Riabilitazione - Uno Due Tre
Pagina 1 di 212»

Riabilitazione

La trigger point therapy è davvero adatta tutti?

Catherine Bellwald La trigger point therapy  è davvero adatta tutti?La trigger point therapy o TP performance therapy è il nome dato a un nuovo  tipo di allenamento fisico che sta andando recentemente in auge negli USA, rivolto prevalentemente, ma non solo, agli sportivi con lo scopo di prevenire e allentare le numerose sindromi muscolari dolorose. Questa pratica utilizza strumenti prevalentemente a rullo o cilindrici per lavorare sui propri muscoli trattando i trigger points. Come con il rullo della tecnica Pilates utilizzato per lavorare sul rachide si tratta di strumenti ed esercizi estremamente pratici e piacevoli per rilassare efficacemente i muscoli contratti.

Ricordiamo che i trigger points sono aree di tessuto che potremmo definire contratte, che si possono identificare nel tessuto muscolare ma anche in altri tessuti connettivali come aree più compatte alla palpazione in grado di generare dolore alla pressione e dolore irradiato a distanza secondo precisi percorsi.

La teoria del trigger points, anche se non ancora scientificamente approvata da tutti, resta una delle teorie più accreditate per spiegare l’origine della maggioranza dei dolori muscolari e muscoloscheletrici. La fibromialgia o miofascial pain syndrome sembra essere dovuta alla presenza e formazione di un numero molto elevato di trigger point nei muscoli dei soggetti colpiti.

In realtà il trattamento dei trigger point è da sempre considerato il fulcro di lavoro di numerose tecniche riabilitative e fisioterapiche.  In quasi tutte le antiche tradizioni di medicina manuale vi era la ricerca e il trattamento  di quelli che oggi vengono chiamati genericamente trigger point.

Una volta si usavano le mani, prima che in fisioterapia comparissero le macchine che oggi vengono comunemente prescritte come panacea per alleviare i più comuni e diffusi dolori muscoloscheletrici, ultrasuoni, radar, infrarossi e la recente tecar. Tutte macchine che, come ben spiega il Dott Picozzi nel suo post, tendono in un certo senso a spersonalizzare il lavoro  del fisioterapista e del massofisioterapista, producendo la falsa percezione nel paziente che l’efficacia del trattamento sia da attribuire esclusivamente ad esse.

Il terapista invece, usando le mani con l’ausilio di vari strumenti che altro non sono che un prolungamento di queste, acquisisce con l’esperienza la capacità di individuare molto velocemente la localizzazione dei vari trigger point presenti nei diversi tessuti e a diversi livelli di profondità.

Oggi la miofibrolisi integrata, che altro non è che una terapia dei trigger point più raffinata e completa, utilizza  strumenti a punta sempre più precisi con l’obiettivo di lavorare su diversi tipi di tessuti e di recettori, partendo dall’epidermide intesa come strato più esteso e superficiale fino ad arrivare al muscolo, alla fascia, al tendine, ed al legamento e inserzione ossea degli stessi.

Gli strumenti delle miofibrolisi sono tutti utilizzabili dal fisioterapistra o massofisioterapista che andrà a lavorare prima  sull’intero sistema fasciale e successivamente sullo strato di tessuto dove si nascondono i trigger point attivi da trattare. Il lavoro di apertura comprende anch’esso l’utilizzo di strumenti a rullo che possono stimolare la vascolarizzazione della cute e la spremitura di ampie aree poi si sceglieranno via via strumenti a punta  adatti e specifici per ogni distretto corporeo con lo scopo di scovare, distruggere e riordinare le fibre dei trigger point. Un lavoro che richiede una certa esperienza ma soprattutto dei tempi e dei gradi di trattamento che  dipendono da caso a caso e che possono generare  un’infiammazione secondaria del tessuto, causata dalla liberazione nell’area trattata di numerose molecole della catena infiammatoria. Tale risposta dovrà essere contenuta e graduata dall’attenzione del terapista che potrà avvalersi di sistemi di drenaggio e di supporto antinfiammatori.

Gli strumenti delle trigger point therapy sono in grado di esercitare  un lavoro mirato e specifico per ciascun distretto muscolare ma comunque più  grossolano, eseguibile cioè su ampie aree muscolari  in grado di determinare una sorta di spremitura dei ventri muscolari, aree dove in effetti spesso si localizzano un numero piuttosto elevato di trigger point. Pertanto in caso di punti molto dolorosi, ben organizzati, troppo numerosi oppure troppo profondi, il lavoro con questi strumenti aspecifici, può portare a un peggioramento del dolore anche poco sopportabile per alcuni pazienti. Una tecnica di autotrattamento quindi che si rivolge prevalentemente a soggetti sportivi e con disturbi muscolari lievi determinati appunto dall’attività sportiva o da tensioni muscolari posturali.

E’ invece raccomandabile anche in casi complessi l’utilizzo in autotrattamento del rotore in associazione al trattamento di miofibrolisi per la sua capacità di drenare l’infiammazione e allo stesso tempo di migliorare la circolazione vascolare non solo dello strato cutaneo sul quale si esercita la sua azione ma anche sugli strati miofasciali più profondi ai quali resta collegato.

Nei casi invece dove il dolore è ormai cronicizzato da tempo, molto diffuso, e nei dolori acuti importanti è utile rivolgersi a un terapista o medico che siano in grado di applicare la miofibrolisi, tecnica che a mio parere tutti i fisioterapisti e massofisioterapisti dovrebbero conoscere non solo in campo sportivo ( lascio il link al sito dove è possibile seguire corsi  in Italia e dove io stessa mi sono formata).  Con questa tecnica è possibile andare alla radice del dolore muscoloscheletrico sia cronico che acuto.

Infatti la ricerca e il lavoro mirato e diretto sui trigger point anche più vecchi e profondi nascosti nei diversi strati e tessuti miofasciali, permette di riordinare e rilassare le fibre che lo compongono e di eliminare le molecole generate dall’infiammazione, bloccate e intrappolate nei tessuti, il tutto in modo graduale e sotto il controllo e la guida del terapista.

Un ottimo e insostituibile strumento terapeutico contro il dolore in grado di smantellarlo e disorganizzarlo nelle sue fondamenta. Un argomento questo dei trigger point sul quale sarebbe opportuno riprendere  ricerche scientifiche serie e approfondite come entusiasticamente era stato fatte agli inizi dello scorso secolo per capirne l’organizzazione chimica e fisica ma che forse, oggi come oggi, non trovano la giustificazione di un profitto sufficiente vista la possibilità squisitamente meccanica e manuale di risolvere il dolore, senza altre spese, farmacologiche o strumentali.

