Archivio per: ‘Riabilitazione’

La speranza durante la malattia

3/11/11

Catherine Bellwald   La speranza durante la malattiaSignora si rassegni suo figlio non piangerà più” è la frase che hanno detto alla mamma di un paziente uscito dal coma dopo un incidente in moto. Al paziente veniva poi detto al suo risveglio ” ci vorranno anni per tornare a camminare e non correrai mai più!”

Il paziente oggi a distanza di meno di un anno non solo piange ma cammina e corre e si allena esattamente come faceva prima dell’incidente. Certo non è lo stesso di prima, ma nessuno di noi è lo stesso di prima.

Affermare che che non c’è speranza è come affermare il suo contrario ovvero che non ci sono problemi, in entrambi i casi sono posizioni troppo rigide e la  verità è che a noi medici non è dato di sapere come andranno le cose, non siamo maghi ne veggenti, non sappiamo se una situazione che sta migliorando continuerà a migliorare oppure se, viceversa, una situazione che sembra stazionaria non possa iniziare a migliorare.

Possiamo grazie alle conoscenze e alla nostra esperienza considerare i fattori favorevoli e sfavorevoli per il recupero e spiegarli al paziente con calma senza assicurare un miglioramento ma senza fare l’esatto contrario ovvero negandolo in senso assoluto come un dato certo. La medicina non è una scienza perfetta e tanto meno certa; ogni individuo risponde in modo del tutto individuale.

La classe medica per eccellenza si glorifica del non voler dare al paziente false speranze e punta spesso il dito contro coloro che si pongono in modo diverso e con maggior speranza nei confronti di una  patologia indipendentemente dalla gravità. Quel che succede in ambiente sanitario è  spesso che si eccede nello sparare sentenze drastiche piuttosto che il contrario.

E’ diverso dire “non lo farai mai più, scordatelo” e dire “la situazione è grave, non so davvero fino a che punto potremmo recuperare” e ancora  dire ”finirai in carrozzella”  piuttosto che affermare “se non ti curi o non prendi la cosa seriamente, potresti peggiorare in modo anche severo“. Frasi come “se lo deve tenere”  e “non c’è niente da fare” sono all’ordine del giorno in medicina.

L’idea che mi sono sempre fatta a questo riguardo è quella di pensare che sono proprio i medici ad avere maggiormente paura delle malattie e con questi atteggiamenti di superiorità quasi gelida e distaccata esorcizzano la loro paura e la paura delle responsabilità. Questo giustificherebbe come mai il comportamento di “ammazza speranza” è così diffuso in alcuni ambienti come le unità intensive o la rianimazione.

In effetti la responsabilità di fare o dire la cosa giusta al momento giusto è talora pesante e non basta dare il farmaco o consigliare l’intervento o la visita specialistica per avere in cura una persona nella sua interezza. Ci sono tempi da rispettare e bisogna saper ascoltare le problematiche fisiche, chimiche, psichiche e sociali di quella specifica persona e non è affatto semplice!

Credo che si possano dare informazioni anche gravi senza essere cinici e senza calcare la  mano. E’ possibile dire a un paziente che è affetto da una malattia grave come una neoplasia maligna senza sotterrarlo sotto la nostra paura pur sapendo che già da solo lo starà facendo.

Nello stesso modo aprire una speranza terapeutica soprattutto per malattie meno gravi ma croniche come le frequenti algie articolari su base artrosica è sacrosanto. Sono tantissimi i pazienti che arrivano all’agopuntura convinti di non poter fare niente e ai quali non sembra possibile essere migliorati così tanto solo perchè  ormai si erano convinti di non potersi più liberare dal loro problema o dolore.

Credo fermamente che la speranza non debba mai e poi mai essere tolta, fino alla fine. Ovvero fino a quando non ci si trova faccia a faccia con la morte, a questo punto il lavoro è completamente diverso; si tratta di aiutare l’intero nucleo famigliare ad accettare questo inevitabile distacco.

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La correzione posturale: attenti alle pose

20/10/11
Catherine Bellwald La correzione posturale: attenti alle pose

tipica postura scorretta

Le pose sono tutte le posizioni che il nostro corpo assume per apparire o sentirsi in una determinata maniera. In realtà molte posizioni sono anche delle pose e molte pose si assumono per abitudine. Diventa quindi difficile poi discernere come una posa si costituisca e si mantenga al di là del voler apparire o percepirsi in un modo piuttosto che in un altro.

Non ci crederete ma le pose sono uno dei nemici numero uno della postura corretta.

Le gambe incrociate da seduti per fare un esempio sono un tipico gesto a valenza sia maschile che femminile,  sicuramente nocivo al rachide lombare quando protratto e ripetuto. Questo perchè l’incrocio favorisce il cedimento in cifosi del tratto lombare. Questa posa credetemi è davvero difficile da togliere in quanto la posizione a gambe incrociate è sexy per la donna e trasmette anche in un ambito lavorativo  un senso di disinvoltura e di amicizia talora indispensabili.

Nei pazienti con note discopatie lombari o cervicali e ricorrenti algie, oltre a eseguire sedute di agopuntura che hanno una grande possibilità di togliere l’infiammazione senza dover ricorrere al corstisonico, insisto molto sulla correzione posturale soprattutto quando riconosco il ripetersi di alcune pose nocive al rachide.

Le raccomandazioni sono ben conosciute agli addetti ai lavori e non: non sollevare pesi, chinarsi piegando le gambe, sedersi tenendo i piedi appoggiati a terra e la regione lombare sostenuta. Pertanto la correzione delle gambe incrociate è spesso la più difficile e sfugge sistematicamente al controllo anche dei pazienti più attenti. E’ frequente che in una singola seduta la mia correzione di questa posa si ripeta più e più volte beccando il paziente “sul fatto” come con le dita nella marmellata!

Ci sono poi pose meno comuni ma altretanto deleterie, anzi forse molto più pericolose; fra queste citiamo quella di tenere la testa leggermente inclinata da un lato in segno di ascolto o di condivisione,  tipica del personaggio Orazio della serie televisiva CSI Miami tanto per fare un esempio concreto. Questa semplice e apparentemente innocua posa, quando protratta e ripetuta sistematicamente nel tempo, può generare una scoliosi funzionale capace di stabilizzarsi. Ne possono seguire algie cervicali e cervicobrachiali, talora sostenute da quadri di discopatie cervicali più o meno marcate.

