgercene, fino a quando non succede qualcosa di davvero serio: una malattia grave, un lutto di una persona cara. Solo allora ci svegliamo da questo torpore e diventiamo nuovamente in grado apprezzare l’istante così come è, le persone così come sono, la vita come un dono che è e il tempo che abbiamo come il valore più grande, ovvero la nostra unica possibilità di esserci davvero e non come surrogati di noi stessi.

E’ come dare una fiammata, il ghiaccio non può che sciogliersi e la cosa davvero bella è che possiamo farlo in ogni momento e quando lo facciamo le persone intorno a noi non possono che esserne contagiate. “L’epidemia di esseri” si diffonde a macchia d’olio. Non esiste un vaccino contro questa “malattia del non essere”, patologia che potremmo definire dilagante in questi tempi moderni, complici il sentirsi sempre vittime e l’aspettarsi sempre qualcosa.

L’unico rimedio è rimanere in contatto con noi stessi il più  possibile, frequentare  persone in grado di richiamare in noi questa modalità e  dedicare del tempo a delle attività capaci non solo di nutrire il nostro portafoglio, gonfiare il nostro ego e  stimolare  nostri appetiti sessuali ma di toccarci dentro.

Articoli correlati:

Tracce di Profumo: Il tempo è adesso – by Valeria

17/9/10

Catherine Bellwald Tracce di Profumo: Il tempo è adesso   by ValeriaCi sono istanti della nostra vita di completa espansione durante i quali noi, immersi in una sorta di tempo senza tempo, assorbiamo ogni goccia del presente che ci circonda portandolo all’interno, dilatandolo. Momenti in cui non abbiamo occhi abbastanza per guardare, polmoni sufficienti ad inspirare.

Sembra la descrizione di uno stato alterato della mente tanto ci siamo disabituati a viverlo.

Eppure, cercando nel nostro passato, lontano passato, possiamo facilmente ricordare di averli sperimentati.

Ricordo un pomeriggio piovoso, a casa di una zia. Attraverso i vetri delle finestre della sua cucina guardavo il giardino fiorito ed il melo carico di frutta. Nella stanza si diffondeva il profumo che la terra restituisce quale ringraziamento alla pioggia che la nutre, la disseta, la irrora.

L’ambiente si era riempito della gioia sprigionata dal terreno, dai fiori bellissimi, dall’albero che levava i suoi rami, se possibile, ancora più in altro, e da ciascun filo d’erba che aveva intensificato la sua verde colorazione.

E noi ridevamo. Io bambina, lei anziana. Complici, agli antipodi della vita e proprio per questo entrambe capaci di ascoltare quella gioia. Lei perché non aveva più nulla da perdere, io perché avevo ancora tutto da scoprire.

Quel momento non aveva confini, non aveva ne impegni ne pesi, non aveva paure ne aspettative.

Era solamente l’attimo. E bastava a se stesso.

Poi la vita prende ad accelerare. Prima nella ricerca di sempre nuove esperienze, poi nella fuga da nuove possibili delusioni.

Ma accelera. E noi perdiamo ogni goccia di profumo. Qualcuno vive nel ricordo, molti hanno del tutto dimenticato.

Carichi di pesi e frustrazioni viaggiamo portando fardelli che hanno completamente sostituito la gioia del presente.

Come sistemi chiusi non comunichiamo più con l’esterno, non ascoltiamo più la forza misteriosa della vita.

Ma se potessimo riappropriarci qualche volta, anche per soli pochi minuti, di istanti di completa immersione nel presente, produrremmo un contatto talmente profondo e intimo con noi stessi da toccare corde da tempo assopite e vibranti del piacere di esistere.

Articoli correlati:

Tracce di Profumo. Pensiero impossibile – Un collegamento – By Valeria

17/8/10

Catherine Bellwald Tracce di Profumo. Pensiero impossibile   Un collegamento   By ValeriaIo ho un caro amico. A dire il vero non si sono mai fatte lunghe chiacchierate assieme, ci siamo sempre incontrati… da lontano.

Infondo lo conosco poco, non so esattamente dove abita, non so come sia fatta la sua casa, non so nemmeno che stipendio guadagna.

So così poco di lui che nessuno mi crederebbe se io dicessi che è un amico.

Eppure io sento così.

Ci sono persone che conosciamo da tanto tempo, sappiamo di loro tante cose, ma ciò che vediamo è solo lo strato superficiale.

Non le sentiamo e loro non sentono noi anche se magari si sbracciano in saluti affettuosi quando ci incontrano; ma non ci stanno vedendo, non veramente.

Incontriamo persone e stabiliamo rapporti umani a volte anche di tutto rispetto, ma esse sono e resteranno per sempre delle sconosciute.