 

Articoli Correlati:

Correzione posturale: il disagio psichico

Catherine Bellwald Correzione posturale: il disagio psichicoLo dicono ormai tutti gli psicologi, lo si trova anche sui rotocalchi che affrontano il benessere e la salute; un disagio psichico si vede e si manifesta esteriormente. A parte il fatto che crea un’ovvia e ben nota a tutti posizione di svantaggio nei confronti degli interlocutori, diventa altresì uno svantaggio in senso posturale per colui che ne soffre.

In senso fisico la presenza di un disagio psichico inteso come senso di inadeguatezza o di insicurezza profondo si ripercuote maggiormente sul collo  e sulle spalle che tendono facilmente a portarsi in avanti: avremo le spalle ricurve e chiuse, il dorso in leggera ipercifosi e  il collo in posizione scorretta proiettato in avanti.

Tre problemi frequentissimi, squisitamente posturali che possono generare disturbi fisici non indifferenti fra i quali il conflitto subacromiale, le discopatie cervicali da cui si possono generare brachialgie ( dolori che decorrono alle braccia), cefalee e cervicalgie muscolotensive, dolori infrascapolari.

E ancora per una legge tipicamente fisica e meccanica oltre che filosofica così in alto così in basso, chi cede sulla parte alta del corpo tende inevitabilmente a cedere anche con la parte inferiore e allora non mancheranno la tipica e odiosa pancetta in fuori presente anche nei più magri altro che tartaruga.. e nei più sfortunati anche lombalgia, lombosciatalgia da discopatie lombari.

Vi basta?

Credo di sì se siete arrivati a leggere fino a qui, credo vi sarete convinti che vale la pena di reagire e con forza a questa passiva attitudine di subire la gravità nello steso modo in cui subiamo la nostra vita, le persone e le situazioni sentimentali o lavorative. Ci sono persone che anatomicamente per loro costituzione fisica intendo faranno molta più fatica di altre ma quando la posizione può ancora essere corretta facendo un buon inspiro e sollevando le braccia e le spalle allora non tutto è perduto.

Come ho già detto non possono bastare 10 ma neanche 20 sedute di ginnastica correttiva o posturale perché quando si smette tutto riprende il suo andamento come prima. I tutori non possono essere una soluzione se non in casi ovviamente gravi dove la posizione non è più correggibile volontariamente o quando esiste una patologia a rischio come in una frattura somatica o in un malattia di Shueurmann. Attenzione  anche lo sport fatto con intensità; spesso non corregge e non è sufficiente a correggere un vizio posturale. Non esiste uno sport perfetto anche lo yoga o il pilates non lo sono se non li pratichiamo con estrema attenzione, modificando alcune nostre tendenze e ovviamente inserendo alcuni esercizi mirati e ben selezionati e eliminando gli esercizi potenzialmente nocivi.

Bisogna darsi da fare e correggere queste posture viziate iniziando dal riconoscerlo negli altri e poi su di noi, facendosi seguire personalmente da un fisioterapista, massofisioterapista, personal trainer , insegnante di ginnastica, di pilates o di yoga non importa la qualifica esatta, importa che si lavori in modo mirato ovvero personalizzando gli esercizi e verificando che siano fatti in modo corretto. L’obiettivo di tutto il lavoro sarà aprire il petto, allineare la testa, migliorare l’elasticità del rachide, potenziare soprattutto  addominali-dorsali – pettorali ma sempre avendo il corpo intero e la correzione del suo vizio posturale come primo scopo da raggiungere.

Potrà essere utile anche un lavoro più profondo sul respiro e sulla coscienza di cosa ci mette maggiormente a disagio e di come affrontarlo. Un percorso anche questo di crescita personale individuale che ognuno può seguire con le persone che ritiene più adatte ma che non dovrà essere secondario al lavoro fisico vero e proprio.

Dobbiamo imparare a vederci nella posizione corretta e sentirci bene in essa, indossarla tutti i giorni come un vestito, il vestito che abbiamo scelto per essere più attraenti, ma anche più sicuri, per piacerci e per piacere agli altri senza dover ricorrere al chirurgo plastico o peggio chirurgo ortopedico e  neurochirurgo!

Articoli Correlati:

Attenti ai tendini del pollice: i dolori non sono simpatici

Catherine Bellwald Attenti ai tendini del pollice: i dolori non sono simpaticiTendinopatia, tendiniti e tenosinoviti del pollice  sono infiammazioni tendinee e della guaina che li riveste dei rispettivi muscoli che muovono il pollice.

Si tratta infatti di muscoli estremamente sfruttati da tutti coloro che usano molto le mani per lavorare e per questo spesso il disturbo si accompagna anche ad artrosi dell’articolazione corrispondente e si parla di rizartrosi.

Sono molte le categorie a rischio; dai librai, ai muratori, ai camerieri, a chi fa le pulizie, ai giardinieri, ai parucchieri  che usano regolarmente le forbici per fare un esempio semplice. Avete mai provato a usare le forbici per più di mezz’ora? Lo sforzo a carico del pollice è particolarmente evidente anche ai più distratti.

Il pollice è l’unico dito che oppone ovvero è l’unico dito in grado di garantire la presa sicura e agile di un oggetto soprattutto se di un certo peso. Provate a escludere il pollice, riuscirete a fare un sacco di cose ma con una fatica molto maggiore e solo così  vi occergerete di quanto lavoro questo dito sostenga tutti i sacrosanti giorni.

E’ un problema meccanico in questo caso ma non per questo poco importante oppure inevitabile. La materia è il nostro primo punto di lavoro e quindi anche la meccanica va studiata e compresa per ottimizarne l’efficacia ma anche per ridurre i possibili intoppi da usura.

Prima di arrivare alla rottura tendinea e dover ricorre alla chirurgia perchè il tendine è ormai irimediabilmente lesionato, possiamo limitare lo stato infiammatorio non già assumendo farmaci antinfiammatori che solo in minima parte raggiungeranno il tessuto tendineo infiammato.

Un buon lavoro di prevenzione della tendinopatia del primo dito resta nel eseguire regolarmente piccoli massaggi connettivali trasversali dei tendini colpiti che sono di solito dolorosi alla palpazione, i flessori e abduttori e abduttori che li troverete sul palmo nella regione chiamata eminenza tenar che va massaggiata in profondità con movimenti longitudinali ai muscoli, per lavoare invece il tendine del muscolo flessore del pollice è utile massaggiare in prossimità del bordo della mano dove si trova il primo osso metacarpale con movimenti orizontali o trasversali  partendo dallla parte prossimale che si trova a contatto con il polso fino alla struttura ossea rotondeggiante chiamata “prima testa metacarpale”sulla quale bisogna insistere, solo i tendini degli estensori li troverete sul dorso del pollice tra la testa metacarpale e quella fossetta che si trova in prossimità del polso detta tabacchiera anatomica anche in questo caso sono utili  movimenti trasverali e profondi da eseguire su tutta la lunghezza dell’osso metacarpale.