Correggere questo tipo di posa è ancora più difficile; è necessario attivare un sistema di vigilanza e di consapevolezza posturale continuativa per cogliere la posa e correggerla sul nascere. A peggiorare la situazione succede che il paziente non si accorge della sua posa se non attraverso uno specchio o una foto. L’unico modo è quello di scattarsi mentalmente delle foto e osservarsi meticolosamente.

Allo stesso modo è utile osservare quale emozione si collega alla posa per individuarla più facilmente. Un lavoro molto complesso, spesso poco accetto dal paziente ma in alcuni casi indispensabile per ottenere la risoluzione completa del dolore.

Attenti quindi quando vedete nascere una posa; ricordatevi che poi non è facile  rimediare ai danni che si possono causare al rachide, almeno non con la stessa facilità con cui si può togliere una ruga dal volto!

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Agopuntura: il dolore della perdita

29/9/11

Catherine Bellwald Agopuntura: il dolore della perditaL’agopuntura è quasi sempre associata a disturbi emotivi, i medici generici la consigliano quasi esclusivamente a quei pazienti che non sai più come trattare con i farmaci, che per giunta li rifiutano e che molto spesso vengono inseriti nella categoria degli ansiosi o nevrotici.

Questo avviene per il fatto che sono in pochi i medici a conoscere il metodo di azione dell’agopuntura sul dolore e ritengono che l’effetto terapeutico sia principalmente  dovuto al cosiddetto  placebo.

Complice anche la cultura e la letteratura scientifica che spesso ha remato in questa direzione piuttosto che nell’ottica di far capire come una medicina così lontana dalla nostra riesca a essere tanto efficace sul dolore anche quando questo è sostenuto da fattori fisici e non solo emotivi, come l’artrosi, l’artrite, oppure un trauma.

All’estero e negli studi  di agopuntura Italiani seri l’agopuntura invece viene usata principalmente  per sollevare e trattare il dolore fisico; anche se sono ancora decisamente troppo  pochi a conoscere l’efficacia dell’agopuntura sul dolore. Ripeto spesso la frase insegnatami dal Dott Picozzi: “Non usare l’agopuntura per il dolore è come fare pulizie senza la scopa o l’aspiravolvere!”

Questo non significa che l’agopuntura non possa essere usata per altri scopi; come ad esempio, un dolore emotivo. Non parlo dei quadri ansiosi e depressivi dove la sofferenza emotiva è alimentata da un comportamento psicologico di fondo che deve essere eradicato. Parlo di una sofferenza acuta motivata da un avvenimento come: la perdita di una persona cara, un incidente grave che ci mette in condizioni di salute precaria,  un terremoto che distrugge la nostra casa.

Nel caso di un trauma emotivo da perdita non ci troviamo di fronte a una cronica predisposizione emotiva ben strutturata nel tempo, ma a un evento acuto destabilizzante, capace di minare l’equilibrio e la salute di ogni individuo.

Quando si perde qualcosa a noi caro la sofferenza e il dolore possono causare dei problemi anche fisici; possono comparire attacchi di panico, inappetenza, insonnia, gola stretta, palpitazioni, respiro corto e anche patologie conclamate spesso a carico del sistema respiratorio o cardio-respiratorio. Si tratta di un trauma o se preferite di una ferita dell’emotivo e allo stesso modo delle ferite fisiche devono guarire e se possibile essere curate per facilitarne e accelerarne la guarigione.

Al paziente colpito da una tale ferita accade di pensare che la condizione di prima gli era dovuta oppure semplicemente normale, in questo modo  non si accetta la nuova situazione. Si ha principalmente paura di non essere più felici. Si pensa di non sapere più come andare avanti! Si deve mettere un passo dopo l’altro e ricominciare da zero e questo richiede energia e lucidità mentale.

Insomma se ci si rompe una gamba non ci si può alzare, mettere le scarpe da ginnastica e andare a correre, giusto? Ma neanche restare a letto sconsolati a pensare che non possiamo più correre! Si tatta di un lavoro che richiede molta energia e molto impegno dedicato unicamente a rimettersi in piedi e allora, un passo dopo l’altro, con molta attenzione e molta dedizione, ricominciare a camminare da soli e, in tempi più o meno lunghi, si può ritornare a correre.

Farsi aiutare è molto importante in questa fase: da un bravo psicologo, ma anche da veri amici su cui fare affidamento; i  farmaci antidepressivi possono essere un valido aiuto  ma esistono diverse cure e metodi alternativi che possono essere usati come utilissimi sostegni anche in associazione con i farmaci nei casi più difficili.

In agopuntura è possibile usare punti e canali collegati direttamente o indirettamente al cuore, con l’obiettivo di armonizzarlo e calmarlo, anche il polmone è un organo da trattare in quanto correlato all’emozione della tristezza. Il  miglioramento  del sonno si può ottenere lavorando sulla vescica biliare e sul fegato, la capacità di respirare profondamente lavorando sul plesso solare con stomaco, pericardio. E’ possibile agire anche sulla paura lavorando e riequilibrando il rene,  organo ritenuto correlato a queste bruttissima ma innata e profonda emozione.

Insomma l’agopuntura consente, insieme a molte altre tecniche di rilassamento e di armonizzazione, di sentirsi più lucidi e di affrontare in modo più rapido la completa guarigione e non solo l’apparente ritorno alla vita normale.

Le tecniche provenienti dalla filosofia  buddista si soffermano sull’osservazione del presente e di quanto la nostra mente desideri autocommiserasi e restare volontariamente nella sofferenza, di come l’energia della sofferenza possa essere utilizzata come carburante per fare magari anche cose che non pensavamo di riuscire a fare. Lasciando che la delusione, il rancore, la rabbia e la paura di soffrire si trasformino in qualcosa d’altro, quasi fosse una sorta di trasformazione alchemica.

Ritengo che si debba e si possa lavorare e curare il dolore emotivo come se fosse fisico, con lo scopo di raggiungere più velocemente con tutti gli strumenti di cui disponiamo, siano essi farmacologici o afarmacologici,  un nuovo equilibrio, fondamentale per il mantenimento della salute in senso lato.

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Correzione posturale: attenti alle poltrone

19/9/11

Catherine Bellwald Correzione posturale: attenti alle poltroneLa posizione seduta è già da sola la più dannosa per il rachide lombare soprattutto se prolungata nel tempo. Questo perchè la fisiologica lordosi da seduti scompare e nei casi peggiori si trasforma in una cifosi ad ampio raggio che coinvolge tutto il rachide.

A lungo andare in assenza di una correzione, e di una muscolatura paravertebrale e addominale di sostegno, si può determinare una rettilinizzazione e talora anche una inversione della lordosi lombare con un conseguente sovraccarico dei dischi intervertebrali lombari e formazione di quadri più o meno gravi di discopatia.

