Attenti alle parole che dite
Tutti noi siamo abituati a dire continuamente frasi come “non posso”: “non posso venire domani perché devo andare a prendere mio figlio a scuola”, “non posso stare con te perché devo andare”. Sono solo due esempi ma se ci fate un po’ di attenzione, il “non posso” 0 il “devo” sono un intercalare ripetitivo costante.
Quello che è importante vedere è che dietro a questa frase si nasconde un mondo di grassa inconsapevolezza che rende le nostre scelte impersonali e quindi non sotto la nostra responsabilità. Si tratta di un ammortizzatore che ci evita il conflitto e il dover scegliere.
La scelta esiste sempre se una cosa è importante: il figlio da prendere a scuola si può risolvere mandando il marito, il vicino, l’amica, la nonna. Quello che voglio dire è che anche se il figlio da prendere a scuola è reale, il modo in cui ci si esprime verbalmente indica una nostra assoluta non scelta. Diverso sarebbe dire: “Vorrei riuscire ad andare a prendere mio figlio a quell’ora, non riesco ad accontentarti” oppure “ho promesso di andare a prendere mio figlio non posso proprio venire”.
Capite la differenza? Nella prima espressione noi non siamo i responsabili del “non potere fare una determinata cosa” ma la subiamo, nel secondo caso abbiamo scelto e dato la priorità al figlio oppure a una promessa. E’ solo un modo di dire, si potrebbe arguire. Certo che è un modo di dire! Forse anche per essere gentili e cordiali verso il prossimo, ma è diventato talmente abituale e inconsapevole che nasconde la vera natura delle nostre azioni.
Non posso fare tutto quello che voglio e non posso dire a tutti di si, quindi a qualcuno dirò di si e a qualcuno dirò di no. Se giro a destra non posso girare anche a sinistra, non nello stesso momento ovviamente, la scelta si impone senza offesa per nessuno: le priorità esistono e le fissiamo noi o almeno dovremmo essere noi a farlo!
Il rischio è che con questo giochino di falsa cortesia, ci dimentichiamo che siamo noi i protagonisti delle nostre scelte. Alcune volte lo dimentichiamo talmente bene che se qualcuno ci dice, “beh… non puoi… non vuoi!” ci arrabbiamo pure e facciamo gli offesi o le vittime e sapete perché?
Perché è verooo! E non vogliamo che qualcuno se ne accorga, neanche noi stessi!
Poi esistono le frasi che si dicono non per comunicare qualcosa all’altro ma per noi e solo per noi. Ci avete mai fatto caso? Ci sono delle volte che parliamo o comunichiamo dettagli non per il gusto di condividere un pensiero nostro ma per ascoltarci da soli. In questo caso diciamo cose che all’altra persona sono il più delle volte completamente inutili, anzi di solito anche fuorvianti e tendenziose, per dire in realtà a noi stessi: ma quanto siamo bravi!
Succede a tutti, non preoccupatevi, e più spesso di quanto non si pensi ma l’importante è accorgersene subito e aggiustare il tiro rendendoci capaci di cogliere l’importanza e il valore delle parole che diciamo e l’influenza che queste possono avere sugli altri: anche al negativo.
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Il contagio del pessimismo
Il pessimismo al pari di un virus ha la possibilità di contagiare masse anche molto estese alla stregua di una pandemia. Ascoltando i telegiornali, leggendo articoli scritti da persone autorevoli nel settore economico, politico o religioso come da giornalisti e opinionisti, il risultato è lo stesso.
Il messaggio di fondo è sempre accompagnato da un importante dose di pessimismo quasi fosse un ingrediente di moda oppure ancora peggio un fattore indispensabile per essere credibili.
Ogni evento ha una lettura che ne calca inesorabilmente e prevalentemente il lato negativo ed oscuro e l’assenza di un possibile risvolto positivo. Anche la comicità è diventata quasi esclusivamente satira politica che aumenta il peso e il senso di impotenza e di disagio.
Pure le previsioni del tempo sembrano essere se possibili peggiori della realtà, freddo e neve in arrivo, primavera assente fino a Maggio, e così via!
Tutti ma dico tutti grandi e piccini sono gentilmente invitati a pensare male del futuro.
Ma se il mondo esterno come ben spiega Salvatore Brizzi è l’immagine del mondo interno ovvero di ognuno di noi ne consegue per logica matematica che il miglioramento e la speranza di questo cambiamento devono necessariamente nascere da dentro di noi e quindi vanno urgentemente alimentati da pensieri capaci di nutrirli e consolidarli.
Ieri incontravo una mia collega che mi diceva l’Italia è la pattumiera dell’Europa! Ma se non fosse così mi sono detta? Se fosse che è proprio in Italia che le menti sono più sofisticate ed è proprio qui che l’attrito è maggiore per la evidente difficoltà di trovare la strada e la crescente consapevolezza e volontà di non accettare più il vecchio?
La storia ci insegna che la nascita di qualcosa di nuovo è sempre passata da un conflitto, un attrito se vogliamo. Nel film Lincoln bellissima ricostruzione storica, ci viene ricordato oltre che evidenziato che fu proprio la guerra di secessione a consentire quello che oggi sembra accettato da tutti, ovvero che ogni essere umano indipendentemente dal colore della sua pelle possiede gli stessi diritti di fronta alla legge.
La guerra civile è stata consapevolmente usata da Lincoln per ottenere il voto che abolì la schiavitù, una svolta che allora sembrava improponibile e irragiungibile e che vista oggi sembra ovvia e normale.
Non solo quindi il conteggio dei morti, il pianto ela disperazione per la perdita di vite e la violenza assurda che la guerra in genere rappresentano per una qualunque nazione e per l’umanità in genere ma da parte di questo grande uomo che fu Lincoln una longimiranza, una consapevole visione del futuro e un desiderio fermo e risoluto di cambiare la storia definitivamente.
Riusciamo a capire la differenza?
Ci vogliono uomini e donne con una chiara visione positiva di quello che sono le nostre potenzialità e non con la cenere sul capo. Non gesti fanatici ne continue lamentele ne egocentriche quanto insignificanti dimostrazioni di potere e di superiorità ma un’equilibrata, saggia e dotta visione del futuro che deve per forza passare da compromessi e difficoltà iniziali senza soccombere ad essi.
Il pacchetto omaggio che i media ci inoculano tutti i giorni prevede una totale mancanza di fiducia nel futuro; e perchè mai dovremmo stupirci se i paesi esteri non danno fiducia al nostro potenziale economico e ancora del fatto che nessun partito possiede la fiducia in parlamento.
Iniziamo noi ad averla questa fiducia, fiducia nel nostro potenziale umano e sovraumano, iniziamo con l’accettare la legge della dualità come parte della materia e non opponendoci alle parti oscure ricordando sempre che muovendoci verso la legge di unità che tutto sovrasta perchè è la più elevata, il duale perde semplicemente di importanza, svanisce inglobato dal principio Uno che tutto include.
Questa non è new age spicciola, non dobbiamo tapparci le orecchie e fingere che tutto vada a meraviglia, no di certo ma neanche lamentarci come dei bambini piccoli. L’atteggiamento del lamento come passività al negativo non funziona dovremmo averlo capito dalle piccole cose.
Mi ricordo ancora quando ero dipendente ospedaliera e non andavo d’accordo con le idee del mio primario, pensando che non era possibile cambiare, dove lo trovavo un lavoro di dipendente altretanto sicuro, in un momento in cui la sanità pubblica non assumeva da tempo? E ancora come facevo ad uscire dal sistema sanitario che mi impediva di dedicare il tempo che desideravo ai miei pazienti senza dover rispettare tabelle orari e protocolli incapaci di adattarsi alle esigenze del singolo?
Se non avessi cambiato modo di pensare sarei ancora lì forse con un’acidità di stomaco e l’insonnia presumibilmente, ma sicuramente in compagnia della mia amata lamentela.
Serve coraggio per avere fiducia e non incoscienza.
Ognuno di noi può fare qualcosa iniziando dal proprio pensiero e dalla cura del proprio personale pessimismo difendendosi da esso come facciamo con i virus influenzali. Questo produce un’onda nuova e la possibilità che gli uomini e le donne che possono fare la differenza perché introdotti più nel sistema politico ed economico possano trovare accordi e idee utili a crescere verso un futuro che dovrà necessariamente cambiare alla radice affinché i rami che vogliamo far crescere possano essere rigogliosi e sani.
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Anche James ha perso la sua leggerezza
Per tutto il mese di ottobre i film di James Bond sono stati tutti rimessi in visione in attesa del nuovo e ultimo episodio uscito ieri sera in prima visione a Londra. James Bond in televisione a tutte le ore della sera! Carino e poi rivedere alcuni film totalmente dimenticati è stata un’esperienza interessante. L’evoluzione nel tempo di questa serie cinematografica mi ha permesso di osservare i cambiamenti dei gusti, del pensiero e dei costumi avvenuti nel corso di questi ultimi 50 anni.
Il nuovo James è un vero guerriero, sa combattere e difendersi in modo decisamente più credibile ed efficiente, il suo aspetto fisico è più prestante e atletico oltre che il suo modo di vestire più tecnico, tattico e francamente più adatto al suo lavoro pur restando elegante nelle occasioni mondane con l’intramontabile smoking.
Le scene di inseguimento delle ultime pellicole sono mozzafiato e tutte girate con super effetti speciali che certamente una volta scarseggiavano o mancavano del tutto. Quello che però emerge maggiormente alla mia attenzione è che il personaggio di James (solo dire il nome suscita emozioni positive) ha perso la sua patina onirica e di leggerezza.
Niente più sigarette, superalcolici a ogni occasione, niente svaghi o promiscuità sessuale in tal caso forse ci farebbero vedere un preservativo temo.
James giocava con i mitici trucchetti di Q facendolo sempre arrabbiare per la sua mancanza di serietà quasi fanciullesca. Anche con M i rapporti erano di rispetto ma un pò più rilassati e lasciavano intravedere qualche mezzo sorriso della bellissima e inossidabile Judi Dench.