Utilissime le applicazioni di gel o pomate fitoterapiche ad azione antifiammatoria che potete usare a piacimento anche 3 volte al giorno e con continuità senza dover temere per il vostro stomaco; si perchè le pomate a base di antinfiammatori non steroidei possono comunque causare delle irritazioni gastriche ai soggetti più delicati.  Anche i movimenti di compensazione sono utilissimi per contrastare l’ipersollecitazione meccanica di alcuni muscoli rispetto ad altri; per gli adduttori e flessori è utile un lavoro di apertura del pollice di tipo passivo mentre per gli estensori del pollice un allungamento e trazione dell’intero dito.

Quando il dolore diventa importante sappiate che sia l’agopuntura, la moxibustione e la miofibrolisi possono, se ben eseguite, evitare in molti casi il ricorso alla chirurgia. E soprattutto non trascurate le vostre mani; appena avete dei dolori iniziate a curarle e a pensare a come trattarle esattamente come si fa con tutte le altre articolazioni, come la schiena di chi sta seduto lungamente, e il collo di chi scrive o legge a lungo o le ginocchia di chi scende e sale le scale con dei pesi. Anche se le mani sono piccole il loro indispensabile apporto e salute sono fondamentali per la nostra autonomia.

 

 

Articoli Correlati:

Correzione posturale: il conflitto subacromiale

Catherine Bellwald Correzione posturale: il conflitto subacromialeLa sindrome da conflitto sub-acromion  è una patologia osteoarticolare estremamente diffusa. All’esame rx della spalla, emerge che lo spazio presente tra la  testa dell’omero e il soffitto della complessa struttura della spalla risulta ridotto anche gravemente per una  risalita della testa omerale

Questo spazio ristretto si chiama anche spazio sub acromiale in quanto è situato sotto all’acromion, e proprio in questa sede si trova la famosa e nota ormai a tutti, cuffia dei rotatori che altro non è che un insieme di strutture muscolo-tendinee che rivestono la testa dell’omero come una cuffietta. I muscoli della cuffia dei rotatori sono tutti muscoli che imprimono una rotazione alla spalla.

I tendini di questi quattro muscoli sono tutti a rischio di usura e di lesione da un lato a causa del fenomeno degenerativo artrosico che rende questo spazio spigoloso per la presenza di becchi artrosici ma anche a causa di uno squilibrio muscolare e difetti posturali del rachide che si scaricano appunto sulle spalle.

La spalla è un insieme di articolazioni piuttosto complesse dove la testa omerale è per così dire sospesa nel vuoto, e non contenuta o adesa come le altre comuni articolazioni del nostro corpo. E’ infatti considerata la più instabile e suscettibile di lussazione per movimenti bruschi o per traumi. Ma torniamo al concetto di osso sospeso. Cosa mantiene il braccio nella sua sede senza che ci caschi? Legamenti e tendini e capsula; i legamenti sono delle sorte di corde  tese tra osso e osso, i tendini sono la parte finale e iniziale dei muscoli e partono da un segmento osseo per raggiungere un altro segmento osseo così che contraendosi si genera un movimento; la capsula è una sorta di protezione dell’articolazione e anch’essa parte da un osso e si aggancia a un altro rendendo le due  strutture in continuità.

La causa della comune tendinopatia della cuffia dei rotatori, intesa come sofferenza e infiammazione dei tendini non è il risultato della sola artrosi, il motivo più importante da considerare è la postura del rachide e la tensione muscolare cervicale. Ecco perchè per trattare queste patologie non è sufficiente un lavoro esclusivamente antinfiammatorio.

Provate a ingobbire la schiena e far cedere verso il basso la pancia e sentite il torace come se scivolasse in giù come se li mancasse  un sostegno. Fatelo, vi accorgerete che tutta la fatica per sostenere il corpo si scarica sulle spalle e sui muscoli trapezi che diventano così eccessivamente contratti e sotto sforzo. Sentirete chiaramente le spalle sollervarsi e la sensazione di essere sospesi dalle spalle… come un vestito all’appendino….vuoto!

Si crea in questo modo uno squilibrio muscolare ovvero alcuni muscoli come i trapezi che dal collo si portano verso le spalle diventano  ipertrofici e mentre altri muscoli con azione antigravitaria come gli addominali e il gran dorsale diventano ipotrofici. I tendini  della cuffia dei rotatori si trovano in uno spazio sempre più ristretto e vanno facilmente incontro a infiammazione e precoce degenerazione per movimenti anche di piccola entità.

Le spalle in un certo senso diventano il punto debole dell’intera struttura fisica così disarmonica, qualunque movimento un pò brusco di rotazione (come per allacciarsi la cintura di sicurezza), di estensione ( per raggiungere un oggetto situato in alto) o di abduzione ( per infilare la giacca) è potenzialmente in grado di diventare una possibile causa di lesione della cuffia dei rotatori.  E come tutti sappiamo le lesioni tendinee sono le più difficili da curare in quanto  essendo poco vascolarizzate non ricevono la giusta quantità di farmaco antinfiammatorio se preso per via orale o intramuscolare e tramite le infiltrazioni locali cortisoniche possono andare incontro a una necrosi del tessuto stesso.

Possiamo capire che per prevenire e curare una lesione o una infiammazione della cuffia dei rotatori non serve solamente lavorare direttamente sulla mobilizzazione della spalla  ricercando  un’aumentata escursione articolare ed elasticità che saranno comunque importanti  ma è necessario lavorare sull’intera postura del tronco a partire dalla sua parte centrale e dal diaframma per arrivare al tratto cervicale.

Gli esercizi respiratori sono in questo caso un punto centrale fondamentale, questo perchè il torace e i polmoni che in esso sono contenuti sono in realtà gli organi della nostra leggerezza.

Perchè contengono aria che potremmo definire compressa ma che ci sostiene verso l’alto. Provate a respirare a pieni polmoni e chiudete gli occhi; vi solleverete, vi alleggerirete. In acqua un corpo che respira galleggia automaticamente, in aria un corpo che vola attacca le sue ali al torace e alle scapole per l’esattezza.

Gli esercizi respiratori non sono utili solo in caso di disturbi broncopolmonari come si apprende nei corsi di fisioterapia ma sono di estrema utilità in numerose patologie, dall’attacco di panico alle tendinopatie della cuffia dei rotatori. Non è un caso se tutte le arti marziali e nall’antica scienza dello yoga la respirazione riveste un ruolo così centrale.