Le poltrone più ancora delle sedie sono nella maggior parte dei casi un vero danno per le schiene perchè sono quasi sempre antiergonomiche. La peggiore in assoluto è la poltrona del dentista dove le gambe vengono messe in orizzontale e lo schienale  inclinato di circa 45-60°. Si ottiene così la posizione del long sitting ovvero seduti a gambe tese, la peggiore in assoluto per il rachide lombare che infatti tende a cedere in cifosi.

In  molti altri ambienti  sanitari  le poltrone sono i molto spesso antiergonomiche; le poltrone ospedaliere dove si esegue  la chemioterapia e le poltrone delle case di riposo per esempio. In sintesi sono tante le poltrone con i requisiti sbagliati. In ordine citiamo le poltrone del cinema, dei treni, degli aerei e  molte poltrone anche decisamente costose e apparentemente confortevoli.

Le poltrone incriminate hanno tutte la seduta (spazio dove ci si appoggia glutei e coscie) molto lunga (spesso più lunga delle normali dimensioni delle coscie), le peggiori hanno la possibilità di allungare le gambe, cosa apparentemente molto comoda e gradita ( si ottiene così il long sitting), ma la cosa più grave di tutte è che possono regolare esclusivamente l’inclinazione dello schienale. In questo modo l’intero carico e peso del paziente  grava inesorabilmente sul rachide lombare.

Le poltrone ergonomiche invece sono quelle in cui la seduta e lo schienale si inclinano simultaneamente, si dice che basculano ovvero l’intera costruzione schienale e seduta si inclina mantenendo gli stessi gradi.  Troviamo questi criteri nei centri benessere, in alcuni modelli di poltrone d’autore, e in moltissimi modelli di poltrone da esterno ovvero da giardino anche a basso costo. In questo modo il peso non carica più sul rachide ma verso il suolo in modo verticale.

Partendo dalla vecchia sdraio di una volta fatta di tessuto alle nuove sdraio da spiaggia in plastica il criterio è conservato ovvero l’inclinazione dello schienale è simile a quello della seduta. E’ importante segnalare che queste poltroncine pieghevoli da spiaggia  sono di solito basse e non possono essere utilizzate da soggetti con deficit motori o disturbi articolari alle ginocchia e alle anche.

Avete capito la differenza? Non è un fatto estetico ma un criterio meccanico: se dovete scegliere una poltrona per farci restare a lungo una persona  fate molta attenzione ai criteri di scelta. Potete scegliere poltrone molto costose con marchi famosi o firmate oppure se le vostre tasche non sono così’ profonde potete andare in un buon negozio di mobili da giardino. Esistono in questa categoria poltrone basculanti, stabili e di varia altezza quindi facilmente utilizzabili anche da persone con difetti articolari o motori . Queste poltrone nel loro piccolo sono in grado di risolvere il problema in modo elegante e senza rischiare di peggiorare le condizione di salute del rachide.

Ma se dovete adattarvi alle poltrone come nel caso di lunghi viaggi e di impegnative sedute  dal dentista consiglio di indossare pantaloni morbidi, meglio se da ginnastica o calzoncini corti, e scarpe comode per poter piegare le gambe  rompendo lo schema del long sitting. Piegando anche solo una gamba, meglio se tutte e due,  il rachide lombare può più facilmente sostenersi e mantenere una minima lordosi.

In caso di guida di una vettura, di rigidità articolari multiple e di obesità tali da non consentire movimenti  di aggiustamento della posizione antiergonomica, consiglio un cuscino lombare da spinta e interruzioni regolari della posizione con piccole camminate e basculamenti del bacino. Tali accorgimenti possono limitare attacchi dolorosi lombari.

Per garantire la salute del rachide lombare di un soggetto sedentario non è sufficiente fare attività sportiva generica per rinforzare i muscoli più deboli siano essi addominali che paravertebrali; è importante allenare il corpo alla correzione e consapevolezza posturale e al mantenimento della corretta posizione seduta durante le ore di lavoro ma anche nelle ore di riposo o destinate ad altro.

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Il tunnel carpale e i dolori alle mani

18/4/11

Catherine Bellwald Il tunnel carpale e i dolori alle maniLa sindrome del tunnel carpale è una patologia estremamente frequente nella popolazione adulta, con una prevalenza nelle donne.

La sindrome del tunnel carpale è  facile da diagnosticare ed è dovuta al fatto che al livello del polso il nervo mediano, i vasi e i tendini decorrono in un tunnel ovvero uno spazio chiuso formato da un semicerchio di piccole ossa, chiuso da un legamento piuttosto robusto e poco elastico detto legamento palmare.

Questo spazio normalmente costituito per proteggere le strutture interne dai microtraumi delle mani, diventa troppo piccolo e augusto nel momento in cui si vengono a creare particolari stati infiammatori o degenerativi.

Nelle forme infiammatorie le guaine dei tendini si possono ingrossare e nei casi degenerativi le ossa tendono a deformarsi rimpicciolendo lo spazio del tunnel. Ecco che il nervo mediano si ritrova compresso dando manifestazioni dolorose o fastidiose alle prime tre dita della mano, fino ad arrivare alla totale perdita di sensibilità delle stesse.

Questa è solo una delle tante possibili patologie che frequentemente colpiscono le mani. In successione di frequenza e di età di insorgenza troviamo le dita a scatto; si tratta di alterazioni di tipo infiammatorio della guaina dei tendini flessori che si ispessiscono e non scorrono più normalmente determinando appunto uno scatto durante il movimento di flesso-estensione.

Spostandoci verso la popolazione più anziana fra le patologie più comuni troviamo in primis i quadri evoluti di rizartrosi ovvero di artrosi delle piccole articolazioni delle mani, caratterizzati da rigidità e frequentemente deformazione delle dita. In questo caso si parla di artrosi deformante delle mani e  la tendenza a questo problema evidenzia spesso una famigliarità positiva.  Le dita gradualmente si ingrossano nelle piccole articolazioni e si deformano per la presenza di noduli periarticolari o tendinei.

Si dice che le mani rivelano  maggiormente l’età delle persone che non l’aspetto del volto. Adesso che poi esiste il botox, le varie punturine e lifting la cosa è ancora più evidente. Le mani, come mi diceva il mio primo insegnante di Tai chi, sono le prime articolazioni ad invecchiare “dovete curarle sin da giovani”.