Le battute erano costanti, le espressioni buffe con occhio furbino anche nelle situazioni più pericolose, i doppi sensi a sfondo erotico una costante. Senza parlare della presenza di un’infinità di donne affascinanti quasi a formare dei veri e propri harem. James era noto per la sua profonda e penetrante dedizione al mondo femminile e ovviamente il suo fascino maschile non mancava di fare sospirare come minimo due donne a puntata con la nota esclamazione:
“Oh… James!”
I vecchi film finivano immancabilmente con 007 e la bond girl di turno tra le lenzuola sotto gli occhi sbigottiti dei superiori.
Si trattava di un personaggio volutamente irreale e giocoso che si prendeva anche in giro da solo, di una leggerezza a mio parere ormai non più di questi tempi. Il poco sesso e divertimento è certamente un segno del momento. Se pensate al riferimento di alcune pubblicità di cui non faccio ovviamente il nome : “Non lo mangio perchè è buono ma perchè è sano” credo avrà colpito anche voi soprattutto perchè detto da una bambina. Ma non è che stiamo diventando un po’ troppo moralisti? Il fatto che sia sano non dovrebbe prescindere dal fatto che sia buono e che possa piacere.
Sono la prima a fare attenzione all’alimentazione e a dirlo costantemente ai miei pazienti ma credo ancora che la leggerezza, la spensieratezza e il gioco siano ingredienti fondamentali. Prendere tutto e tutti e soprattutto prendersi troppo sul serio non credo sia poi così sano. Dimentichiamo così che la nostra data di scadenza non è prevista sulla nostra fronte e che alcune volte la giostra della vita va presa esattamente per quello che è; un gioco divino ma sempre un gioco.
Vi lascio con una delle splendide sigle di apertura, in attesa di vedere anche noi prestissimo, James in super forma smagliante, per farci sognare e sorridere, se possibile senza troppe censure!
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Il valore terapeutico della scrittura
Dal settecento e dal romanticismo nasceva il desiderio sempre più esteso di mettere nero su bianco le proprie emozioni e il proprio sentire profondo; per molti vi era il diario inteso come rifugio dell’anima che si scriveva e nascondeva segretamente.
Un’altra occasione di scrittura era data dalle lettere di corrispondenza tra amanti lontani, amici o colleghi; missive ricche di un desiderio reale di comunicare al lettore selezionato emozioni e vissuti di uno spessore ormai sconosciuto.
E ancora per gli scienziati di quell’epoca e per tutti i diversi studiosi vi erano gli appunti personali che costituivano il percorso del ragionamento compiuto e i passaggi fatti per arrivarci, cogliendo e immortalando intuizioni che hanno fatto la storia.
Oggi la parola scritta è sottovalutata e per molti un canale di espressione considerato inferiore, talora superficiale e incompleto. Questo avviene perché si associa la scrittura e il suo valore agli sms, ai messaggi su skype o su Facebook o alle fredde mail che non riescono emotivamente a sostituire le lettere. In effetti questi mezzi di comunicazione possono essere semplici mezzi di lavoro, del tutto vuoti di contenuti profondi, talora anche strumenti per mettere in bella mostra magari cose che non sono neanche reali, oppure gesti compulsivi per tentare di sentirsi accettati e sempre più diffusi sui social network.
Per i giovani di oggi il messaggio scritto anche se estremamente sintetico, confinato all’essenziale, con abbreviazioni di ogni genere può ancora essere uno strumento di contatto e di introspezione come lo è sempre stato. Certo siamo lontani dalla bella calligrafia, dalle parole e frasi poetiche che si scrivevano una volta ma anche la punteggiatura, la scelta delle maiuscole e delle parole stesse, anche se operata attraverso un mezzo tecnologico, permette comunque di rivelare qualcosa di più intimo di chi sta scrivendo. Si possono scrivere frasi molto profonde con un semplice sms cose che a voce talora non si riesce a esprimere di persona vuoi per via della costante fretta nella quale viviamo oppure per un senso di timidezza. Resta il fatto che oggi sono molti gli adulti che non amano esprimersi in questo modo per paura di essere giudicati o fraintesi e in molti casi per semplice pigrizia mentale. Si perché per scrivere bisogna prima pensare (oltre che imparare come funziona il mezzo tecnologico ovviamente) e poi quel che è scritto è scritto! ” Verba volant scripta manent!”
Per me la parola scritta e il contenuto degli scritti di questi post sono un metodo di introspezione e di studio che mi consente di focalizzare la mente su un argomento piuttosto che un altro. Non si tratta di leggere qua e là informazioni e fare il copia incolla, questo sistema non funziona nello stesso modo. Ripetere non significa capire. La differenza è sostanziale. Si tratta di leggere, informarsi e poi internamente collegare, unificare, mettere un legame e un senso tra le diverse ipotesi e pensieri comuni e creare un pensiero nuovo non perché è stato scritto per la prima volta, ma perché frutto di un’esperienza personale la nostra.
Il lettore si accorge della differenza perché solo un pensiero veramente interiorizzato può essere spiegato con semplicità e chiarezza senza la maschera della prosopopea e della tracotanza di chi crede di sapere. La parola scritta inoltre è un sistema per conservare un’intuizione della nostra mente che talora velocemente come è arrivata può anche disperdersi.
Infine ancora oggi attraverso la scrittura la mente può elaborare un dolore o una sofferenza scavando nell’intimo degli stessi e nei relativi processi di pensiero, mettendoli a nudo senza vergogna. Scrivere quello che si prova quando difficilmente potremmo parlarne a qualcuno senza essere fraintesi, può diventare un ottimo specchio per vedersi e capire dove si trova la via di uscita.
Gli occhi della mente possono vedere quello che normalmente non vedono: noi stessi.
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Il valore intrinseco del complimento
Quando si ricevono complimenti non è facile accoglierli nel modo corretto; fra gli atteggiamenti classici il primo è il rifiuto ovvero riconoscere l’affermazione fatta nel complimento come falsa ovvero non veritiera, un altro atteggiamento frequentissimo è quello di considerare il complimento come tendenzioso, della serie “mi sta prendendo in giro” oppure nel peggiore dei casi “cosa vuole ottenere questo individuo da me”!
Si parte sempre dal presupposto che i complimenti siano mezzi subdoli per approfittarsi delle persone che possono cedere a tali lusinghe. In effetti esistono persone addestrate in tale arte della finzione, persone molto brave nel recitare e nel sapere cosa dire affinchè abbia luogo una precisa reazione emotiva piuttosto che un’altra .
Questi maestri dell’inganno sanno farsi dare i gioielli da una vecchietta, l’eredità da un uomo in fin di vita, sono capaci di farsi sposare, di farsi mettere incinte, o di farsi regalare di tutto e di più. Queste persone sanno perfettamente su chi e su cosa fare presa per ottenere ciò che a loro interessa e le loro prede sono persone deboli, emotivamente fragili e bisognose di affetto.
Ma a parte questa categoria di professionisti, di solito facili da riconoscere ad un occhio attento, esiste un mondo fatto di piccole frasi e di piccoli gesti che non solo regalano gioia ma scaldano letteralmente il cuore. E’ necessario adestrarsi a farli i complimenti, ad esempio sulla velocità di un professionista, sulla sua efficienza, ma anche sulla bellezza o su ciò che semplicemente ci piace.
Diciamolo, comunichiamolo anche a sconosciuti mai visti e che mai più vedremo, ma anche a nostro marito o nostra madre. E poi impariamo ad accettarli i complimenti: come stai bene, che bel vestito, come sei bella oggi! Che diamine …grazieeeeee, punto e basta! Mi capite? Non si dice ”ma veramente oggi non mi sono neanche truccata!” oppure “ma va è vecchio questo vestito!” o ancora crediamo sempre che ci prendano in giro anche quando esiste un sincero apprezzamento e peggio che ci siano secondi scopi…e allora risposte come ” di cosa hai bisogno?” che non hanno senso ti possono anche gelare il sangue.
Ci sono uomini che durante l’amore amano fare i complimenti e ti fanno sentire bella e desiderabile, lo sappiamo tutte di non essere perfette ma è bellissimo sentirsi bella in quel momento anche perchè la bellezza davvero non è solamente un canone esteriore e durante un rapporto intimo può emergere veramente la natura interna di una persona e la sua bellezza intesa come un qualcosa di inspiegabile, di magico e coinvolgente. E perchè no dopo aver fatto l’amore si può dire ” mi è piaciuto…molto..sei stato grande” agli uomini fa piacere ed è giusto comunicare ciò che abbiamo provato.
Anche un semplice grazie non di etichetta o inatteso può essere un regalo, non dimentichiamolo.
E alle persone che non fanno mai complimenti e che si vantano di tale fatto, ricordate che si possono dire cose anche molto profonde con un semplice complimento e che non è detto che avrete altre occasioni per farlo.
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Il potere terapeutico della parola
La parola è qualcosa che può raggiungere il cuore di un individuo e depositarci un seme, la parola può consolare e sostenere un animo che ha perso la speranza, può indicare la strada come un dito indice, può far chiarezza su una situazione come se avessero acceso la luce.
Allo stesso tempo la parola può ferire più della spada e può essere vuota e piena solo di cose inutili e inconsistenti ..aria fritta!
Secondo la medicina cinese il potere della parola e quindi la capacità di donare e toccare un altro essere umano con essa è una funzione propria del cuore. E se ci pensate bene ha un senso; solo ascoltando e cogliendo con il cuore il nostro interlocutore sapremo come e cosa è utile dire affincheé le ombre si dissipino e anche lui possa trovare la forza per fare qualcosa per se stesso.
Non servono tante parole, non serve spiegare e convincere nessuno, perchè la parola raggiunga e possa toccare l’ascoltatore basta solo trovare quello spazio di silenzio per poter seminare la speranza, la possibilità di un cambiamento, ma anche solamente il dubbio che alcuni sistemi e pensieri non siano magari più adeguati oppure vecchi o soltanto un retaggio che non ci appartiene più.