I tutori per spalle curve non hanno alcuna efficacia se non accompagnati da un lavoro fisico di correzione posturale protratto nel tempo fino ad arrivare a una diversa consapevolezza e forza nel mantenere una postura corretta dell’intero tronco e del sentire il nostro respiro come il fulcro del nostro sostegno interno.

Articoli Correlati:

Stabilità e libertà

Catherine Bellwald Stabilità e libertàMolte persone scambiano la stabilità con la rigidità ma sono due concetti completamente diversi. La stabilità è un principio che si estrinseca in senso fisico e in senso psicologico. Trattandosi appunto  di un principio le sue regole e valori sono presenti sui diversi piani, da quello più materiale a quello più rarefatto delle emozioni e del pensiero.

Nella materia qualunque oggetto si voglia sviluppare in altezza dovrà essere saldamente piantato nel terreno con delle fondamenta e questo concetto è chiaro a tutti i costruttori di case. Ma se consideriamo la natura, le radici che affondano nel suolo sono un concetto di stabilità che, a differenza delle fondamenta, costituisce anche la  fonte di energia nutritiva e di vitalità della pianta stessa.

Cosa significa per un uomo mettere radici? Non di certo fermarsi in un punto come molti pensano o fare sempre le stesse cose; significa cercare in profondità nella propria persona che non è solo la piccola forma fisica che si riesce a vedere allo specchio, una fonte di nutrimento e una possibilità di crescita interiore che sono le nostre vere radici, vale a dire quello che intimamente sentiamo di essere e un senso di appartenenza estremamente profondo spogliato dalla nostra condizione economica e sociale.

In senso fisico la stabilità può anche essere considerata come un principio di aderenza e di unione con la terra, pianeta che ci ospita, il nostro corpo inteso come una cosa sola insieme a tutti gli altri corpi e strutture  minerali, vegetali e animali… un tutt’uno.

Immaginate ora di eseguire un esercizio di equilibrio su una singola gamba e sentirla piantata nel terreno come se avesse non una ma quattro radici come quelle dei molari, radici profonde che arrivano fino al centro della terra e dai piedi l’energia del pianeta può accedere alla vostra pancia. Fantascienza alcuni potrebbero dire. Ma provate solo per un istante a sentirvi così! Il risultato è che davvero avrete un equilibrio mai provato e vi sentirete stabili e forti come delle rocce. Un effetto e gioco della mente direbbero ovviamente i sostenitori dell’effetto placebo. E di cosa altro stiamo parlando se non della mente?

Una mente che indiscutibilmente influenza il corpo. Nello yoga e in molte arti marziali il principio di stabilità al suolo è parte integrante della base dell’insegnamento. L’Hakama è un immagine di questa immaginaria piramide energetica che radica al suolo l’energia del praticante. Nello yoga molta attenzione viene data all’appoggio dei piedi e delle mani al suolo immaginando 4 punti localizzati rispettivamente sulle piante dei piedi e sui palmi delle mani che fungono da immaginarie radici.

Una volta raggiunta una forte stabilità fisica è possibile sperimentare sul piano fisico un notevole incremento di elasticità  e di velocità, che si traduce in un concetto di aumentata libertà motoria. Ma come potrete intuire vale anche sul piano mentale. Se dentro di noi troviamo una profondità e cresciamo in essa con delle belle radici nutrite e che ci nutrono, non solo avremo la possibilità di crescere maggiormente in altezza e in ampiezza nel senso di sviluppare i nostri talenti e le nostre capacità mentali ed emozionali in modo equilibrato ma  potremo anche, con lo stesso meccanismo osservabile sul piano fisico, diventare meno rigidi al cambiamento e più veloci nell’adattarci alle situazioni intorno a noi.

In entrambi i casi si tratta di un esercizio di pensiero; il primo utilizzato durante le attività fisiche e l’altro nelle attività più interiori. Ma come si fa a trovare quella profondità e sviluppare le nostre radici? E’ sufficiente usare il proprio pensiero che non vuol dire il chiacchiericcio della mente e neanche il comune pensiero appreso dai libri: vuole dire creare un collegamento personale tra idee apprese e situazioni vissute, sviluppare un proprio sentire interiore studiando e soprattutto ascoltandosi che significa cogliere cosa succede dentro di noi e perchè succede, quali emozioni si scatenano e cosa proviamo. Ascoltando dalla natura e dagli altri cosa abbiamo da imparare, non fosse altro che la capacità di cogliere la bellezza che in realtà si trova tutta intorno e dentro di noi.

Articoli Correlati:

Correzione posturale del rachide dopo la chirurgia

Catherine Bellwald Correzione posturale del rachide dopo la chirurgiaIn campo ortopedico e precisamente nella chirurgia ortopedica più comune come gli interventi su ginocchia, anche, spalle e gomiti la riabilitazione post chirurgica è considerata indispensabile per ottenere un buon risultato funzionale e anche antalgico.

Oggi operare un’anca oppure un ginocchio senza proporre una riabilitazione intensiva corrisponde a scarsa possibilità di ottenere un buon recupero post chirurgico. I chirurghi ortopedici questo lo sanno bene.

Ma in alcuni campi di pertinenza chirurgica questo iter e valore aggiunto della correzione posturale e del recupero motorio corretto non sembra essere considerato in modo altrettanto valido. In particolare questo avviene nelle chirurgia del rachide.

La minor attenzione al periodo post chirurgico in senso riabilitativo è presumibilmente dovuta al fatto che è necessaria una gradualità e una notevole attenzione e preparazione soprattutto nell’immediato ma anche perchè il rachide è certamente meno mobile rispetto alle articolazioni sopraelencate. La colonna vertebrale in effetti è un insieme di articolazioni che potremmo considerare a limitata mobilità se prese una per una, ma l’insieme di queste piccole escursioni articolari determina la salute dell’intero rachide. Per questo motivo lavorare sul massimo recupero del movimento e sulla postura corretta sono a mio parere attività assolutamente indispensabili  dopo un intervento chirurgico sulla colonna che rappresenta sempre un trauma e una causa di rigidità secondaria.

Molti pazienti arrivano nel mio studio dopo avere eseguito un intervento chirurgico, e sono ancora tantissimi  quelli che non hanno mai fatto trattamenti di correzione posturale ne prima ne dopo l’intervento e che non si spiegano come mai il dolore non sia scomparso completamente o sia ancora presente come prima e in alcuni casi addirittura peggiorato.