Ritengo sia un’osservazione importante e spesso trascurata che potrebbe limitare di molto l’insorgenza di queste patologie soprattutto in precoce età.  Una volta a 50 anni ci si considerava ormai anziani e senza aspettative di vita, oggi è l’alba di una nuova possibilità espressiva.  Non fare invecchiare le mani anzitempo è di fondamentale importanza per il nostro benessere e per la nostra autonomia.

La prima cosa da fare è avere la consapevolezza della forza inutile e spesso incontrollata presente nelle nostre mani durante qualunque attività. E’ necessario accorgersi di quanta tensione si scarica sul polso e quindi sulle dita in modo del tutto inconsapevole. Se poi il  nostro lavoro ci porta a usarle molto, è possibile che i problemi insorgano anche precocemente.

L’eccessiva  tensione scaricata nelle mani, è presente durante molteplici atti come ad esempio quando siamo alla guida di una macchina o quando puliamo un oggetto con uno straccio. Qualunque azione richiede infatti sempre una manualità che a sua volta necessita di una  chiusura o semi chiusura di una o più dita. Ecco che queste strutture tendinee e muscolari a lungo andare  in assenza di esercizi di allungamento e di una corretta compensazione in estensione  si irrigidiscono e iniziano un lento processo talora infiammatorio, talora degenerativo.

La tensione protratta intesa come l’accorciamento tendineo e la formazione di zone di addensamento tessutale, produce rigidità  progressiva e talora algie come segno di ristagno di mediatori chimici dell’infiammazione. Che predomini l’infiammazione oppure la rigidità, uno stato peggiora l’altro, la rigidità infatti  aumenta l’infiammazione e l’infiammazione aumenta la rigidità.

Le guaine dei tendini flessori possono ingrossarsi generando il fenomeno delle dita a scatto oppure restringendo il tunnel carpale,  il tendine abduttore del pollice accorciarsi a tal punto da determinare la deformazione a becco d’uccello, così come tutte le dita possono  irrigidirsi e gradualmente essere sempre meno elastiche all’estensione attiva e passiva fino ad arrivare ad una posizione fissa in semi flessione  con deformazioni varie e multiple.

Che  fare ? evitare di arrivare a questo punto è certamente la prima raccomandazione  ma come?

Essere educati al controllo e all’attenzione delle tensioni muscolari è di fondamentale importanza e necessita di un  training e di un allenamento  all’ascolto del corpo nelle sue diverse parti.  Imparare a rilassarsi e a respirare sono cose  del tutto dimentiche nella nostra società, si pensa sia facile come bere un bicchiere d’acqua ma non è così richiedono un lavoro di consapevolezza lungo e attento che solo antiche tradizioni e discipline sono in grado di conferire.

Sono molti i gesti presenti in specifici allenamenti di arti marziali, tecniche di massaggio o  di danza orientale che richiedono proprio una leggerezza e morbidezza del polso. Questi movimenti sono quasi sempre considerati di difficile esecuzione per noi occidentali completamente disabituati a questa particolare gestualità.

La seconda raccomandazione è evitare il più possibile sforzi inutili, la borsa pesante si sostituisce con un trolley. Per aprire una busta di plastica, una bottiglia o una conserva non sforzate le mani inutilmente, usate qualche astuzia in più, apriscatole, pichiettate sul bordo, forate la confezione, usate le forbici (non i denti!). Insomma anche se riuscite a usare le mani  senza difficoltà usate consapevolmente  tutti i possibili ausili per risparmiarele. Quando trovate bottiglie o scatole che si aprono con difficoltà, fate un reclamo alla ditta produttrice, farete un favore a tutte quelle persone che hanno difficoltà motorie alle mani anziani compresi.

Proteggete le vostre mani per lavorare,  e usate i guanti appena possibile, la fretta e la pigrizia non sono buone consigliere e tanto meno l’abnegazione al lavoro e al sacrificio. L’obiettivo è ridurre nel limite al minimo i possibili microtraumi  ripetuti e l’ entrata di freddo-umidità. Portare sei piatti insieme o sei bottiglie per fare prima non vi fa risparmiare niente ma solo consumare uno dei strumenti più preziosi le vostre mani. Lavorare al freddo e all’umido  senza guanti è un altra forma di mancanza di tutela delle vostre mani.

La terza raccomandazione è l’esecuzione quotidiana di esercizi mirati alle dita e alle mani; sono un grande e potente punto  di forza e di prevenzione delle patologie delle mani. Aprire e estendere le dita e i polsi significa aprire attivamente il tunnel carpale allungare i tendini flessori e le loro rispettive guaine. Se il vostro pollice aperto (addotto) non forma più un angolo di 90° rispetto alle altre dita e se le restanti quattro dita estese passivamente non raggiungono neanche lontanamente un angolo di 90° con il carpo avete già un inizio di rigidità.

Infine se avete già dei dolori e delle limitazioni o deformazioni alle mani sono utilissimi oltre all’esecuzione dei movimenti, anche la applicazione di massaggi trasversi profondi sulle piccole articolazioni, sul palmo delle mani lavorando bene sui tendini e sulle guaine dei muscoli flessori delle dita e sull’ addutore del pollice. Il massaggio potrà essere più efficace se eseguito  con specifici gel fitoterapici ad azione antidolorifica e capaci di  muovere il sangue.

Infine l’utilizzo mirato della moxibustione sui punti dolorosi previo training da parte di personale specializzato sono un metodo estremamente efficace per limitare il freddo e l’accumulo di umidità all’interno delle piccole articolazioni delle mani oltre che favorire la circolazione del sangue e quindi ridurre il ristagno locale di mediatori dell’infiammazione.

Se ancora tutto questo non basta e il disturbo doloroso è importante l’agopuntura e la tecnica della miofibrolisi sono ottimi strumenti terapeutici. In particolare la miofibrolisi con i ganci consente non solo di lavorare sui muscoli flessori rilassandoli  ma anche di eseguire una sorta di intervento diretto, quasi  chirurgico sui tendini  senza però alcun bisogno del bisturi. La recente messa a punto di strumenti a vibrazione e a percussione consente inoltre una sorta di interventi di apertura e liberazione del tunnel carpale molto efficaci talora anche già dalla prima seduta.

Questi trattamenti se eseguiti correttamente e in condizioni non troppo avanzate possono sostituire efficacemente  gli interventi chirurgici sul tunnel carpale e sulle guaine tenosinovitiche ingrossate talora proposti in prima istanza. In questi casi i  risultati ottenuti sorprendentemente  si  mantengono per lungo tempo anche a trattamento sospeso.