Questo perché non abbiamo ascoltato il loro cuore, e loro non hanno ascoltato il nostro. Abbiamo riso e scherzato con loro. A volte litigato. Ma l’immagine che ne abbiamo è come quella impressa su una lastra fotografica: a due dimensioni.

Magari non ci piace ammetterlo per timore della solitudine. Ma quella solitudine, anche se non possiamo accettarla, c’è tutta.

Raramente può capitare un incontro straordinario, ma potremmo rimanere indifferenti perché il più delle volte non lo sappiamo ascoltare.

Non sappiamo ne vogliamo guardare in profondità: restare in superficie è più facile, meno doloroso.

Gli addii non costano nulla, gli incontri non temono le inevitabili, successive, separazioni.

Ciascuno rimane chiuso nel proprio guscio, ancorato all’idea che ha elaborato dell’altro. E tutto si consuma lì, sulla superficie.

Gioie e dolori sono solo immagini della fantasia. È sufficiente infatti un piccolo evento, un’emozione nuova, per spostare tutta l’attenzione altrove e chi credevamo amico scompare rapidamente nell’ombra, uscendo inesorabilmente dai nostri pensieri, dal nostro campo di percezione.

Ma con gli amici veri, quelli “del cuore”, il collegamento non s’interrompe mai.

Loro rimangono accanto a noi, anche se non ce lo diciamo, o non lo manifestiamo apertamente.

Loro lo sanno, noi lo sappiamo, e tanto basta.

Voi ci credereste che esistono amicizie di questa natura?


Articoli correlati:

Tracce di Profumo. E’ come volare nella nebbia – By Valeria

24/5/10

Catherine Bellwald Tracce di Profumo. E come volare nella nebbia   By Valeria

È soltanto acqua, in una delle sue tante forme… È costituita da minuscole goccioline sospese nell’aria.

Gli oggetti sono avvolti in un alone biancastro e la visibilità risulta ridotta, le forme appaiono quasi ammorbidite, il tempo sembra subire una breve sospensione.

Una sensazione di silenzio si diffonde attorno a noi e ci raggiunge anche all’interno.

Quando la nebbia è molto fitta produce un misto di disorientamento, piacere, senso del mistero.

Osservo attraverso un ricordo ma non riesco a vedere nitidamente, i particolari sfumano nelle pieghe del tempo; vorrei sapere, ma non so. Vorrei capire, ma non capisco.

Qualcosa che non avevamo previsto arriva talvolta come una semplice brezza marina e può dissolvere la foschia, mostrare verità dimenticate, far vibrare corde assopite.

Può possedere un potere sorprendente. Le immagini si fanno più nitide, le linee nette.

Alzarsi in volo allora consente di cogliere con lo sguardo ogni cosa, i dettagli rimpiccioliscono ma il mondo si manifesta in tutta la sua ampiezza, e bellezza.

Un ampio respiro ci riempie i polmoni, ampio come tutto ciò che gli occhi riescono a abbracciare, ampio come tutto ciò che il cuore riesce a percepire.

Passato, futuro e ogni distanza sembrano, per un istante, raccogliersi in un unico punto, e una gioia incontenibile ci pervade.

L’aria rarefatta e fredda ha un sapore marziale.

Noi siamo, e soltanto siamo, sospesi nell’aria senza un dubbio, con la sola forza dell’intensità.

Ma poi la brezza cala, la nebbia si sparge ovunque, e di nuovo un timore ci assale. Quando si perde l’orizzonte, tutte le comunicazioni devono essere in chiaro.

Fa che il mio cuore non perda la traccia affinché il ritorno mi conduca all’antica dimora.

Articoli correlati:

San Valentino: perchè no?

12/2/10

Catherine Bellwald San Valentino: perchè no? Manca poco al giorno di San Valentino, la festa degli innamorati, e mi chiedo: siamo innamorati? Sappiamo ancora amare, sappiamo mostrare il nostro amore anche con i gesti e con le parole o pensiamo non serva o sia superficiale e magari anche stupido o convenzionale, una cosa da fidanzatini, niente che valga davvero la pena di fare?

Ma mi chiedo… esiste davvero qualcosa di più importante dell’amore?

Se domani il caso ci mettesse a pochi centimetri dalla nostra morte, a cosa non vorremo aver rinunciato?

Alla libertà di avere amato e essere stati amati, all’aver vissuto con passione la nostra vita.

Credo che esprimere con le parole e con i gesti il proprio amore sia una cosa che viene facile ai bambini ma che con il passare degli anni si perde, solo in tarda età i più fortunati,  quelli che non si sono irrigiditi e avviziti, hanno la grazia di ritornare a questa semplicità e sono capaci di gesti e attenzioni dolci e affettive, mai concessi in età adulta.