Affinchè si possa trovare quello spazio è necessario ascoltare, non solo con le orecchie, ma prima di tutto senza giudicare, cercare di sentire quello che l’interlocutore veramente dice con le sue parole, cosa si nasconde dietro la fretta, la cortesia oppure la mancanza di pazienza o di fiducia. Solo a quel punto è possibile dare con la parola la possibilità all’altro di aprire una porta su un’idea, sulla costruzione di una nuova idea non contaminata dalle vecchie convinzioni.
Non è facile, come per tutto bisogna addestrarsi. La parola sbagliata al momento sbagliato oppure il silenzio nel momento del bisogno producono nel primo caso, una ferita emotiva e nel miglior caso solo una chiusura da parte di chi ascolta, mentre il silenzio quando lasciato cadere nel momento meno opportuno lascia spazio alle paure e dubbi più nascosti dell’animo umano anche nelle persone apparentemente più sicure e scaltre.
La parola usata con attenzione è un grande strumento per donare ed è giusto capire e imparare come fare a essere attenti alle parole come alle non parole per usarle al meglio non solo per vendere qualcosa o sedurre professionalmente o sentimentalmente gli altri ma per la possibilità del tutto gratuita di generare armonia intorno a noi.
Credo che se considerassimo tutte le persone come cellule di un enorme organismo chiamato umanità, allora, solo lavorando armonicamente le une con le altre potremmo garantire a questo corpo di mantenersi sano e in equilibrio.
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La natura che insegna
Recentemente sono stata in montagna per alcuni giorni dormendo in rifugi del Cai. Ho potuto innanzitutto osservare che mentre molti hotel sono vuoti i rifugi sono invece al completo. Prezzi di pernottamento e di ristoro ridotti, ulteriormente ridotti per i tesserati, viste mozzafiato, oltre che il vantaggio di trovarsi già in pista per partire per le escursioni più impegnative e panoramiche.
Ho potuto, camminando, pensare a quanto la montagna ma in realtà la natura tutta, siano degli insegnanti perfetti per noi uomini. Messner ha scritto un libro dedicato a questo argomento dove descrive come scalare una vetta segua gli stessi principi della scalata in qualunque altro ambito.
Non sono che una principiante montanara alle prime armi e le cose che ho colto, sono ancora più basilari.
Prima di tutto si deve partire per una destinazione precisa; e questo è davvero importante. Questa destinazione va studiata prima sulla carta, distanza in km, dislivello, tipo di percorso e poi ovviamente si deve decidere di partire.
Ogni grande viaggio inizia quindi dall’intenzione ma come si fa ad arrivare alla meta che appare così lontana? Come per tutto ma proprio per tutto, ci si arriva solo ed esclusivamente in un modo; passo dopo passo. Banale ma di nuovo fondamentale, non abbiamo che gli strumenti di cui disponiamo e anche se potrà sembrare talora impossibile o difficile, questi sono sufficienti.
Ma andiamo avant: il ritmo, il ritmo del passo è un altro aspetto cruciale, possiamo camminare veloci oppure lenti non è importante ma è il ritmo il nostro vero sostegno, si perchè con il ritmo non sentiamo la fatica e procediamo con una determinazione che non ha eguali. Il ritmo è tempo in assenza di tempo, mette tutto il nostro corpo e mente in sintonia. Il ritmo diventa lo strumento chiave per affrontare lo sforzo.
Lo sforzo esiste ed è innegabile, non vi è modo di sfuggirgli, rinunciare per non fare sforzo significa non muoversi. Lo sforzo poi non dipende da cosa si fa ma da come si fa. Esiste per tutti una linea che risulta difficile da superare che una volta superata ci riporta al punto di partenza, la fatica come per magia si annulla. Per ognuno questa linea è diversa ma produce una sorta di passaggio che consente di costruire spessore nella nostra personalità. Superare questa linea di confine ci da forza, carattere e la possibilità di andare in altre direzioni oppure di andare ancora più lontano.
Un altro concetto sostanziale è quello di mantenere un’attenzione continua. L’attenzione è rivolta al presente ovvero ad ogni passo un pò come il respiro nella meditazione o nello yoga. Nessun passo può essere fatto con leggerezza senza rischiare di appoggiarlo in modo scorretto. Inoltre è indispensabile non perdersi ovvero non perdere il sentiero. Ogni buon montanaro impara a guardare non solo dove mettere i propri piedi ma guarda sempre un pò più in là del suo naso. Si usa il principio di pollicino si seguono i segnali; senza questa attenzione costante perdere la strada è una garanzia in quanto è facile farsi trascinare dalla meccanicità del passo.
E non è tutto, pensate a come ci si prepara per una passeggiata in montagna. Non si parte mai senza acqua o senza una piccola scorta di cibo energetico, si organizza una specie di piccolo ristoro sapendo bene quali sono le nostre esigenze fisiche o debolezze. Si porta una giacca impermeabile in caso di pioggia, una maglietta in caso di grande sudore, una maglia in caso di freddo insomma si prevede e si cerca di essere prudenti e premurosi nei nostri confronti come se dovessimo accudire un figlio. Gesti questi di attenzione di cui troppo spesso manchiamo nella vita di tutti i giorni anche se solo per inconsapevolezza.
Per farla breve in montagna ci comportiamo nel modo in cui dovremmo comportarci nella vita, con entusiasmo, con curiosità, con prudenza e con grande attenzione e cura della nostra e delle altrui persone.
Un peccato non essere così anche nella vita di tutti i giorni.
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Sanità in svizzera: equità, economicità e libertà
In svizzera ogni medico che si iscrive all’ordine dei medici del rispettivo cantone dichiara al momento dell’iscrizione all’ordine di accettare le tariffe sanitarie del TARMED. Si tratta di un elenco di codici e relative tariffe nazionali che prevede oltre 4000 voci diverse.
Il TARMED nasce dopo numerosi anni di lavoro alla ricerca di un sistema di estrema precisione per qualificare e quantificare le molteplici possibilità di lavoro medico. Il tariffario è stato successivamente modificato e aggiustato fino ad arrivare ad oggi a una stesura considerata definitiva e completa seppur suscettibile di eventuali ulteriori modifiche.
Ogni tipo di prestazione medica prevede un codice diverso che ne assicura un pagamento equo rispetto al tempo e alla difficoltà, responsabilità e agli studi necessari per eseguirlo. Ecco che raccogliere l’anamnesi, visitare, valutare una specifica funzione o articolazione, preparare una ricetta, leggere gli esami in assenza del paziente, fare una consultazione telefonica, preparare un certificato, spiegare una terapia, insegnare delle manovre o degli esercizi, eseguire delle manovre, ma anche sostenere psicologicamente un paziente o un parente, oppure indicare una dieta precisa sono tutte prestazioni codificate in modo diverso.
Devo confessare che nonostante la mia nazionalità svizzera al primo impatto ho pensato con panico, “è troppo difficile! non è mica possibile starci dietro”. Ma poi leggendo con calma le diverse voci, ho capito facilmente il criterio su cui si basa e lo considero sicuramente un sistema molto efficace e ben studiato per far si che il pagamento sia equo rispetto alla prestazione indipendentemente da chi la eroga.
Quanti pazienti andati a visita da un medico considerato famoso per una specifica area medica o patologia sono tornati da me delusi, affermando di avere avuto una visita estremamente superficiale e veloce. Non è una novità. In Italia esiste la tariffa minima ma non esiste ancora la tariffa massima di una prestazione, il che lascia capire come alcune visite specialistiche possano avere anche prezzi assolutamente fuori scala.
Se una visita specialistica dura 10 minuti, il pagamento sarà anche quello più alto della valutazione specialistica ma congruo con la durata della stessa e non con l’esperienza del medico. Una visita specialistica di un’ora e mezza con valutazioni, test specifici, esercizi e trattamenti mirati avrà un prezzo fino a 4 volte superiore. E’ vero che un medico con maggior esperienza dovrebbe essere più capace e veloce e quindi richiedere minor tempo per eseguire alcune manovre. Ma questo fatto dovrebbe andare a vantaggio del medico che in meno tempo fa più prestazioni e a beneficio del paziente che con minor tempo e quindi minor spesa avrà una valutazione corretta del suo caso! E questo criterio è possibile trovarlo nel TARMED ovvero una volta pagata la qualifica della prestazione ( che sottintende gli anni di studio per raggiungere tale qualifica) il tempo, più è veloce più è a vantaggio di entrambi: medico e paziente.
Nel tariffario infatti sono previsti tempi ma anche la tipologia esatta della prestazione. Una prima visita dopo un incidente ha una tariffa molto più alta perchè maggiore è la responsabilità del medico e il tempo in questo caso non può essere inferiore a una certa durata a salvaguardia della salute del paziente e verrà riconosciuta su tutto il territorio nazionale anche se il paziente non si è recato in ospedale perchè magari non era necessario effettuare alcun accertamento o radiografia di controllo. Questa procedura alleggerirebbe il pronto soccorso che invece dovrebbe prendersi cura delle reali urgenze e non dei colpi di frusta per fare un piccolo esempio.
Esiste poi una tariffa diversa se il paziente è inviato a parere da un altro collega, che comprende il tempo delle telefonate, del passaggio di dati personali e della risposta scritta che abitualmente viene fatta. Ogni certificato o comunicazione scritta ha un valore sulla tipologia dell’informazione e sulla lunghezza in numero di righe della comunicazione.
Quante volte mi è capitato di scrivere una lunga lettera di presentazione di un paziente a un collega senza mai avere una risposta! Solo recentemente con un chirurgo francese fra l’altro di una certa fama e ovviamente con il quale non sono in amicizia, ho avuto un riscontro sia scritto che telefonico, sia prima che dopo l’intervento, una lettera sulla valutazione e una lettera precisa sul tipo e caratteristiche specifiche relative all’intervento chirurgico che la mia paziente aveva ricevuto. Un miraggio che in Italia mai in oltre 20 anni mai mi era capitato di vedere e non dico altro!