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Quello che siamo: by Giulio Picozzi

10/2/11

Catherine Bellwald Quello che siamo: by Giulio PicozziCosa determina la formazione della nostra persona? Un vecchio saggio cinese direbbe “le energie del cielo, della terra e dell’uomo”.

Ad uno sguardo superficiale questa potrebbe sembrare  la solita frasetta fumosa all’orientale, ma pensiamoci bene: quali  sono i  fattori e l’insieme delle circonstanze che ci hanno fatto  diventare quello che  siamo? Perché un nostro clone non sarà mai esattamente come noi siamo?

Sto scrivendo questo testo sorvolando un continente lontano a 12.000 metri di altezza dal suolo, ascolto musica classica composta nel ’800 con la mia cuffia con riduzione del rumore,  posso perfino collegarmi ad Internet e mettermi in linea con milioni di persone che avrebbero la possibilità leggermi. Se fossi nato solo nel 1860, invece che nel 1960, tutto questo non sarebbe  stato possibile.

All’inizio del ’900 avrei potuto viaggiare con macchine che toccavano a malapena  i 30 all’ora o andare in bicicletta su strade che sarebbero state  sterrate, e in una giornata, forse, sarei andato e  tornato, da  Saronno dove vivo ora, a Milano. Avrei scritto a mano queste  riflessioni, per farle leggere  a poche persone. Non avendo a disposizione fotocopiatrici o computer avrei dovuto passarle di mano in mano o ricopiarle in più copie. Forse qualche conoscente o amico (sempre che avessi avuto conoscenti o amici non analfabeti) avrebbe potuto leggermi.

Non vi è alcun dubbio; il tempo in cui viviamo determina quello che facciamo e chi siamo. Il tempo che potremmo considerare come le energie del cielo. E se vogliamo essere più raffinati l’ora, il giorno, e non solo l’anno della nostra nascita contano. Nella scienza astrologica è noto che anche pochi minuti  di differenza tra una nascita e l’altra, possono generare differenze molto significative nella costruzione del proprio Ba zi.

Per la medicina cinese l’istante corrisponde anche a quello che noi definiamo il nostro patrimonio genetico e che altro non è che una combinazione precisa di basi puriniche e piramidiniche avvenuta in un preciso momento.

Ma anche il  luogo in  cui  siamo nati e in cui viviamo è altrettanto importante. Lo spazio in  cui ci muoviamo, nutriamo e  cresciamo determina in  maniera fondamentale le caratteristiche  e  possibilità della nostra persona.  Sono le energie della terra. La stesso individuo, cresciuto a Roma  piuttosto che  a New York svilupperebbe delle  caratteristiche diverse a seconda dell’ambiente in cui viene  a trovarsi.

Se Leonardo da Vinci invece di nascere in Italia  fosse  nato in Sud America o tra  gli eschimesi non avrebbe certamente realizzato  le opere che conosciamo e forse  il  suo genio  si  sarebbe espresso solo  parzialmente.  Il  luogo  in  cui  viviamo  influenza  in  modo determinante la  persona  che  siamo  e  le nostre azioni. L’uomo è in stretta relazione con lo spazio in cui è immerso, non solo in senso climatico, la natura di un luogo è l’insieme delle sue caratteristiche.

Il feng shui studia  le regole e principi della armonia applicati all’ambiente domestico e non solo, per esempio anche i vestiti che indossiamo. Essi infatti, vengono intesi come  luogo in cui ci troviamo e anche loro possono influenzarci. Ecco perchè viene data  attenzione anche a questo particolare e ne viene ricercata l’armonia oltre che il significato.

Infine l’ambiente non è solo un luogo ma  anche  l’insieme delle persone che ci hanno formato, quelle con cui siamo vissuti e quelle  che  ci hanno inspirato. Il clima non è solamente quello solare, espressione di una latitudine e longitudine, è l’insieme delle influenze psicologiche, emozionali che riceviamo. In  questo caso il concetto di persona  va oltre la persona fisica.

Una persona può influenzare  milioni di altre  anche attraverso i suoi scritti, la sua musica o i suoi dipinti. Pensiamo l’influenza che possono avere avuto uomini quali Gesù, Buddha, Marx, Einstein, Beethoven o Michelangelo. Milioni di persone sono state plasmate da personaggi influenti non necessariamente conosciuti personalmente.  Più direttamente ognuno di noi  ha vissuto con  genitori, parenti, educatori, amici, nemici, maestri, partner  persone che, chi più chi meno hanno giocato  un ruolo preciso sulla sviluppo della nostra personalità.

Ecco  perché nessuno di noi è clonabile, la genetica non gioca che una piccola parte del nostro essere. Le nostre qualità genetiche  possono restare  totalmente nascoste e rimanere inespresse per una intera vita oppure venire scientificamente e appassionatamente coltivate per svilupparsi al meglio. Le possibilità dell’individuo  con il passare degli anni si possono mischiare e fondere ed essere esaltate oppure limitate dalle energie del cielo, della terra e dell’uomo.

L’ antica  saggezza è sempre attuale.

Per tutti questi motivi al di là di ogni credo religioso tutti gli esseri rimangono unici, irripetibili e quindi sacri.

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Asessualità o anoressia sessuale?

31/1/11

Catherine Bellwald Asessualità o anoressia sessuale?E’ frequente parlando con i pazienti scoprire che sono molte le persone sui quarant’anni ma talora anche molto più giovani, prevalentemente del sesso femminile ad avere un totale rifiuto della vita sessuale, una  sorta di chiusura della sfera erotica, si diventa come assessuati.

Il più delle volte il problema inizia gradualmente con dei semplici “non mi va” “oggi non ho voglia” che però diventano sempre più frequenti. Infatti se una volta era necessario inventare il mal di testa oggi bastano queste frasi per chiudere il discorso e metterlo da parte.

Ci si chiude totalmente a questa espressione senza saper esattamente perché. Talora il tutto parte da dei malcontenti o insoddisfazioni di vario genere e come in tutti gli atteggiamenti potenzialmente patologici si pensa che è un momento passeggero e che poi passerà da solo. Ma non è sempre così, può capitare che  ci prenda lui la mano e diventi con il passar del tempo, sempre più difficile riportare la coppia a vivere una normale vita sessuale.

Quello che succede di solito è che l’uomo si sente ferito e rifiutato, la sua identità  maschile è respinta e diventa in parte inespressa, proprio nella connotazione per lui più fisica. L’uomo costretto alla asessualità non si sente veramente uomo anche se ovviamente non è vero. Un po’ quello che succede alle donne che non possono o non riescono a vivere la maternità anche loro non si sentono donne complete. Il problema si pone anche nell’altro sesso, la donna che non si sente più desiderata crede di non essere più attraente e può perdere sicurezza in se stessa.