Ma cosa aspettiamo, di essere degli ottantenni per mostare quanto ci teniamo e quanto siamo legati affettivamente alle persone che amiamo? Solo perchè a quel punto non avremo niente da perdere? Ma cosa abbiamo da perdere in fondo?

I biglietti scritti a mano, i cuori dipinti e frantumati, i gesti più infantili come un fiore, cucinare il suo  piatto preferito,  andare al ristorante  romantico che tanto ci piace, un gesto dal più semplice ed economico al più ricercato e caro, a ognuno la sua scelta, non importa, ma svegliatevi e non aspettate un’altra occasione per dire “ti amo”. (continua…)

Articoli correlati:

Tracce di profumo. Recuperare la vista – by Valeria

22/12/09

Catherine Bellwald Tracce di profumo. Recuperare la vista   by Valeria

La prima volta che sentii qualcuno sostenere che le persone fondamentalmente “dormono” sinceramente mi domandai perché non dovrebbero.

Mi sembrava che “addormentarsi” di continuo potesse costituire un buon anestetico per non soffrire troppo.

La sofferenza è di tutti, anche dei ricchissimi e dei fortunati che comunque dovranno fare i conti con le delusioni, le malattie e infine la morte.

Non trovai allora, di fronte a quelle parole, motivi sufficientemente validi per considerare utile aprire gli occhi più che tanto e guardarsi attorno con maggiore attenzione.

Mi venne in mente, invece, un film visto molti anni fa: un bambino cieco avrebbe potuto recuperare la vista se sottoposto ad un delicato e costoso intervento chirurgico; la famiglia non disponeva del denaro necessario ma in qualche modo riuscì a racimolare l’intera somma, l’intervento fu eseguito e riuscì perfettamente.

Il chirurgo raccomandò poi il ragazzo di non fissare a lungo il sole perché l’intensità luminosa avrebbe reso vana l’operazione rendendolo nuovamente cieco.

Ma in pochi giorni quel bambino vide molte cose brutte attorno a se che la sua cecità gli aveva risparmiato.

E così decise di fissare il sole abbastanza a lungo da perdere la vista nuovamente e irrimediabilmente.

Trovo che la metafora sia molto aderente a quel che facciamo tutti (o quasi) ogni giorno.

In fondo (ritenevo allora) sapere, avere una visione più nitida degli eventi della vita, aggiunge dolore al dolore.

Devo dire che nel tempo mi sono profondamente ricreduta.

(continua…)

Articoli correlati:

Tracce di profumo: Notturno. By Valeria

7/12/09

Catherine Bellwald Tracce di profumo: Notturno. By ValeriaE’ un punto, un piccolo punto che si espande più velocemente di quanto io non riesca a razionalizzare.

È un istante, un magico istante durante il quale tutto si trasforma: l’emotivo vuole la sua parte in questa storia e in un attimo io mi trovo a camminare per strada rapita da un sogno.

Cerco di riportare l’attenzione al rumore dei miei passi sul selciato. Non basta, allora ascolto il respiro, lo porto in basso, mi guardo le mani…

Io sono qui accidenti; qui, non lì. Ma è difficile.

L’emotivo si annoia e vuole giocare. Ma lo so per esperienza che poi tutto scappa dalle mani troppo in fretta; la pretesa di governare un’emozione liberata sembra perfino assurda.

Torno con la mente al presente, al qui e ora.

È solo un sogno, mi dico, non correrci dietro, non ha alcun senso.

Ma il mio cuore è gonfio e ha voglia di ridere.

Com’è che alla fine tutto si riduce sempre e soltanto a un dovere?

Guadagnare uno stipendio, interagire con tanta gente ingrigita e spenta, e poi fare le solite cose; tutti i giorni uguali a se stesse.

Ma perché non concedersi un attimo di riposo? Una piccola vacanza simbolica? Perché non regalarsi un sogno ad occhi aperti mentre lo sguardo si posa su un nulla qualsiasi oltre i vetri della finestra e la pioggia scende copiosa?

(continua…)

Articoli correlati:

Translator
Mailing List:

Email:

Dì che ti piace su FB!

Un post a caso
  • Depressione un circolo vizioso

    La depressione è definita come uno stato psicopatologico  la cui incidenza è fra le più significative; colpisce la popolazione in diverse fasce di età, si accompagna a svariate condizioni psicoemotive, ma anche a molte patologie organiche. Non è necessario essere un medico  per capire  qu
Tracce di Profumo

La rubrica di Valeria


Cerca nel blog
Commenti Recenti:
  • Loading...