La collaborazione tra specialisti non avviene solo per conoscenza diretta ma è la base del lavoro, allo scopo di produrre un inquadramento a 360° del paziente in carico e senza paura di perderlo. Non esiste il pericolo che lo specialista dal quale invii il tuo paziente lo fagociti lasciandoti fuori. Il chirurgo francese in questione, per fare un esempio, ha detto alla mia paziente che era un bene che il suo dolore fosse stato trattato dall’agopuntura e ha tenuto a sottolineare alla paziente che il suo recupero postchirurgico lo aveva sorpreso positivamente.
Una bella differenza con altri chirurghi o ortopedici Italiani talora in grado di deridere i pazienti perchè in cura con l’agopuntura oppure capaci di fare affermazioni false come “L’agopuntura è come l’anestesia: una volta finita non produce alcun miglioramento”! Perchè non è così! Insomma si può collaborare con il rispetto totale delle altrui specialità e la sicurezza che il paziente ritorna con qualcosa in più data appunto dalla professionalità e esperienza di un altro specialista.
Ecco che in questo modo il paziente extraospedaliero o privato non sarò mai considerato una sorta di proprietà da difendere ma un essere umano bisognoso di cure, da trattare in equipe e in armonia tra le diverse aree specialistiche all’unico scopo di migliorare la sua qualità di vita in senso ampio ed esteso del termine.
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Influenzare e farsi influenzare
Proprio oggi viaggiando in macchina mi sono trovata a pensare a quanto sia facile farsi influenzare dall’ambiente circostante nostro malgrado e come la cosa spesso anzi quasi sempre passi nel regno del non riconosciuto.
La riflessione mi è giunta osservando quanto le persone che siamo abituati a vedere in un certo ambiente possano cambiare fino al punto da non essere quasi riconoscibili quando le incontriamo in momenti insoliti, e fuori dai “comuni canoni”.
A chi non succede di cambiare totalmente in base alle circostanze, il punto è lo facciamo apposta oppure ci succede? Questo è sostanziale. Il campo di influenza che possiamo generare quando siamo veramente noi stessi è determinante e questo può succedere quando facciamo un lavoro che ci piace e che ci rappresenta e quando ne siamo totalmente responsabili o in totale armonia con chi ne è responsabile.
Allora come nel mio lavoro si ha la possibilità di sentirsi e di percepire esattamente quanto possiamo influenzare gli altri. Sono moltissime le persone che arrivano nel mio studio e dopo pochi minuti affermano “mi sento già meglio“, “qui si sta veramente bene“. Quando poi succede che il paziente arriva carico di dolore e di frustrazione è possibile vedere, non solo attraverso la terapia che necessita ovviamente di un certo tempo, ma anche solo attraverso la presenza tranquilla di qualcuno che ascolta e che non giudica e accoglie, come le cose possano in breve tempo apparire diverse. Spesso non serve neanche la parola o comunque ne bastano poche; è come si è “dentro” che funziona da diluente.
Questo avviene per diluizione come con la chimica, quando in un recipiente d’acqua mettete una goccia di inchiostro lentamente svanisce, allo stesso modo si può diventare dei recipienti di acqua e diluire il dolore e tutte quelle emozioni negative che potremmo definire veleni dell’animo umano. Questa capacità di diluire è dovuta alla possibilità di ogni uomo di mettersi in collegamento con sé stesso e con la propria parte più profonda che è molto ma molto più estesa di quanto non si creda.
La parte più profonda di noi stessi è collegata con la parte più profonda di tutto il resto e in questo tutto il resto possiamo metterci proprio tutto. E’ l’elegante concetto dei frattali esposto molto bene da Lucia Morello nel suo post; il tutto in ogni pezzetto anche più piccolo che si possa immaginare.
Ecco come possiamo diluire anche un grosso dolore semplicemente accedendo a questo spazio interno che tutto contiene. Il bello è che a noi non resterà addosso niente di questo dolore e anzi accedendo a questo spazio, la fatica si limita notevolmente proprio perchè quel tutto presente nel piccolo nostro interno ci nutre più e molto di più di quanto non si possa immaginare.
Ma è altrettanto vero che un ambiente esterno fortemente carico di una valenza emotiva tenderà nella maggior parte dei casi a influenzare il singolo. Questo succede perchè il singolo è rimasto appunto singolo ovvero si è scollegato dal tutto e da se stesso e allora, il più delle volte in modo del tutto inconsapevole, si lascia colorare senza opporre resistenza alcuna dagli eventi esterni o da altre persone; semplicemente… non è.
E’ possibile passare anni interi e in alcuni casi intere esistenze senza accorgersi di non essere noi stessi ma quello che ci si attende da noi, di essere uniformi al nostro ambiente circostante, di adeguarci e così facendo di spegnerci. Se non ci capita l’opportunità di doverlo fare per un motivo preciso o di farlo per caso possiamo anche non sperimentarlo mai.
Quando invece per grazia o per ricerca personale ci capita di accedere a questa esperienza capiamo cosa sia e come si possa ritornare a quello spazio interno. A questo punto è importante trovare il modo di utilizzarlo il più spesso possibile, perchè in questo modo tracciamo una sorta di percorso, di segnaletica che ci consente anche in condizioni di maggior difficoltà di ripercorrere quella strada.
E’ difficile, mi rendo conto, descrivere con le sole parole quello che succede senza sembrare dei mistici illusi e farneticanti ma realmente accade; si tratta di un enorme serbatoio di perfetta armonia che ci circonda tutti e la cui forza non è paragonabile a nient’altro e soprattutto gratis e a disposizione di chiunque la voglia trovare.
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Mai rinunciare a vivere
Rinunciare a essere se stessi è una cosa che si impara già da piccoli e che alcune volte ci accompagna dalla più tenera età. Rinunciare significa fare a meno volontariamente di qualcosa che si possiede.
Rinunciare è poi una parola che, siate onesti, è accompagnata dall’approvazione popolare del “giusto”, se poi a fianco alla parola “rinuncio” aggiungete “per il bene degli altri”, il gioco è fatto; vi siete garantiti l’applauso e la lode di chiunque, nessuno oserà contrapporre parola e neanche pensare che avete anche potuto fare una scelta discutibile.
Siete in una botte di ferro!
Una frase che fa parte del retaggio cattolico pronunciata durante i voti dei sacerdoti è “rinuncio a satana”, rinuncio alla parte di me in ombra per trasformarla in Luce. Un significato totalmente diverso dalla rinuncia a qualcosa di buono e di piacevole, come solitamente intendiamo.
Mostrarsi benefattori e magnanimi è da sempre un sistema molto usato per nutrirsi di gratificazione, crescere in potere e talora anche compiere le più ignobili nefandezze.
Ma quello che qui mi fa piacere condividere è la possibilità di vedere che molte, anzi troppe nostre scelte, sono dettate talora anche inconsapevolmente da questa trappola per topi.
I primi castratori sono quasi sempre i nostri genitori ed è per questo che fare i genitori è l’impresa più difficile del mondo e per la quale è indispensabile non essere superficiali. Approvare e non approvare una scelta dei figli e motivare la nostra approvazione o non approvazione possono essere determinanti per il futuro e per la costruzione di una identità. E lo stesso vale per le nostre di azioni.
Capire cosa muove una scelta o una richiesta e non fermarsi al giusto e non giusto, buono e non buono è di una difficoltà spaventosa e richiede una attenzione e concentrazione massime, perchè tutti i nostri gesti e le nostre parole dovranno essere consapevoli. Dovremmo esserci sul serio e non recitare la nostra parte di genitori.
Non conta cosa si fa, ma come. Vi siete mai svegliati con una grande voglia di affrontare la giornata e con tanta energia da non poter stare a letto ancora e aver solo voglia di buttarvi nella vita e di morderla? Vi è mai capitato di vivere così intensamente da ricordare ogni vostro gesto e ogni dettaglio di quel momento da poterlo riproporre alla mente anche a distanza di tempo?
E ancora avete mai sentito il piacere della luce perfetta, della musica perfetta, del sapore perfetto, dell’unione perfetta? Ebbene in quei momenti voi eravate lì con tutto il vostro essere. Rinunciare a essere è la cosa più nociva che si possa fare, non solo per noi stessi ma per tutti coloro che sono a fianco a noi e che subiscono la nostra influenza.
Rinunciare alle proprie idee per assecondare un padre, una madre, un maestro, una moglie o un marito o un capo ufficio è imperdonabile per noi stessi e se è fatto deliberatamente è imperdonabile per coloro che ce lo impongono.
Fare rinunciare l’altro alla sua libertà è un’opera al nero, molto spesso mascherata da buona azione quotidiana. Se non stiamo attenti, se non stiamo svegli non ce ne accorgiamo neanche, entriamo passivamente nella corrente che lentamente ci allontana da noi stessi. Giorno dopo giorno diventiamo sempre più cinici, sempre più tristi, sempre più scarichi perchè ci siamo scollegati da noi stessi e dalla nostra energia vitale. E meno siamo noi stessi meno riusciamo a vedere quanto ci manca, meno riusciamo a sentire quell’energia, quella voglia di vivere e quella perfezione che altro non è che figlia della luce stessa.
Stiamo molto attenti; è facile addormentarsi e farsi trascinare passivamente dal “si fa così” e dal “così è giusto”, l’ombra e la sua influenza esistono tanto quanto la luce. Una volta si parlava di guerrieri della Luce e in molti miti e religioni si parla di una guerra tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Perchè mai noi non dovremmo lottare? Perchè mai dovremmo subire passivamente una castrazione di noi stessi?Porgere l’altra guancia non è una azione passiva ma attiva data dalla comprensione di quello che ha generato la sberla e capace di riportare l’equilibrio: non è idiozia ma massima visione d’insieme. Ci hanno insegnato a castrarci non solo sessualmente ma in tutti i sensi. Il senso di colpa permea tutta la nostra esistenza terrena, ci sentiamo perennemente in debito, ma la verità è che il vero debito la costruiamo ogni giorno con noi stessi.