Questi pazienti amareggiati mi chiedono sempre se l’intervento è stato fatto in modo sbagliato oppure se non avrebbero dovuto farlo, e mi accorgo che vorrebbero sentirsi dire che le cose sono andate proprio così. Ma la verità è che l’intervento quasi sempre è stato fatto bene, oggi raramente la chirurgia è fatta in modo scorretto anzi migliora giorno dopo giorno in precisione ma ciò non toglie che il risultato atteso può non arrivare. Il che suggerisce che qualcosa di importante è stato trascurato. In primo luogo il fatto che il dolore sia considerato una conseguenza del solo un problema fisico specifico di quella vertebra o di quelle due o tre vertebre operate.

Il dolore, soprattutto quando protratto, è invece il risultato di più fattori coesistenti. Un difetto posturale oppure sforzi fisici che hanno determinato un ernia discale oppure un difetto congenito come una anterolistesi che sono tra le cause più comuni di intervento sul rachide, non sono mai quadri puri, ovvero oltre all’ernia discale oppure alla anteroslistesi si aggiungono quasi sempre altre discopatie di solito adiacenti più o meno gravi  che possono a loro volta già essere responsabili di una buona parte del dolore e difetti posturali secondari ad esso.

Quando un segmento della colonna “si ammala” l’intero rachide  vertebrale lo segue,  perchè la colonna va presa come un elemento elastico e funzionale unico. Questo concetto di unità esiste per qualsiasi patologia, e coinvolge l’intero corpo umano. Anche un disturbo dell’intestino può riflettersi sul rachide e vice versa. La natura umana non è frammentata come il nostro piccolo pensiero;  ogni situazione ne produce un’altra. Come nella legge dei cinque elementi si tratta sempre di relazioni  di tipo circolare.

Per tornare sul semplice e sul pratico una colonna lombare stabilizzata chirurgicamente (operata con chiodi e viti per uno scivolamento della vertebra) determina sempre un sovraccarico delle vertebre che si trovano sopra alla stabilizzazione bloccando la flessibilità di un sistema elastico. La meccanica ci insegna che le forze di movimento e di gravità si scaricano in modo scorretto sul resto della struttura. Diventa quindi fondamentale considerare sempre un lavoro fisico di modifica e gestione della postura per poter ridurre al minimo questo inconveniente.

Lo stesso lavoro di correzione posturale  del rachide dovrebbe essere sempre consigliato anche nei piu piccoli interventi di questo tipo, di discectomia (asportazione di un disco vertebrale), di emidiscectomia (asportazione chirurgica di mezzo disco vertebrale)  o erniectomia (asportazione dell’ernia discale espulsa) e anche per un trattamento di ozono terapia su un frammento erniario. Questo perchè l’ernia è quasi sempre il risultato meccanico di un difetto della colonna e si associa a discopatie multiple di quel segmento non curate dall’intervento chirurgico. Il trattamento post chirurgico di educazione e di correzione posturale nel caso di un’ernia discale è indispensabile per evitare che le altre discopatie possano a loro volta causarne altre ed è inoltre indispensabile per limitare anche la rigidità del rachide secondaria alla paura di avere dolore.

Quindi quando il paziente post chirurgico lamenta dolore o non migliora oppure peggiora, il problema non è se l’intervento andava o non andava fatto, oppure se è stato fatto bene o male.

Il problema è che non è stata presa in considerazione la colonna  nella sua globalità funzionale e meccanica.

Il paziente, purtroppo spesso aiutato da una falsa informazione, pensa che l’intervento possa di per sè essere totalmente risolutivo e che una volta finito l’intero problema sarà risolto e lui intereamente guarito. Ma anche se l’intervento è fatto in modo perfetto, la salute della colonna vertebrale, sia prima che dopo, dipende sempre da un insieme di fattori che vanno dalla consapevolezza di ciascun individuo, al corretto assetto posturale e educazione motoria. Questo fattore dovrebbe essere sempre considerato, responsabilizzando anche i pazienti che facilmente sono indotti a pensare che la chirurgia sia una via facile che li rende completamente esenti dalla necessità di un lavoro individuale di cura e attenzione nei confronti della propria schiena e del proprio corpo in senso lato.

 

Articoli Correlati:

La libertà di pensare e il potenziale umano

Catherine Bellwald La libertà di pensare e il potenziale umanoIn questi tempi moderni la parola libertà sembra scontata, ma mai come in questo periodo  storico la mente delle persone è stata più prigioniera nel proprio pensare. Solo che non si vede, la prigione nella quale siamo costretti a pensare è invisibile e ben nascosta.

Il tessuto sociale è invaso da queste invisibili catene: dai valori nei quali crediamo vi sia del giusto e del profondo a un infinità di modi di fare che ogni giorni ci vengono propinati come le scelte moralmente, scientificamente ed economicamente più corrette da compiere, fino ad arrivare ai colori e vestiti di cui ci vestiamo e alla moda in genere.

Crediamo di essere molto più liberi di pensare rispetto al 1600 ma non è proprio così vero! Certamente non si viene più arrestati per il proprio pensiero e magari bruciati vivi come Giordano Bruno, ma questo non significa che siamo liberi di pensare. Crediamo di esserlo anzi: ce lo fanno credere!

Oggi regna l’omologazione, tutti fanno e dicono le stesse cose. I dogmi della chiesa sono stati sostituiti da regole economiche, politiche, scientifiche, estetiche, salutistiche, morali ecc.. Chi esce dal coro è out..anzi non esiste proprio. Non esiste più il pensiero creativo, oggi chi parla deve documentare ciò che afferma con testi di altri che lo hanno preceduto ovvero fare il copia-incolla e non può esso stesso sviluppare il proprio pensiero e creare il nuovo: è vietato.

Nessuno vuole fare da cavia! Ma siamo tutte piccole cavie da laboratorio, tutte ugualmente disponibili per esperimenti di cui neanche veniamo a conoscenza. Anche gli artisti di oggi fanno fatica a creare come se solo il passato fosse stato capace di creare l’arte. Il passato non da studiare e  conoscere  ma solo da venerare come insuperabile.

E’ anche il tema dell’ultimo film  di Woody Allen, “Midnigth in Paris” . Il passato non è migliore del presente, è solo passato e non deve impedire al presente e al futuro di svilupparsi nello stesso modo in cui  un padre di successo rischia di comportarsi nei confronti del figlio rendendolo  ingiustificatamente insicuro di sè.

Molte cose sono ancora da scoprire e da sviluppare attraverso il pensiero di uomini e donne liberi e questo vale in qualsiasi campo esso si trovino. Purtroppo anche molti gruppi religiosi o filosofici o sportivi o di ricerca interiore rischiano con il passar del tempo pur uscendo dai comuni dogmi di creare dei nuovi modelli di omologazione e di condizionamento mentale. Si generano ambienti e microambienti  di cui anche la famiglia ne è a volte un esempio, dove essere se stessi non è così facile come si potrebbe pensare e dove ciò che è estraneo è sempre da temere e da rifiutare a priori.