Le conseguenze sono diverse  l’uomo può diventare aggressivo  verbalmente, talora anche fisicamente, inizia una vera e propria guerra psicologica fatta di risentimenti, chiusure, sensi di colpa, insoddisfazioni, battute e critiche. Per quello che riguarda la donna la sua reazione è di solito meno aggressiva e direttamente espressa e non è infrequente che si possa  chiudere in se stessa giudicando anche inconsciamente che la colpa possa essere la sua.  A meno che non vi sia un reale motivo, un benestare reciproco o la ricerca di una vita sessuale al di fuori delle mura domestiche, per evitare di scatenare il desiderio nel compagno si rischia di arrivare a  una eliminazione quasi totale dell’affettività, niente baci, niente carezze, nessuna espressione di affettuosità.

Una relazione non solo asessuata ma anche pericolosamente anaffetiva.

Ho recentemente considerato che questa modalità è molto simile ai disturbi comportamentali legati al cibo, l’anoressia per esempio parte da un desiderio di vedersi più magri e gradualmente si trasforma in un totale rifiuto del cibo. Entrambi questi atteggiamenti sono un rifiuto del nutrimento non solo fisico, ma anche emozionale e sensoriale, un rifiuto del piacere insomma, per arrivare nei casi più gravi a un  rifiuto della vita stessa. Molte volte è presente una  depressione del tono dell’umore sottostante magari mascherato.

E’ però da considerare che da alcuni anni la assessualità sta dilagando un pò come una moda tra i e le giovanissime oltre che tra personaggi dello spettacolo, che dichiarano apertamente di vivere molto più serenamente senza il sesso e senza questa ossessiva necessità e di ricercare una espressione più sentimentale e romantica dell’amore.  In questi casi la relazione assessuata è desiderata da entrambe le parti e come alcuni dicono “è il paradiso per gli uomini che soffrono di impotenza”  e a questo punto direi ma perché no? Basta che non lo si consideri un vanto o un orgoglio ma  una scelta individuale e rispettosa delle altrui necessità e desideri.

E’ possibile che questo sia  il risultato della nostra ricerca di perfezione, e dell’allargare il nostro spazio esperienziale: con quello vado a teatro, con quello faccio sport, con quello lavoro, con quello faccio il romantico, con quello faccio sesso e qui nasce il famoso scopamico. Anche questa è una novità di questo secolo molte amicizie, molta libertà, molta scelta e possibilità di vivere esperienze diversificate tra di loro e non per questo meno arricchenti.

Esiste la possibilità di dar vita a un puzzle di io con diverse personalità, che da un lato possono generare confusione e instabilità ma dall’altro possono essere un ottimo training e terreno per non fossilizzare la nostra mente in un unico personaggio che ripete se stesso fino alla morte. Un tempo si restava dove si nasceva si lavorara vicino a casa ci si sposava il più comodamente possibile. L’importante è non perdere il collegamento con la nostra unità e centralità, mantenendo il desiderio di creare una vera e profonda relazione con gli altri individui e non solo con noi stessi.

Ma per tornare all’assesualità credo che  una cosa sia scegliere di non far sesso e un’altra sia il non riuscire a fare sesso in modo soddisfacente; la differenza è sostanziale, direi.

Quando iniziamo a capire di avere una totale mancanza di desiderio è necessario correre subito ai ripari, e girare subito il timone nella direzione giusta. Il primo passo è capire che il problema siamo noi, infatti il più delle volte si tende a dare la colpa alla stanchezza ma soprattutto al compagno, troppo grasso, alito pesante, si trovano difetti sicuramente presenti ma ai quali si da troppo peso. In realtà sono delle scuse o meglio si vede l’altro come se indossassimo degli occhiali che distorcono la realtà, esattamente l’opposto degli occhiali rosa dell’innamorato.

Una volta individuato che di un problema si tratta, è necessario  non accettare passivamente questa condizione di chiusura ma cercare tutte le possibili soluzioni per facilitare una riapertura. E’ importante condividere il problema ovvero parlarne con il proprio compagno cercando in prima istanza di spiegare che non è lui il problema e che desideriamo cambiare velocemente. Si tratta di una richiesta di aiuto per superare il momento difficile, un po’ come quando si decide di smettere di fumare. In questo modo si dà la possibilità al compagno di diventare più attento ad alcuni dettagli che ci danno fastidio, si potranno fare dei viaggi o dei week end insieme per uscire dal tran tran.

Il problema è  più subdolo  quando non esiste un compagno; in questo caso è più facile credere che siamo così solo perché siamo sole, ma  è spesso il contrario e spetta a noi uscire da questo torpore.  A parere mio è sbagliato e troppo facile concludere che non essendoci più desiderio sessuale il rapporto tra due persone è da considerarsi esaurito. E’ più facile chiudere e  ricominciare con un altro compagno dove tutto è nuovo e possibile.  Facilmente le stesse dinamiche si riproporranno nel tempo magari anche peggiori. Si  può rimettersi in pista anche con il compagno di oltre 20 anni.

Come fare? Prima di tutto bisogna volerlo! esattamente come quando si decide di smettere di fumare, quindi ci deve essere una motivazione forte questo è il punto di partenza e non è facile. E’ più semplice rinunciare  ad essere felici che lottare per la nostra felicità e poi è necessario darsi da fare in più direzioni.

L’attività motoria è la più semplice e prima raccomandazione, soprattutto se fatta all’aria aperta, da una parte perchè il movimento aumenta la produzione di testosterone e quindi aumenta l’appetito  sessuale, dall’altra perchè la natura apporta sempre la sua meravigliosa armonia intrinseca e ci dona la possibilità di ritrovare un equilibrio.

Quando questo non basta è utile affrontare l’argomento con uno specialista psicologo o sessuologo per vedere di risolvere la causa del problema magari anche in coppia. L’agopuntura può essere un valido supporto specialistico non verbale uno strumento capace di far circolare l’energia in tutto il corpo evitando che si concentri e blocchi in alcuni distretti. Il trattamento di agopuntura si può paragonare a un motore acceso capace di far circolare la benzina  nel carburatore  senza che si ingolfi riattivando e armonizzando il network ormonale e bioumorale alla base del desiderio sessuale.