Anche se abbiamo una terribile paura di sbagliare non possiamo rinunciare a vivere, dobbiamo provare e riprovare e quando avremo imbroccato la strada per arrivare a noi stessi lo sapremo senza ombra di dubbio, perchè l’energia che si scatena e la forza della nostra mente sono inconfondibili e sono potenti come un raggio di sole.
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Lo Yoga può far male?
E’ uscito recentemente sulla Repubblica un articolo di Federico Rampini sui possibili effetti dannosi di questa antica disciplina. Nell’articolo in questione si sottolinea lo svilupparsi di una crescente e cosiddetta allarmante “sindrome da incidenti di yoga” che io definirei sindrome da malpratica di yoga e che anche Rampini stesso riconosce come tale nello svilupparsi del suo articolo.
L’argomento è in effetti interessante e diventa più che legittimo affrontarlo con serietà e competenza senza ritenerlo un tabù ma cercando di chiarire alcuni aspetti importanti di questa questione: può lo yoga far male?
Pratico yoga da oltre 30 anni e in tutto questo tempo non mi è mai capitato di avere problematiche fisiche correlate con la mia pratica; semmai posso dire con onestà che lo yoga mi ha consentito di mantenere un’attenzione e consapevolezza corporea anche su altri sport come la corsa, l’equitazione, il trekking e lo sci che portano a frequenti incidenti e disturbi fisici da ipersollecitazione meccanica. Quando non sto bene so esattamente quali esercizi non fare e quali fare e questo è assolutamente vero.
Certamente un caso come il mio non rappresenta nessuna incidenza e tanto meno può far testo per il fatto che possiedo nozioni di anatomia, fisiologia, recupero motorio, conseguiti con i miei studi in medicina e riabilitazione e con il mio lavoro. E’ altrettanto vero però che i numeri segnalati nell’articolo di Rampini non danno realmente la dimensione del problema in quanto non sono associati al numero di praticanti totali ne’ al numero di praticanti che non solo stanno bene ma che dalla pratica hanno tratto benefici.
Ovvero non emerge una percentuale di danno e tanto meno si confronta con altri sport o discipline e questo non consente di avere una visione completa ma solo parziale e oserei dire “direzionabile” e impressionabile. L’affermazione che “molte persone non sono adatte alla pratica dello yoga e farebbero meglio a smettere” e la conclusione che “per praticare yoga bisogna essere in ottima salute” mi sembrano un pò eccessive e tendenziose.
Lo yoga è innanzitutto una via, non solo uno sport, ovvero una possibilità di sviluppare qualcosa di unico e di individuale utile su diversi piani dell’individuo. Una buona pratica consente di arrivare al silenzio e alla possibilità di creare un vuoto dentro di sè . I pensieri meccanici hanno la possibilità di sgretolarsi liberando la nostra mente ad un mondo decisamente più espanso dove il pensiero può svilupparsi, elevarsi e viaggiare molto più liberamente, come attingendo a qualcosa di superiore.
Queste esperienze possono arricchire il praticante di yoga che in questa era soffre più che in ogni altra epoca per il senso di assenza di libertà. L’individuo moderno di oggi come non mai sente di essere prigioniero dei propri pensieri meccanici e di molteplici condizionamenti esterni.
Lo yoga visto sotto questo profilo interno e interiorizzato può essere considerato come un unguento, una medicina per molte malattie dell’anima compresa la depressione e l’ansia di cui tanto si parla in giro. E’ da considerare che molti sport possono a loro volta diventare una via. L’alpinismo di Messner, per fare un esempio, non è solo uno sport ma diventa, nel modo in cui lui lo pratica, una vera e propria via, un modo per evolvere, per andare oltre ai propri limiti e al proprio modo di pensare, creando qualcosa di nuovo come lui ha prodotto.
Ma come lui stesso dice: quello che va bene a me non va bene ad altri, anzi può essere nocivo e pericoloso
Nella mia esperienza non vi è nulla che sia una medicina uguale per tutti e per tutto. Come per la fitoterapia cinese se un rimedio fitoterapico è efficace per una patologia specifica, lo stesso rimedio può, se assunto erroneamente, diventare dannoso per altri individui. Il fatto di essere naturale non lo rende meno nocivo, è infantile e puerile ragionare in questo modo.
Come sempre si tratta di conoscere la materia in modo approfondito, non solo studiando ma anche praticando. Ogni postura ha degli effetti fisici e meccanici che, se eseguiti su soggetti con problematiche fisiche specifiche possono aver bisogno di correzioni e personalizzazioni individuali non sempre già codificate sui libri.
Inoltre lo yoga come molte discipline orientali e come molte religioni tendono a restare condizionate dalla tradizione, “si faceva così e così dobbiamo fare“. L’insegnamento rischia di diventare qualcosa di morto, il cui valore oggi non ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quella che poteva avere a quei tempi. Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e cresceva dedicando allo yoga una vita intera. Oggi non è più così; inoltre si traducono i testi antichi, cercando di applicarli e capirne il significato non senza il rischio di interpretare.
Ma ancora non è tutto. Per esperienza posso affermare che la pratica dello yoga non è tale se non si arriva a un certo tipo di intensità. E’ l’intensità della pratica a renderla efficace. Si tratta, come per molti farmaci e per la fisioterapia, di un “delta di azione efficace” talora molto piccolo e a volte vicino al limite del potenzialmente nocivo. Il che rende necessario da parte di chi prescrive farmaci, pratica la fisioterapia ma anche di chi guida una pratica di yoga e di chi la esegue, una notevole attenzione e capacità di ascolto per non rischiare di passare dalla pratica all’acqua di rose a quella dissennata e dannosa.
Ci addentriamo così in una dimensione che può diventare pericolosa, quando chi insegna o chi pratica yoga entra in una condizione di fanatismo e di incapacità di essere equilibrato. Ma cerchiamo di non farci fregare dal modo di pensare di questa nuova nostra società moderna che vorrebbe etichettare tutto come sicuro, come la carne che si compra al supermercato: non è così semplice.
Di chi è la responsabilità se, durante una lezione, il praticante di yoga che lavora al supermercato sollevando pesi ha avvertito per tutta la settimana un dolore sciatico ingravescente, e durante la lezione ha insistito facendo tutte le posture pur sentendo male fino a sentire chiaramente una fitta di dolore nella posizione della pinza (pascimottasana), procurandosi o peggiorando una discopatia lombare: dell’insegnante o dell’allievo?
Io da allieva dico: è mancata consapevolezza dell’allievo, come del runner che si procura una meniscopatia o tendinopatia delle ginocchia perchè non si è fermato in tempo. Non si è ascoltato, ha superato per ego o per distrazione il suo limite fisico e ne paga le conseguenze.
L’insegnante di yoga diventa responsabile delle conseguenze quando il suo allievo lo avverte del suo dolore e lui non lo ascolta oppure gli dice di proseguire senza aver paura del dolore e senza una reale consapevolezza dei veri limiti del praticante: questa diventa omissione di responsabilità. E’ vero che molti medici senza conoscere lo yoga potrebbero dire di sospendere questa pratica in quanto causa di dolore, senza badare troppo al sottile e magari distruggendo anni di lavoro positivi. Ma è altrettanto vero che l’insegnante di yoga potrebbe non essere in grado di capire che alcuni esercizi in quel determinato caso e situazione infiammatoria possono diventare pericolosi: una anterolistesi lombare per esempio può peggiorare con esercizi di estensione, e una rettilinizzazione lombare o cervicale con protrusioni discali può peggiorare con esercizi di flessione soprattutto se mantenuta a lungo e questi ultimi sono casi molto frequenti e quasi sempre prodotti dalla vita sedentaria o da altre condizioni lavorative.
Un buon insegnante o maestro di yoga deve si aver studiato lo yoga e il corpo umano ma anche e soprattutto aver praticato a lungo e insegnato altrettanto a lungo. E anche lui come l’allievo e come molti medici non deve cadere nel delirio di onnipotenza conferitogli dal suo ruolo e cercare di mantenere un giudizio più oggettivo possibile.
Federico Rampini si stupisce del fatto che molti maestri soffrono di disturbi fisici; perchè no? dico io; il fatto di insegnare yoga non li rende per questo motivo invulnerabili. Tensioni emotive viscerali e momenti di inconsapevolezza motoria possono colpire anche loro. Aver conseguito una consapevolezza individuale in uno specifico campo non significa averla mantenuta a 360 gradi e in modo continuativo.
Molti dolori sono espressioni di tensioni interne e il riflesso di disturbi viscerali profondi e possono emergere durante la pratica. Discernere in quali casi ci si trova non è facile. Correre dall’ortopedico al primo piccolo e transitorio dolore di spalla senza aspettare di vedere cosa succede, oppure perseverare con mesi o anni di lombosciatalgia senza rivolgersi a uno specialista del settore, meglio se medico e con competenze specifiche, sono entrambi errori, il primo da eccesso di paura e il secondo da omissione di responsabilità.
L’equilibrio, il giusto agire e parlare, sono l’obbiettivo da raggiungere; qualcuno è ancora molto lontano, qualcuno è già vicino; errare è più che comprensibile per entrambi.
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Anno 2012…la fine del mondo
Su quest’anno si è detto di tutto e di più, fra cui annunci catastrofici sulla possibile fine del mondo. Oggi a questa data siamo sempre più vicini ma cosa ci dicono i ba zi ovvero la legge di cinque elementi e dello yin e yang applicata all’astronomia o al macrocosmo?
Per il calendario cinese entreremo solo con Febbraio nel nuovo anno. Anno del Drago Acqua inteso come tronco terrestre dell’elemento terra yang associato al ramo celeste dell’acqua yang.
Dal punto di vista figurativo abbiamo la montagna (intesa come terra yang) e oceano (intesa come acqua yang), come immagine niente di particolarmente contrastante o minacciose come potrebbero essere altre associazioni.