In un certo senso è come se si temesse  sempre la concorrenza, a qualunque livello ci si pone, dal più basso puramente economico al più alto a sfondo etico e morale.

“Non amerai altro Dio al fuori di me”  partiamo da questa frase che sembra così profondamente sana, pensiamo al periodo storico in cui si veneravano diverse divinità come il sole per esempio, ma se ci fossero altri dei perchè non dovrei amarli tutti? oppure se ci fosse qualcosa da amare quanto  Dio non sarebbe alla fine  parte di Dio che tutto contiene?  E poi l’amore alla fine non è già comunione con Dio?

Ma pensandoci bene perchè mai Dio dovrebbe imporci di amarlo al di sopra di tutto visto che lui è al di sopra di tutto? Non possiamo pensare che anche lui tema la concorrenza! Questa frase è già di suo ricca di contraddizioni ovvero salta al naso che si tratta di un pensiero profondamente umano. Come direbbe Steiner questa è per eccellenza una frase che fa capo al mondo animico ovvero dei sentimenti e non al mondo spirituale. Si tratta però dell’indiscusso primo comandamento.

Ragionando in questo modo è possibile cogliere come anche molti anzi moltissimi concetti considerati ad altissimo valore morale, come la fede e la fedeltà siano in realtà a volte dei modi per limitare la libertà di pensare, sviluppare , amare e creare. Azioni che prese nella loro forma pura  sono senza limiti e rappresentano il potenziale  umano di crescere ed di elevarsi verso qualcosa di superiore.

In termini riabilitativi in questo periodo storico il nostro potenziale umano è come se fosse rarefatto oppure diluito e sembra che nessuno se accorga. Ma come per tutti i potenziali si tratta in verità di una forza che ogni essere umano comunque contiene nel momento in cui si rivolge al proprio interiore.

Inoltre se dalla  filosofia cinese dopo le ore più buie arriva la luce, ovvero dal massimo dello yin sorge il seme dello yang, credo sia giusto sperare che in un prossimo futuro il potenziale umano possa iniziare a camminare verso una società più evoluta dove la libertà di pensare regnerà sovrana, la violenza assente anche sul piano mentale e  il vero tradimento sarà solamente non aver permesso a se stessi di vivere ciò in cui si crede.

 

 

 

Articoli Correlati:

La speranza durante la malattia

Catherine Bellwald   La speranza durante la malattiaSignora si rassegni suo figlio non piangerà più” è la frase che hanno detto alla mamma di un paziente uscito dal coma dopo un incidente in moto. Al paziente veniva poi detto al suo risveglio ” ci vorranno anni per tornare a camminare e non correrai mai più!”

Il paziente oggi a distanza di meno di un anno non solo piange ma cammina e corre e si allena esattamente come faceva prima dell’incidente. Certo non è lo stesso di prima, ma nessuno di noi è lo stesso di prima.

Affermare che che non c’è speranza è come affermare il suo contrario ovvero che non ci sono problemi, in entrambi i casi sono posizioni troppo rigide e la  verità è che a noi medici non è dato di sapere come andranno le cose, non siamo maghi ne veggenti, non sappiamo se una situazione che sta migliorando continuerà a migliorare oppure se, viceversa, una situazione che sembra stazionaria non possa iniziare a migliorare.

Possiamo grazie alle conoscenze e alla nostra esperienza considerare i fattori favorevoli e sfavorevoli per il recupero e spiegarli al paziente con calma senza assicurare un miglioramento ma senza fare l’esatto contrario ovvero negandolo in senso assoluto come un dato certo. La medicina non è una scienza perfetta e tanto meno certa; ogni individuo risponde in modo del tutto individuale.

La classe medica per eccellenza si glorifica del non voler dare al paziente false speranze e punta spesso il dito contro coloro che si pongono in modo diverso e con maggior speranza nei confronti di una  patologia indipendentemente dalla gravità. Quel che succede in ambiente sanitario è  spesso che si eccede nello sparare sentenze drastiche piuttosto che il contrario.

E’ diverso dire “non lo farai mai più, scordatelo” e dire “la situazione è grave, non so davvero fino a che punto potremmo recuperare” e ancora  dire ”finirai in carrozzella”  piuttosto che affermare “se non ti curi o non prendi la cosa seriamente, potresti peggiorare in modo anche severo“. Frasi come “se lo deve tenere”  e “non c’è niente da fare” sono all’ordine del giorno in medicina.

L’idea che mi sono sempre fatta a questo riguardo è quella di pensare che sono proprio i medici ad avere maggiormente paura delle malattie e con questi atteggiamenti di superiorità quasi gelida e distaccata esorcizzano la loro paura e la paura delle responsabilità. Questo giustificherebbe come mai il comportamento di “ammazza speranza” è così diffuso in alcuni ambienti come le unità intensive o la rianimazione.

In effetti la responsabilità di fare o dire la cosa giusta al momento giusto è talora pesante e non basta dare il farmaco o consigliare l’intervento o la visita specialistica per avere in cura una persona nella sua interezza. Ci sono tempi da rispettare e bisogna saper ascoltare le problematiche fisiche, chimiche, psichiche e sociali di quella specifica persona e non è affatto semplice!

Credo che si possano dare informazioni anche gravi senza essere cinici e senza calcare la  mano. E’ possibile dire a un paziente che è affetto da una malattia grave come una neoplasia maligna senza sotterrarlo sotto la nostra paura pur sapendo che già da solo lo starà facendo.

Nello stesso modo aprire una speranza terapeutica soprattutto per malattie meno gravi ma croniche come le frequenti algie articolari su base artrosica è sacrosanto. Sono tantissimi i pazienti che arrivano all’agopuntura convinti di non poter fare niente e ai quali non sembra possibile essere migliorati così tanto solo perchè  ormai si erano convinti di non potersi più liberare dal loro problema o dolore.

Credo fermamente che la speranza non debba mai e poi mai essere tolta, fino alla fine. Ovvero fino a quando non ci si trova faccia a faccia con la morte, a questo punto il lavoro è completamente diverso; si tratta di aiutare l’intero nucleo famigliare ad accettare questo inevitabile distacco.

Articoli Correlati:

La correzione posturale: attenti alle pose

Catherine Bellwald La correzione posturale: attenti alle pose

tipica postura scorretta

Le pose sono tutte le posizioni che il nostro corpo assume per apparire o sentirsi in una determinata maniera. In realtà molte posizioni sono anche delle pose e molte pose si assumono per abitudine. Diventa quindi difficile poi discernere come una posa si costituisca e si mantenga al di là del voler apparire o percepirsi in un modo piuttosto che in un altro.