Si attiverà il corpo come una ventata di energia aggiuntiva che potete utilizzare fisicamente ma anche mentalmente per aggiustare il tiro ovvero per essere più elastici. Il corpo e la mente si influenzano vicendevolmente  se alle donne serve una cena romantica, alcune attenzioni e comodità per mollare la fatica della giornata e della settimana, uomini perchè non provate ad assecondarle? E per le donne  se a un uomo serve un bel pasto caldo servito con affetto e un bell’intimo e la vostra disponibilità, anche se di fronte a una richiesta non programmata e talora troppo istintiva, perché negarglieli?

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Resistere al botox!

22/11/10

Catherine Bellwald Resistere al botox!Avete mai fatto una foto dal fotografo? Non solo  scelgono la posizione  e l’inquadratura migliore, ma poi ritoccano la foto togliendo le piccole imperfezioni qua e là, una ruga in meno di lì, alla fine il risultato è esaltante…avete 20 anni di meno!

La tentazione di fare lo stesso andando al medico estetico esiste. Un filler su quella ruga lì, un pò di botox su quelle altre e il gioco è fatto!

Il  rischio,  a parte il possibile anche se raro effetto nocivo delle sostanze iniettate, è che poi una ruga tira l’altra, si finisce per modificare e sconvolgere la nostra espressione come hanno fatto molte donne dello spettacolo e non. Il risultato alla fine è tutt’altro che armonico.

Quello che si vede tristemente  in giro è la perdita del naturale, i volti assumono un aspetto  finto e irreale, come si sente dire in giro si rischia di indossare volontariamente il “burga di plastica“. Pensiamoci bene prima di fare iniziare con qualche ritocco, potremmo non saperci più fermare e indietro è difficile  tornare. In un certo senso è una sorta di compulsione esattamente come nell’uso di droghe, si inizia pensando di fermarsi e poi ci si casca dentro.

L’attrice  Giuliette Binoch afferma che il botox è una cosa per le donne insicure, come darle torto?

Siamo tutti d’accordo il nostro viso quando eravamo giovani era più bello e liscio. Ma tra un fiore non più fresco e un fiore finto, onestamente cosa preferite? Togliere i petali sgualciti e le foglie secche, cambiare l’acqua e magari ravvivare la composizione aggiungendo qualcosa di adatto mantenendola naturale è ben diverso che sostituirlo con un fiore di plastica, assolutamente perfetto non credete?.

Invecchiando poi la cosa peggiora, i visi troppo ritoccati assumo espressioni veramente senza senso e ridicole. Le mani il collo e gli occhi parlano della loro età anagrafica e fanno a cozze con la parte ritoccata.

E’ vero che il corpo dei giovani sprigiona armonia e bellezza da tutti i pori e che spesso questa armonia si perde gradualmente negli anni. Infatti il corpo memorizza tutti i traumi e tutte le sofferenze e molto spesso nel trascorrere degli anni il rischio è diventare  più pesanti non solo dai kili di troppo ma dal peso della vita. Ma la leggerezza della giovinezza non si riacquista togliendo le rughe!

Accettare le rughe di espressione  significa accettare il cambiamento e non restare attaccati al passato all’immagine  che abbiamo di noi riferita al passato.

L’attaccamento di cui tanto si parla nella religione Buddhista è in fin dei conti la nostra maggior fonte di sofferenza.

Dovremmo piangere ad ogni calar del sole e ratristarci ad  ogni fine estate! Qualcuno lo fa. Ma anche se la primavera è bellissima e spinge le persone all’estroversione, è  pur vero che ogni stagione ha la sua bellezza intrinseca. Sono  energie  diverse, la primavera  si sviluppa verso l’esterno e l’autunno si sviluppa verso l’interno.

La vita è in continuo mutamento, la legge dello yin e dello yang e dei cinque elementi confermano il continuo passaggio da una elemento all’altro. Non possiamo fare nulla per fermare il tempo. L’invecchiamento che purtroppo biologicamente inizia dopo i 30 anni, come la sera e come l’autunno sono inevitabili passaggi,  che la medicina cinese  considera sotto il segno dell’ elemento metallo.

La caratteristica dell’elemento metallo è quella di essere rigido ed è proprio la rigidità che dobbiamo  combattere perché non diventi un eccesso potenzialmente dannoso e patologico. La rigidità è in assoluto il miglior alleato dell’invecchiamento e va combattuto sia dal punto di vista fisico che mentale.

Cosa significa combattere la rigidità? Significa non pensare sempre allo stesso modo e per fare questo dobbiamo confrontare il nostro pensiero con altri pensieri, la lettura e l’arte possono molto in questa direzione ma non basta ancora.  Studiare  e farlo con l’aiuto di maestri è la cosa più importante. Lo studio apre la mente e non deve cessare quando si è raggiunta una posizione sociale e lavorativa soddisfacente ma proseguire per tutta la vita.

Con il corpo dobbiamo fare lo stesso lavoro  disciplinandolo con esercizi specifici, in questo campo l’ antica scienza  dello yoga non ha pari in possibilità di conservare nel tempo l’elasticità osteoarticolare di tutto il corpo ma potete scegliere l’attività fisica più adatta alla vostra indole.

E’ infine davvero interessante sapere che nella medicina cinese il  metallo yang è paragonato a uno strumento di lavoro, come  un aratro o una sega, e  il metallo yin a un gioiello. Possiamo intuire quanto sia importante durante questa delicata fase della vita, iniziare  a coltivare le nostre qualità yin, ovvero nutrire il nostro interiore e non solo l’esteriore, cercando per quanto possibile di raffinarci, eliminando tutto quello che non ci serve e non ci appartiene, come in una sorta di pulizia e purificazione alchemica. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare noi stessi dei gioielli e la nostra presenza preziosa per gli altri.

Ricordando inoltre che un gioiello non arruginisce e mantiene la sua bellezza negli anni, una sega no!

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Gli addominali: pro e contro

29/1/10

Catherine Bellwald Gli addominali: pro e controIl rinforzo dei muscoli addominali è  un argomento decisamente interessante, in quanto non vi è palestra o allenamento fisico o centro fitness che non li proponga.

Il ventre è in assoluto il punto fisico dove maggiormente vorremmo essere in forma per mostrare la splendida tartaruga per gli uomini e un ventre magistralmente tonico per le donne.

Ma la parete addominale non è importante solo esteticamente, anche se sul fatto non si discute proprio!

E’ importante anche per l’assetto  posturale, ovvero contribuisce  al mantenimento corretto della postura, sia seduta che in piedi che durante qualunque spostamento fisico dinamico.

Il ventre, a ben guardare, è il centro della nostro corpo.