Anzi andando nella circolazione di generazione e controllo troviamo che la terra genera il metallo e il metallo genera l’acqua, quindi la terra è la nonna dell’acqua che in teoria dovrebbe, secondo natura, controllare. In questo caso la montagna controlla l’oceano, non sembra difficile da immaginare, la forza della montagna difficilmente non è in grado di adempiere a questo fisiologico ruolo di sorgere al di sopra della distesa oceanica. inoltre la pioggia è l’immagine di nutrimento della terra e la montagna da l’idea di una forza stabile e protesa verso l’alto. Non male! Andando a guardare nel passato tra gli anni dominati dal Drago troviamo: il 2000 associato al metallo yang, il 1988 associato alla terra yang, il 1976 associato al fuoco yang, il 1964 associato al legno yang.
Bisogna risalire fino all’anno 1952 per ritrovare la stessa associazione del tronco terrestre e ramo celeste di quest’anno:Drago e Acqua yang. Non sono una storica e a loro lascio la parola ma in quegli anni, si parlava di una iniziale risalita dell’economia e dei primi passi del consumismo, i primi test nucleari, il primo sommergibile nucleare, brillava la prima bomba all’Idrogeno segni di una tendenza aggressiva e difensiva, dal punto di vista politico la guerra contro il comunismo si faceva sentire in molte realtà. Un anno che non possiamo definire eccellente ma neanche catastrofico dove mi pare emergesse la volontà di crescere con tutti i limiti che la cultura di quel tempo imponeva.
In fin dei conti potrebbe anche essere una fine del mondo di anno!!!! e perchè no!! Ma sicuramente un anno di speranza e possibilità di crescita personale, sociale e universale.
Buon anno a tutti allora.
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Correzione posturale: attenti alla vista
Un altro serio problema spesso poco considerato quando si parla di postura è la vista.
La presenza di un severo difetto della vista, soprattutto da vicino, produce sul corpo una postura viziatissima che potremmo definire secondaria. Ovvero non è essa stessa un atteggiamento dovuto al carattere della persona ma una risposta a una difficoltà; di solito quella nel leggere.
Il paziente di solito non avvicina il giornale o il pc agli occhi ma avvicina il volto! In questo modo il tratto cervicale si trova in anteroposizione con tendenza alla cifosi del tratto inferiore e rettilinizzazione del tratto superiore.
Inoltre l’asse di allineamento della testa è totalmente perso e il peso del cranio grava interamente sui muscoli cervicali scaleni, trapezi e talora anche sui muscoli strenocleidomastoidei che inevitabilmente si contraggono in modo anomalo.
Ne consegue, nel migliore dei casi, una cervicalgia muscolotensiva e nel peggiore un quadro di discopatie cervicali anche severo con possibilità di protrusioni multiple, ernie estruse o frammenti erniari a cui possono accompagnarsi dolori chiamati brachialgie, non solo cervicali ma irradiati alle braccia e alle mani; questi sintomi sono spesso molto dolorose e fastidiosi in quanto corrispondono a vere e proprie nevralgie.
La cosa più logica è certamente correggere il difetto visivo con una valutazione oculistica completa, ma non basta; resta comunque l’atteggiamento che in questo caso è una memoria corporea o psicomotoria ovvero anche se ci sono gli occhiali correttivi più idonei il corpo ricorda la schema di movimento che è diventato un atteggiamento automatico.
La persona tende così a ripetere quegli schemi corporali, prima conseguenti alla patologia visiva, e che rimangono in atto anche dopo che il difetto visivo è stato corretto, continuando ad aggravare la situazione cervicale muscolare e osteoarticolare.
L’unico modo per agire su di essi è in primo luogo consapevolizzare e osservare il difetto posturale acquisito, successivamente correggerlo continuamente fino a riprogrammare lo schema corporeo.
E’ sbagliato affermare “io sono così” pensando di non poter modificare la situazione oppure ancora peggio offendersi se qualcuno ci fa osservare la nostra posizione scorretta: ben venga qualcuno che ce la fa osservare; la consapevolezza della propria postura non è infatti, nella gran parte dei casi, qualcosa con cui si nasce, ma va costruita giorno per giorno.
Come per ogni cosa bisogna impegnarsi e lavorarci sopra con energia magari facendosi aiutare da specialisti del settore rieducativo e posturale.
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Medicina cinese: il pericolo di fama e successo
E’ comune pensare che il successo e la fama possano portare problemi anche molto severi all’individuo che ne viene colpito. Tutti li vogliono ma a ben guardare sono davvero tanti gli esempi nel mondo dello spettacolo in primis (ma non solo) a mostrare come il successo possa diventare un fardello pesante talora autodistruttivo.
L’esempio della recente morte di Amy Winehouse è l’ultimo in ordine di tempo, ma sono moltissimi i personaggi dello spettacolo che abusano di droghe di vario genere, eccessi di ogni tipo e si sostengono con cocktail massicci di farmaci fino a distruggersi.
Ma come mai, viene da chiedersi, questi hanno tutto eppure riescono a vivere così male e essere spesso così infelici? Dalla legge dei 5 elementi è possibile avere una risposta che giustifichi come mai questo fenomeno accada così spesso.
Ogni individuo, per mezzo della legge dei 5 elelementi e del ciclo di generazione e controllo, sostiene 5 tipi diversi di relazioni. Ogni elemento ne genera uno e ne controlla un’altro ed è generato e controllato da altri due elementi, determinando un cerchio chiuso. Il legno genera il fuoco, il fuoco genera la terra, la terra genera il metallo, il metallo genera l’acqua e l’acqua genera il legno e si ricomincia. E poi il legno controlla la terra, la terra controlla l’acqua, l’acqua controlla il fuoco, il fuoco controlla il metallo, il metallo controlla il legno e così via. Si formano in altri termini relazioni di parentela. Partendo da un qualunque elemento, avremo suo figlio, suo nipote, suo nonno e sua madre per arrivare nuovamente all’elemento di partenza.
La prima relazione è quella nei confronti di ciò che ci nutre, corrisponde all’elemento che ci genera, al di là dell’infanzia e dell’importante ruolo della madre, il nutrimento in senso lato proviene poi dallo studio, dall’intelligenza e dalla capacità appunto di imparare da ogni cosa.
La seconda relazione proviene da noi stessi e dai nostri simili ovvero persone a noi affini, chimicamente della nostra stessa pasta o elemento. Possono essere parenti ma anche amici, intesi come spalle su cui appoggiarsi e farsi forza. Queste prime due relazioni ci danno forza e ci sostengono e simbolicamente sono la madre e noi stessi.
La terza è la relazione nei confronti di qualcosa che da noi nasce, possono essere i figli ma soprattutto i talenti, mentre la quarta è la relazione con il mondo del denaro e dei possedimenti : il nipote. Quest’ultimo rappresenta l’elemento che corrisponde al successo e alla fama intesi anche come figli del talento. Simbolicamente troviamo il figlio che corrisponde al talento e il nipote al successo dell’elemento in esame, due relazioni che, a differenza delle due precedenti, tendono a impoverire l’elemento di partenza.
Si dice che i figli vanno nutriti e i nipoti controllati e ciò richiede energia; lo stesso vale per il talento e per il denaro: ci vuole energia per produrre talento e per amministrare il proprio denaro e i propri possessi.
Partiamo dall’elemento legno; per fare un esempio se avrà molto fuoco ovvero “figlio”, tenderà ad impoverirsi questo è facile da capire, d’altro canto tanto legno ovvero se stesso e molta acqua lo fanno crescere e lo rendono forte, anche questo è facile da capire. Ma la terra che è figlia del fuoco, ovvero nipote del legno, e che corrisponde proprio alla fama perchè mai dovrebbe impoverire il legno? Semplice: la terra, essendo figlia del fuoco, lo indebolisce. Si dice che la terra spegne il fuoco e il fuoco a sua volta cerca nutrimento nella madre ovvero nel legno che si impoverisce ulteriormente.
Ecco spiegato con la legge dei 5 elementi come mai la fama estrema e improvvisa è potenzialmente pericolosa in quanto capace di generare uno squilibrio nei 5 elementi e nelle loro rispettive relazioni. Ma analizzando ulteriormente è facile intuire che se il legno è molto forte lo squilibrio e l’impoverimento saranno inferiori e l’equilibrio generale verrà preservato.
Ecco che un legno molto forte e sostenuto, ovvero ricco di acqua (educazione, studio, intelligenza) e magari in compagnia di altro legno (amici, parenti a lui affini e simili come qualità e su cui fare affidamento) anche se con molto fuoco/talento e molto successo/terra resterà forte e stabile. Se invece abbiamo un legno debole la presenza di molto fuoco/talento lo indeboliranno, e lo stesso sarà per la terra/fama quando molto importanti. In questo caso si dice che il nipote si ribella per eccesso di forza e si sovvertono i rapporti di controllo, ovvero il legno non controlla più la terra, ma è la terra a controllare il legno.
Infine un eccesso di fuoco (talento) può creare un eccessivo controllato del metallo (autorità), il che, tradotto nell’esempio sopra, significa che il troppo talento può produrre una sorta di controllo sull’autorità e sui valori; ecco che può diventare lecito il normalmente illecito e si può perdere l’orientamento di ciò che è giusto e non giusto fare, soprattutto se l’elemento metallo, ovvero l’autorità, è già di suo debole o poco rappresentato.
Tutto è sempre relativo ovviamente; un eccesso di controllo dato da un’importante presenza di metallo beneficia del fuoco per essere limitata, come avrete capito non sono regole da applicare a tavolino in quattro e quattro otto ma da valutare nel loro insieme.
L’applicazione della legge dei 5 elementi anche in questo caso ci permette di capire quanto, sia il talento che la fama possano, quando molto sviluppati, essere la causa di un forte disagio della persona e del suo rapporto con la società, al punto da produrre dei danni, soprattutto se la persona in questione è debole.
La fama quindi non è da augurare a tutti perchè non tutti sono in grado di sopportarla.
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Guardare avanti ma anche indietro
Si dice sempre di guardare avanti e di non farsi influenzare troppo dal passato e da ciò che abbiamo già vissuto, il concetto è quello di voltare la pagina evitando di restare attaccati al passato. Tutto vero ma come tutto esiste sempre l’eccezione che conferma la regola!