Non ci crederete ma le pose sono uno dei nemici numero uno della postura corretta.

Le gambe incrociate da seduti per fare un esempio sono un tipico gesto a valenza sia maschile che femminile,  sicuramente nocivo al rachide lombare quando protratto e ripetuto. Questo perchè l’incrocio favorisce il cedimento in cifosi del tratto lombare. Questa posa credetemi è davvero difficile da togliere in quanto la posizione a gambe incrociate è sexy per la donna e trasmette anche in un ambito lavorativo  un senso di disinvoltura e di amicizia talora indispensabili.

Nei pazienti con note discopatie lombari o cervicali e ricorrenti algie, oltre a eseguire sedute di agopuntura che hanno una grande possibilità di togliere l’infiammazione senza dover ricorrere al corstisonico, insisto molto sulla correzione posturale soprattutto quando riconosco il ripetersi di alcune pose nocive al rachide.

Le raccomandazioni sono ben conosciute agli addetti ai lavori e non: non sollevare pesi, chinarsi piegando le gambe, sedersi tenendo i piedi appoggiati a terra e la regione lombare sostenuta. Pertanto la correzione delle gambe incrociate è spesso la più difficile e sfugge sistematicamente al controllo anche dei pazienti più attenti. E’ frequente che in una singola seduta la mia correzione di questa posa si ripeta più e più volte beccando il paziente “sul fatto” come con le dita nella marmellata!

Ci sono poi pose meno comuni ma altretanto deleterie, anzi forse molto più pericolose; fra queste citiamo quella di tenere la testa leggermente inclinata da un lato in segno di ascolto o di condivisione,  tipica del personaggio Orazio della serie televisiva CSI Miami tanto per fare un esempio concreto. Questa semplice e apparentemente innocua posa, quando protratta e ripetuta sistematicamente nel tempo, può generare una scoliosi funzionale capace di stabilizzarsi. Ne possono seguire algie cervicali e cervicobrachiali, talora sostenute da quadri di discopatie cervicali più o meno marcate.

Correggere questo tipo di posa è ancora più difficile; è necessario attivare un sistema di vigilanza e di consapevolezza posturale continuativa per cogliere la posa e correggerla sul nascere. A peggiorare la situazione succede che il paziente non si accorge della sua posa se non attraverso uno specchio o una foto. L’unico modo è quello di scattarsi mentalmente delle foto e osservarsi meticolosamente.

Allo stesso modo è utile osservare quale emozione si collega alla posa per individuarla più facilmente. Un lavoro molto complesso, spesso poco accetto dal paziente ma in alcuni casi indispensabile per ottenere la risoluzione completa del dolore.

Attenti quindi quando vedete nascere una posa; ricordatevi che poi non è facile  rimediare ai danni che si possono causare al rachide, almeno non con la stessa facilità con cui si può togliere una ruga dal volto!

Articoli Correlati:

Agopuntura: il dolore della perdita

Catherine Bellwald Agopuntura: il dolore della perditaL’agopuntura è quasi sempre associata a disturbi emotivi, i medici generici la consigliano quasi esclusivamente a quei pazienti che non sai più come trattare con i farmaci, che per giunta li rifiutano e che molto spesso vengono inseriti nella categoria degli ansiosi o nevrotici.

Questo avviene per il fatto che sono in pochi i medici a conoscere il metodo di azione dell’agopuntura sul dolore e ritengono che l’effetto terapeutico sia principalmente  dovuto al cosiddetto  placebo.

Complice anche la cultura e la letteratura scientifica che spesso ha remato in questa direzione piuttosto che nell’ottica di far capire come una medicina così lontana dalla nostra riesca a essere tanto efficace sul dolore anche quando questo è sostenuto da fattori fisici e non solo emotivi, come l’artrosi, l’artrite, oppure un trauma.

All’estero e negli studi  di agopuntura Italiani seri l’agopuntura invece viene usata principalmente  per sollevare e trattare il dolore fisico; anche se sono ancora decisamente troppo  pochi a conoscere l’efficacia dell’agopuntura sul dolore. Ripeto spesso la frase insegnatami dal Dott Picozzi: “Non usare l’agopuntura per il dolore è come fare pulizie senza la scopa o l’aspiravolvere!”

Questo non significa che l’agopuntura non possa essere usata per altri scopi; come ad esempio, un dolore emotivo. Non parlo dei quadri ansiosi e depressivi dove la sofferenza emotiva è alimentata da un comportamento psicologico di fondo che deve essere eradicato. Parlo di una sofferenza acuta motivata da un avvenimento come: la perdita di una persona cara, un incidente grave che ci mette in condizioni di salute precaria,  un terremoto che distrugge la nostra casa.

Nel caso di un trauma emotivo da perdita non ci troviamo di fronte a una cronica predisposizione emotiva ben strutturata nel tempo, ma a un evento acuto destabilizzante, capace di minare l’equilibrio e la salute di ogni individuo.

Quando si perde qualcosa a noi caro la sofferenza e il dolore possono causare dei problemi anche fisici; possono comparire attacchi di panico, inappetenza, insonnia, gola stretta, palpitazioni, respiro corto e anche patologie conclamate spesso a carico del sistema respiratorio o cardio-respiratorio. Si tratta di un trauma o se preferite di una ferita dell’emotivo e allo stesso modo delle ferite fisiche devono guarire e se possibile essere curate per facilitarne e accelerarne la guarigione.

Al paziente colpito da una tale ferita accade di pensare che la condizione di prima gli era dovuta oppure semplicemente normale, in questo modo  non si accetta la nuova situazione. Si ha principalmente paura di non essere più felici. Si pensa di non sapere più come andare avanti! Si deve mettere un passo dopo l’altro e ricominciare da zero e questo richiede energia e lucidità mentale.

Insomma se ci si rompe una gamba non ci si può alzare, mettere le scarpe da ginnastica e andare a correre, giusto? Ma neanche restare a letto sconsolati a pensare che non possiamo più correre! Si tatta di un lavoro che richiede molta energia e molto impegno dedicato unicamente a rimettersi in piedi e allora, un passo dopo l’altro, con molta attenzione e molta dedizione, ricominciare a camminare da soli e, in tempi più o meno lunghi, si può ritornare a correre.

Farsi aiutare è molto importante in questa fase: da un bravo psicologo, ma anche da veri amici su cui fare affidamento; i  farmaci antidepressivi possono essere un valido aiuto  ma esistono diverse cure e metodi alternativi che possono essere usati come utilissimi sostegni anche in associazione con i farmaci nei casi più difficili.