Dalla salute e tonicita dell’intestino dipendono la tonicita della parete addominale e viceversa. Possiamo dire che un intestino  gonfio e dilatato può influenzare  rilassando in modo eccessivo la parete addominale. E una parete addominale rilassata può non sostenere sufficientemente i visceri rallentandone e alterandone la funzione.

L’educazione posturale nasce durante la prima infanzia ed èfortemente condizionata dala personalità dell’individuo. Sono molte le discipline sportive, marziali e militari che educano a mantenere una postura eretta caratterizzata da un ventre ben controllato. Pensate alla posizione sull’attenti, pancia in dentro e petto in fuori.

Per avere un idea, provate a rientrare leggermente il ventre pensando di avvicinare l’ombelico alla colonna vertebrale,  sollevate la gabbia toracica aprendo lo sterno, e ascoltate come la colonna vertebrale si è magicamente alleggerita, sia a livello cervicale che lombare. Non è necessario gonfiare  lo stomaco o il petto, ne sollevare le spalle sembrando ingessati, il movimento in realtà è molto piccolo e poco visibile ma influenza tutto il sistema posturale sollevandolo come verso l’alto.

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Le molteplici cause dell’epicondilite

25/11/09

Catherine Bellwald Le molteplici cause dellepicondiliteRecentemente mi è capitato un caso classico di epicondilite “da barista”. La paziente era una giovane donna di 40 anni di mestiere barista, addetta soprattutto alla mansione del caffè e cappuccino da banco.

Come ben potete immaginare la ripetizione della manovra di inseririmento del caffè nella macchina mette l’articolazione di polso, gomito e spalla a dura prova soprattutto se la persona è di piccola statura e di minuta muscolatura come in questo caso.

Il quadro si presentava quindi molto semplice; il dolore era ben localizzato all’inserzione dei muscoli estensori sull’epicondilo omerale destro, presente da venti giorni circa ormai anche a riposo e soprattutto durante la mobilizzazione del gomito e anche alla palpazione dell’epicondilo.

Il caso sembrava un classico quadro  di iper sollecitazione meccanica, responsabile di sovraccarico  e tensione muscolare al braccio destro e secondaria infiammazione tendinea inserzionale. Non potei comunque fare a meno di pensare che il dolore era comunque localizzato sul canale di intestino crasso in una paziente affetta da stitichezza cronica inveterata. (continua…)

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Non mollare mai!

4/5/09

Ecco cosa insegnano a scuola all’estero, non solo concetti. E’ un esempio reale, di come non perdersi mai d’animo anche se tutti dicono che non puoi farcela.  Questo filmato è davvero educativo; questo signore spiega la sua esperienza, spiega come, nonostante gli manchino braccia e gambe, non solo riesce a rialzarsi da solo ma è riuscito a trovare un senso alla sua esistenza e si vede; credetemi si vede e si sente!

Sta più in piedi lui di molte altre persone!

Non solo; potrei dire come fisiatra morosiniana che il potenziale di salute di questo signore è  al di là di ogni possibile immaginazione. 

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Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi

11/3/09

Catherine Bellwald Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi Ho iniziato a fare Danza Classica  a 11 anni, molto tardi quindi rispetto al solito, ma l’amore per questa disciplina mi ha preso sempre più e crescendo era diventata una vera passione, tanto che all’università praticavo fino a 2-3 ore al giorno. Ma poi quel mondo alle soglie del professinismo mi era diventato stretto,  le ostilità si toccavano con mano, dovevo fare una scelta; Medicina o Danza, e così ho abbandonato la Danza, come si lascia un grande amore, da un giorno all’altro senza voltarmi in dietro!

Per anni non sono riuscita a guardare neanche uno spettacolo di danza, era troppo doloroso. Pensandoci ora mi viene da sorridere. La Danza è stato il mio primo strumento di lavoro su questo corpo, e devo riconoscere che mi ha dato molto,  ha contribuito a rendermi forte dentro e dolce fuori, precisa quando serve ma anche capace di cogliere la perfezione dell’istante, ma soprattutto costante e determinata nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

Si, posso dire che il formarsi del mio carattere è stato fortemente guidato da questa disciplina: è per questo che consiglio a tutti i ragazzi che arrivano in studio di cercare uno sport che possa dare loro la stessa passione, seguendo la loro indole e magari valutando fisicamente quale attività sia più idonea al miglior sviluppo armonico sia fisico che mentale;  equitazione, scherma, arti marziali, danza, ginnastica artistica, corsa, nuoto, attività di squadra…

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La gravità non risparmia nessuno!

16/1/09

Catherine Bellwald La gravità non risparmia nessuno! La gravità è una forza alla quale non siamo abituati a dare peso, ma che ha un peso enorme sia sulla salute che sulla patologia. La gravità esercita sulle strutture portanti del nostro corpo, ossia sullo scheletro, una stimolazione continua.

In particolare la marcia produce una vibrazione che si ripercuote sul tessuto osseo, stimolandolo. Questa azione trofica è ben nota agli astronauti e ai pazienti allettati per lunghi periodi che vanno incontro a osteoporosi prematura. La gravità, di fatto, ci è necessaria.

Ma la stessa gravità nel corso del tempo, soprattutto se non contrastata adeguatamente da una buona muscolatura antigravitaria, oppure se appesantita da marcato sovrappeso, oppure da deformazioni dello scheletro, diventa a sua volta nociva.

Dall’alto in basso il carico del nostro peso viene portato da vertebre e rispettivi dischi intervertebrali, dalle anche, dalle ginocchia e dalla pianta del piede.

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sport che passione

5/1/09

Catherine Bellwald sport che passioneMolti frequentatori del mio studio medico sono sportivi, sportivi appassionati direi… insomma  soggetti così appassionati da sottoporre il proprio corpo ad una  dura disciplina fisica, ore e ore di allenamento.

Talora succede che i microtraumi ripetuti possano generare, nelle strutture tendinee più sotto stress, importanti quadri infiammatori cronici fino ad arrivare a vere e proprie lesioni.

In questi casi non sono più sufficienti il riposo, l’applicazione di pomate locali con massaggi, esercizi di allungamento o un lavoro muscolare progressivo: occorre curarsi, e farlo nel modo più naturale possibile, ossia assumendo sostanze con i minori effetti tossici.

In Omeopatia  è possibile trarre giovamento dall’Arnica Montana ma anche dal Rhus Toxicodendron per il suo tropismo per le strutture tendinomuscolari.

L’Agopuntura può migliorare l’irrorazione di sangue e di energia locale bloccata dal micro o macrotrauma in modo molto più mirato e specifico rispetto alle terapie di calore esogene, comunque utili come ultrasuono e laser.

(continua…)

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