Ci sono momenti in cui girarsi indietro è fondamentale per capire quanta strada abbiamo percorso.
Mi è capitato recentemente di fare una piccola escursione in montagna, eravamo sulla strada di ritorno e stavamo facendo il pezzo del percorso più difficile un pò di ghiaione insomma decisamente un discreto dislivello. La mia compagna di avventura iniziava ad avere il fiato pesante e si capiva dal suo sguardo un iniziale pentimento di aver deciso di percorre la strada più difficile per il nostro rientro. L’ora era ormai tarda e la nostra stanchezza stava iniziando a farsi sentire.
Ecco che presa dallo sconforto inizia ad alzare lo sguardo verso la vetta mostrando non senza un velo di preoccupazione quanta strada ancora dovevamo compiere. In realtà la nostra meta era quasi raggiunta in quanto dovevamo tagliare sulla sinistra da lì a breve. Io mi sentivo in forza e avevo risparmiato il fiato concentrandomi sul respiro, ho iniziato a prendere la parola anche se ero molto meno esperta di lei in fatto di escursioni montanare.
“Siamo a 2/3 del tratto di salita peggiore” cercavo di convincerla, e più dicevo così più lei negava e si arrampicava con lo sguardo ben oltre il luogo dove dovevamo andare. Allora presa da intuizione mi sono imposta e le ho detto “girati,guarda quanta strada abbiamo già fatto, manca poco il nostro punto di arrivo è ormai vicino”. Da lì a pochi minuti abbiamo visto da lontano la segnalazione della strada 712 detta anche “dei finanzieri”.
La mia compagna si è rilassata, avevamo superato il peggio, da lì in poi la strada era facile e meravigliosamente illuminata da un sole morbido e dolcissimo. Il colore dell’erba dei fiori sembrava uscito da un quadro impressionista.
Giunti sull’altopiano abbiamo trovato numerosi cavalli con i loro puledrini con il pelo matto e pecore che ci fissavano incuriosite. Poi l’urlo della marmotta sentinella che abbiamo potuto intravedere su una roccia non molto distante da noi.
Un sogno a occhi aperti non eravamo più stanche nonostante fossero ormai le 18 il tempo era meraviglioso e accarrezzava i monti e le nostre anime. Ho pensato che rinunciare a questo spettacolo per la paura di non riuscire a finire la prima salita o per paura di essere troppo stanche o di arrivare troppo tardi sarebbe stato un vero peccato, sarebbe stato godere a metà. E’ giusto non sottovalutare i pericoli ma è altrettanto giusto non sottovalutare se stessi. L’equilibrio sta proprio lì.
Sono molti poi i montanari che si fanno prendere la mano colpiti come da un febbre del mettersi alla prova e scavalcare sempre nuovi limiti talora a rischio della loro vita. Il soccorso alpino ben li conosce ogni anno sui monti perdono la vita numerose persone alla ricerca di sensazioni forti ma forse anche spinte dalla ricerca di un contatto con se stessi e con Dio e non solo con la natura.
Proprio qualche ora prima abbiamo assisto al recupero con elicottero di tre scalatori. Un intervento davvero toccante per la bravura del pilota e per il modo in cui i soccorittori si sono adoperati rischiando anche del loro. Avevo le lacrime agli occhi, ho pensato “questi si che hanno le palle!”
Ma lo sapevate che una parte del corpo dei finanzieri, tanto poco amati per ovvii motivi, lavorano attivamente nel soccorso alpino, ma anche nel corpo delle polizia all’insaputa di tutti e rischiando sulla loro pelle. Un prezzo salato anche per loro!
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Il senso di colpa e i suoi danni
Sembra di dire cose risapute ma quello che non tutti sanno è che il senso di colpa si traveste nelle più svariate forme e tormenta la mente di un numero davvero elevato di persone destabilizzandole e nei casi peggiori facendo fare loro esattamente quello che non vorrebbero.
Avete capito bene; molte azioni compiute, anche quelle apparentemente più nobili, spesso non son altro che un riparare al senso di colpa.
Sono moltissime le persone che usano consapevolmente o inconsapevolmente questo sistema per far fare agli altri quello che a loro interessa. Me lo devi! E’ il minimo che tu possa fare! Allora non ti importa niente di me o di noi! Sei il solito a noi non pensi! Non ti fai mai vivo! Non ci sei mai!
Tutte frasi comuni, tutti ricatti, sottili ricatti mentali!
Difficile, se non sei stronzo dentro o se veramente non riesci a leggere tra le righe, comportarsi in modo libero e sincero. I bambini di questa tecnica hanno l’arte ma anche molti adulti. Si finisce per fare quello che l’altro pretende da noi, ovvero il più delle volte si subisce il ricatto e non si capisce veramente cosa sta succedendo.
Il pericolo di questo atteggiamento è che un giorno il vento gira in modo diverso e alla mente appare palese quante scelte siano state guidate da questo orrendo sentimento: il senso di colpa.
Accade ad alcuni di cadere in depressione come sentendosi in prigione, ad altri accade la ribellione e allora sonori vaffanculo si alzano al cielo e si infrangono anni di convivenza o di relazioni purtroppo cresciute saldamente sul senso di colpa.
Il senso di colpa va cercato ed eradicato in ogni gesto e in ogni momento per non diventarne schiavi. Si può stare seduti per ore e giornate intere davanti alla scrivania a concludere poco sotto il profilo lavorativo, oppure concludere anche un discreto lavoro in termini pratici ma con un sottofondo musicale che canta continuamente: “Povero me quanto lavoro o quanto mi tocca sacrificarmi” e ovviamente il senso di ingiustizia o di invidia nei confronti di chi sembra faticare molto meno di noi e che di conseguenza diretta ci deve qualcosa… è sottile questo passaggio ma cercate di seguirlo.
Oppure si può lavorare sapendo onestamente che è quello che è meglio fare per noi e per gli altri ma con un sorriso sulla bocca senza rivendicazioni su altri, capite la differenza sostanziale? Ma anche stare sdraiati in panciolle su un letto a oziare può significare fare molto; può permettere per esempio di costruire un rilassamento mentale e un prezioso isolamento e contatto con se stessi. Senza che nessuno lo sappia o lo veda avremo costruito qualcosa. Magari anche solo la consapevolezza di quanto abbiamo di più prezioso, di cosa fare e di come farlo al meglio.
Avete capito? E’ il dover continuamente dimostrare o l’aver paura di non essere mai abbastanza: bravi, onesti, impegnati e lavoratori, buone moglie, mariti, genitori o figli che ci rovina e condiziona tutte le nostre scelte.
Un po’ di sano egoismo non è un male! Lo faccio per me! Per me e solo per me! E’ quello che piace a me! Non c’è niente di cui vergognarsi. Frasi tipo: vado a fare una passeggiata, esco con gli amici a cena, faccio un week end in montagna, una settimana al mare non hanno bisogno di una giustificazione!
Conosco un sacco di persone che al rientro dalle vacanze sembra che si debbano giustificare e allora vengono fuori discorsi sull’orlo dell’assurdo, quasi come se andare in vacanza fosse uno sforzo o un compito e non un piacere!
Attenzione non dico che delle altrui necessità ci si debba lavarele mani alla Ponzio Pilato! Ma occorre rendersi conto che è una nostra scelta fare o non fare una cosa per gli altri, che non siamo affatto costretti a farlo e se la facciamo la vogliamo fare perchè la riteniamo giusta e corretta e non per paura di non essere abbastanza bravi.
Tra il fare per gli altri e il fare per noi deve esistere un equilibrio sano. Avere figli non giustifica l’assenza di importanti momenti di intimità che siano a sfondo sessuale o solo conviviale. Essere sposati non giustifica il fatto di non avere mai momenti per se stessi ovvero cose da fare, interessi personali, amicizie o altro. E non deve per forza esserci uno sfondo di lavoro che giustifichi la nostra assenza da casa, possiamo farlo semplicemente perchè ci va o ci piace!
Sono importanti i momenti di coppia, sono importanti i momenti con gli amici, sono importanti i momenti in famiglia più o meno allargata, ma sono importanti e sacrosanti i momenti con noi e basta! Esattamente nello steso modo e non hanno un valore inferiore; siamo, noi condizionati dal perbenismo, che lo consideriamo inferiore. Ma il vero errore sta nel credere che questi gesti a sfondo altruistico siano dimostrazione d’amore; l’amore quello vero non deve essere dimostrato, questa è cosa certa.
Fate degli esperimenti, buttatevi sul letto quando meno gli altri se lo aspettano, vi chiederanno se state male, oppure sentirete il giudizio vostro e delle altre persone cadervi addosso come una ghigliottina e allora ascoltate e cercate di fare qualcosa per essere più liberi anche nelle mura di casa vostra. E’ il primo passo! Poi iniziate a costruire momenti solo vostri senza giustificarli. Ricordate i primi giudici di noi stessi siamo sempre noi!
Se invece siete dei fancazzisti incalliti e non avete legami con nessuno… beh allora per voi la regola e l’esperimento funzionano all’opposto! Non fatevi fregare!
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La condivisione e la rete come patrimonio di tutti
Ieri si sono trovate e riunite molte persone in un evento straordinario trasmesso in rete ovvero sul web. Un’ iniziativa contro la censura e il controllo dell’informazione trasmessa in rete, per contrastare pacificamente il progetto di costituire nuove regole sui diritti di autore e nuove linee guida sulle informazioni che viaggiano sul web che si dovrebbero decidere oggi all’AGCOM, senza il consenso dei cittadini.
Una serata con livello di ascolto altissimo oltre i 4500 le persone collegate contemporaneamente per quasi tutto l’evento per un totale di oltre 85.000 visitatori singoli. Un momento per molti di esprimere a voce la propria opinione in merito alla questione in essere, ma forse non solo. Un nuovo modo per manifestare, forse un nuovo modo per fare anche politica al di fuori dai ranghi stretti delle poltrone dei politici ormai stantii e ammuffiti.
Sono intervenuti personaggi di rilievo artistico, politico e molti blogger. Fra le tante voci mi è piaciuto moltissimo il discorso di Richard Stallman che con un inglese scandito con calma e inframmezzato da parole in italiano, ha spiegato il non senso del termine di pirateria, “i pirati usano armi e non strumenti musicali“.
Da sempre avevo antipatia e fastidio quando al cinema e sui video veniva trasmessa la propaganda antipirateria. Mi colpiva la violenza e l’aggressività dello slogan. Ma solo oggi capisco che quel fastidio altro non era che la percezione inconsapevole dell’assurdità della cosa. La possibilità di versare un contributo economico equo su larga scala sarebbe secondo Stallman più che sufficiente per tutelare e sostenere gli autori, dando inoltre opportunità anche ai meno famosi di farsi conoscere.
La rete insomma come grande possibilità di divulgazione culturale, ma anche di crescita politica, sociale ed economica, all’insegna del confronto onesto e privo della ormai poco tollerata arroganza degli uomini di potere. La rete come possibilità di essere liberi di esprimersi, come strumento orizzontale per tutti e alla portata di tutti. La rete come la possibilità di usare la tecnologia per crescere e migliorare.
La rete così come è, resta l’ unico vero territorio di tutti, questa è ormai la consapevolezza di molti e per questo va preservata e protetta da coloro che vorrebbero metterci su la zampina lanciando grida di falso allarmismo.
La rivoluzione francese è ormai lontana ma una nuova rivoluzione potrebbe scoppiare se questa libertà venisse meno. Questo di ieri sembra essere un passo storico verso un nuovo modo di essere più responsabili nei confronti del nostro destino comune.
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L’avidità e il pensare in piccolo
Non conoscevo il significato di questa parola finche non ho incominciato a farmi due domande sul perchè di molte situazioni tipicamente umane.
Non è il talento, il coraggio di rischiare con il proprio e l’attività individuale che creano il grosso divario economico; è l’avidità della mente umana.
Se in ogni situazione guadagno bene lasciando che anche altri guadagnino o beneficino di un certo vantaggio non va bene, non è abbastanza! Devo guadagnare solo io.
Questo modo di pensare è la vera piaga dell’umanità. Non siamo tutti uguali; ci sono menti imprenditoriali e menti che non vogliono responsabilità e desiderano essere guidate. La fregatura è che a tutti i livelli della scala economica e sociale l’avidità rovina ogni cosa, dal imprenditore delle multinazionali che spreme al massimo ogni situazione, al dipendente comunale che 20 minuti prima della fine del suo turno ha già chiuso i battenti senza guardare in faccia a niente.
E’ un modo di pensare infantile e piccolo, il benessere degli altri è ancora il nostro benessere, se possiamo giocare o lavorare bene in due sullo stesso ambiente perchè non farlo? se possiamo dare vantaggi e buon servizio sociale impegnandoci al massimo perchè non farlo? Se c’è da mangiare per tutti perchè dovrei voler mangiare solo io? Invece non è così, succede che ognuno vuole l’intera torta a rischio di buttarne via i tre quarti. Non si condividono il successo, l’ inventiva, l’ esperienza, l’impegno e tanto meno il proprio tempo libero e la proprietà privata. Si teme dividendoli con altri di perdere la propria forza ma non è così; da sempre nuclei religiosi come gli ebrei piuttosto che altri gruppi hanno dimostrato il contrario.
Non intendo dire che tutto è di tutti, lungi da me questo ragionamento distorto e puerile. Una pepita d’oro distribuita su 100 persone diventa un niente a testa! Sto parlando del vero lavoro di gruppo pur mantenendo ognuno le proprie individualità.
Questa regola è conosciuta anche nel mondo finanziario. Ma è l’essenza di questo principio che sfugge. Non accontentarsi mai, sembra da un lato un ottimo modo di affrontare la vita ma è come tutte le cose importanti un’arma a doppio taglio: non accontentarsi e voler migliorare se stessi studiando, cambiando, raffinandosi e continuando a imparare dai propri errori è una cosa.
Non avere mai abbastanza in senso economico stretto, significa chiedere sempre non quello che è giustamente adeguato al nostro sforzo individuale e creativo ma arraffare il più possibile, sfruttando al massimo quello che si può da ogni situazione a discapito di tutto e di tutti. Non ci si sente mai un team ma un singolo individuo e allora non si guarda in faccia a nessuno si pensa solamente a se stessi.
Mio! avete presente cosa fanno i bambini? Uguale! Peccato che così facendo rendiamo aridi e poveri noi stessi e tutto quello che tocchiamo, la nostra stessa mente diventa sempre più piccola. I poveri e i paesi poveri saranno sempre più poveri e così la Terra. L’anno scorso tonnellate di greggio, quest’anno tonnellate di acqua radioattiva, cosa ne sarà del mare che riveste gran parte di questo pianeta? Resisterà ancora? O prima o poi ci farà pagare il conto? Il saldo finale in realtà diventa in questo modo sempre più salato!
Queste dinamiche si ritrovano nel tessuto della nostra società nel piccolo come nel grande. In sintesi l’avidità è l’antitesi dell’armonia e per questo motivo produce a lungo andare situazioni alle quali diventa impossibile porre rimedio. Iniziamo a pensare in grande; alziamo la testa e proviamo a guardare oltre il nostro naso. E’ il momento di crescere. Proviamo a mettere nel nostro lavoro quello che sentiamo e abbiamo compreso della vita senza pensare che il lavoro è solo un modo per portare a casa la pagnotta o per sviluppare a dismisura il nostro ego.
Il lavoro deve diventare un modo come un altro per esprimerci e per ricercare equilibrio. Solo così possiamo pensare di costruire un mondo che abbia un futuro da non temere.
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Il freddo interiore: la malattia del non essere
Molte persone sono abituate a lamentarsi continuamente; il tempo, il lavoro, il governo, i figli, il marito o la moglie. Non che manchino argomentazioni più che valide per lamentarsi ma il problema è che, lamentandosi, non cambia assolutamente nulla.
Lo stipendio non aumenta, i figli non studieranno di più, il marito non sarà più disponibile, le tasse non diminuiranno e così via…. Alla fine per fare una sintesi matematica, abbiamo dato aria ai denti e abbiamo appesantito ulteriormente noi stessi e chi ci è stato ad ascoltare.
Non dico che bisogna essere sempre contenti e felici di tutto e non farsi valere e sentire quando serve. Non sono le sfighe quotidiane che devono dare adito ai nostri dialoghi e alle nostre conversazioni, ma qualcosa d’altro, qualcosa che provenga da una parte un po’ più profonda di noi stessi.
Un altro modo comunemente usato per non comunicare nulla di sé è parlare solo di quello che faremo o abbiamo già fatto, senza mai considerare l’altro ma solo se stessi; in alcuni casi l’intento è quello di sottolineare quanto pesantemente siamo impegnati, in altri il desiderio è quello di complimentarci con il nostro fare, i nostri viaggi, i nostri successi e così via, ve ne accorgete perché di solito non sono dialoghi ma monologhi. Insomma anche se non sembra, si parla solo di quello che si fa e mai di ciò che si prova e tanto meno si cerca un confronto con l’ascolatore.
Sappiamo ascoltare chi ci sta vicino e chi diciamo di amare, sappiamo cogliere le sue sfumature e le sue più profonde qualità? Sappiamo dire e mostare quello che sentiamo e proviamo? Siamo riconoscenti per la nostra salute e per la salute di chi amiamo? Ci rendiamo conto che domani tutto quello che abbiamo oggi potrebbe non esserci più, noi compresi? Ci diamo il tempo per ascoltare le nostre emozioni positive e non solo quelle negative?
Ho parlato del freddo interno inteso come fisicamente e se vogliamo materialmente presente nel corpo di chi ne soffre, in questo caso uso non a caso il termine interiorità, riferendomi alla sfera della personalità. Questi sono atteggiamenti, pose, abitudini talora neanche sentiti veramente da noi, ovvero spesso molto dissimili dal nostro vero sè profondo. Sono quello che potremmo definire la schiuma di noi stessi e delle nostre emozioni, niente più.
Sempre di fretta, ci accontentiamo di presentare agli altri e purtroppo finiamo per farlo anche con i nostri cari e con noi stessi, questa carta d’identità falsa. La usiamo come un passe partout per non metterci in gioco. Il vero problema è che continuando a fare così rischiamo di dimenticarci come si fa a entrare in contatto con noi stessi. L’interiore rischia di congelarsi lì, bloccato in questa falsa idea di sé, del mondo e della vita.
E’ un pericolo enorme che rischia di tagliarci fuori ovvero farci vivere totalmente staccati dal nostro vero interiore, anche per un intera esistenza.
Non pensate che sia un pericolo solo per gli altri, tutti noi possiamo cascarci senza neanche accorgercene, fino a quando non succede qualcosa di davvero serio: una malattia grave, un lutto di una persona cara. Solo allora ci svegliamo da questo torpore e diventiamo nuovamente in grado apprezzare l’istante così come è, le persone così come sono, la vita come un dono che è e il tempo che abbiamo come il valore più grande, ovvero la nostra unica possibilità di esserci davvero e non come surrogati di noi stessi.
E’ come dare una fiammata, il ghiaccio non può che sciogliersi e la cosa davvero bella è che possiamo farlo in ogni momento e quando lo facciamo le persone intorno a noi non possono che esserne contagiate. “L’epidemia di esseri” si diffonde a macchia d’olio. Non esiste un vaccino contro questa “malattia del non essere”, patologia che potremmo definire dilagante in questi tempi moderni, complici il sentirsi sempre vittime e l’aspettarsi sempre qualcosa.
L’unico rimedio è rimanere in contatto con noi stessi il più possibile, frequentare persone in grado di richiamare in noi questa modalità e dedicare del tempo a delle attività capaci non solo di nutrire il nostro portafoglio, gonfiare il nostro ego e stimolare nostri appetiti sessuali ma di toccarci dentro.