In agopuntura è possibile usare punti e canali collegati direttamente o indirettamente al cuore, con l’obiettivo di armonizzarlo e calmarlo, anche il polmone è un organo da trattare in quanto correlato all’emozione della tristezza. Il  miglioramento  del sonno si può ottenere lavorando sulla vescica biliare e sul fegato, la capacità di respirare profondamente lavorando sul plesso solare con stomaco, pericardio. E’ possibile agire anche sulla paura lavorando e riequilibrando il rene,  organo ritenuto correlato a queste bruttissima ma innata e profonda emozione.

Insomma l’agopuntura consente, insieme a molte altre tecniche di rilassamento e di armonizzazione, di sentirsi più lucidi e di affrontare in modo più rapido la completa guarigione e non solo l’apparente ritorno alla vita normale.

Le tecniche provenienti dalla filosofia  buddista si soffermano sull’osservazione del presente e di quanto la nostra mente desideri autocommiserasi e restare volontariamente nella sofferenza, di come l’energia della sofferenza possa essere utilizzata come carburante per fare magari anche cose che non pensavamo di riuscire a fare. Lasciando che la delusione, il rancore, la rabbia e la paura di soffrire si trasformino in qualcosa d’altro, quasi fosse una sorta di trasformazione alchemica.

Ritengo che si debba e si possa lavorare e curare il dolore emotivo come se fosse fisico, con lo scopo di raggiungere più velocemente con tutti gli strumenti di cui disponiamo, siano essi farmacologici o afarmacologici,  un nuovo equilibrio, fondamentale per il mantenimento della salute in senso lato.

Articoli Correlati:

Correzione posturale: attenti alle poltrone

Catherine Bellwald Correzione posturale: attenti alle poltroneLa posizione seduta è già da sola la più dannosa per il rachide lombare soprattutto se prolungata nel tempo. Questo perchè la fisiologica lordosi da seduti scompare e nei casi peggiori si trasforma in una cifosi ad ampio raggio che coinvolge tutto il rachide.

A lungo andare in assenza di una correzione, e di una muscolatura paravertebrale e addominale di sostegno, si può determinare una rettilinizzazione e talora anche una inversione della lordosi lombare con un conseguente sovraccarico dei dischi intervertebrali lombari e formazione di quadri più o meno gravi di discopatia.

Le poltrone più ancora delle sedie sono nella maggior parte dei casi un vero danno per le schiene perchè sono quasi sempre antiergonomiche. La peggiore in assoluto è la poltrona del dentista dove le gambe vengono messe in orizzontale e lo schienale  inclinato di circa 45-60°. Si ottiene così la posizione del long sitting ovvero seduti a gambe tese, la peggiore in assoluto per il rachide lombare che infatti tende a cedere in cifosi.

In  molti altri ambienti  sanitari  le poltrone sono i molto spesso antiergonomiche; le poltrone ospedaliere dove si esegue  la chemioterapia e le poltrone delle case di riposo per esempio. In sintesi sono tante le poltrone con i requisiti sbagliati. In ordine citiamo le poltrone del cinema, dei treni, degli aerei e  molte poltrone anche decisamente costose e apparentemente confortevoli.

Le poltrone incriminate hanno tutte la seduta (spazio dove ci si appoggia glutei e coscie) molto lunga (spesso più lunga delle normali dimensioni delle coscie), le peggiori hanno la possibilità di allungare le gambe, cosa apparentemente molto comoda e gradita ( si ottiene così il long sitting), ma la cosa più grave di tutte è che possono regolare esclusivamente l’inclinazione dello schienale. In questo modo l’intero carico e peso del paziente  grava inesorabilmente sul rachide lombare.

Le poltrone ergonomiche invece sono quelle in cui la seduta e lo schienale si inclinano simultaneamente, si dice che basculano ovvero l’intera costruzione schienale e seduta si inclina mantenendo gli stessi gradi.  Troviamo questi criteri nei centri benessere, in alcuni modelli di poltrone d’autore, e in moltissimi modelli di poltrone da esterno ovvero da giardino anche a basso costo. In questo modo il peso non carica più sul rachide ma verso il suolo in modo verticale.

Partendo dalla vecchia sdraio di una volta fatta di tessuto alle nuove sdraio da spiaggia in plastica il criterio è conservato ovvero l’inclinazione dello schienale è simile a quello della seduta. E’ importante segnalare che queste poltroncine pieghevoli da spiaggia  sono di solito basse e non possono essere utilizzate da soggetti con deficit motori o disturbi articolari alle ginocchia e alle anche.

Avete capito la differenza? Non è un fatto estetico ma un criterio meccanico: se dovete scegliere una poltrona per farci restare a lungo una persona  fate molta attenzione ai criteri di scelta. Potete scegliere poltrone molto costose con marchi famosi o firmate oppure se le vostre tasche non sono così’ profonde potete andare in un buon negozio di mobili da giardino. Esistono in questa categoria poltrone basculanti, stabili e di varia altezza quindi facilmente utilizzabili anche da persone con difetti articolari o motori . Queste poltrone nel loro piccolo sono in grado di risolvere il problema in modo elegante e senza rischiare di peggiorare le condizione di salute del rachide.

Ma se dovete adattarvi alle poltrone come nel caso di lunghi viaggi e di impegnative sedute  dal dentista consiglio di indossare pantaloni morbidi, meglio se da ginnastica o calzoncini corti, e scarpe comode per poter piegare le gambe  rompendo lo schema del long sitting. Piegando anche solo una gamba, meglio se tutte e due,  il rachide lombare può più facilmente sostenersi e mantenere una minima lordosi.

In caso di guida di una vettura, di rigidità articolari multiple e di obesità tali da non consentire movimenti  di aggiustamento della posizione antiergonomica, consiglio un cuscino lombare da spinta e interruzioni regolari della posizione con piccole camminate e basculamenti del bacino. Tali accorgimenti possono limitare attacchi dolorosi lombari.

Per garantire la salute del rachide lombare di un soggetto sedentario non è sufficiente fare attività sportiva generica per rinforzare i muscoli più deboli siano essi addominali che paravertebrali; è importante allenare il corpo alla correzione e consapevolezza posturale e al mantenimento della corretta posizione seduta durante le ore di lavoro ma anche nelle ore di riposo o destinate ad altro.

Articoli Correlati:

Il tunnel carpale e i dolori alle mani

Catherine Bellwald Il tunnel carpale e i dolori alle maniLa sindrome del tunnel carpale è una patologia estremamente frequente nella popolazione adulta, con una prevalenza nelle donne.

La sindrome del tunnel carpale è  facile da diagnosticare ed è dovuta al fatto che al livello del polso il nervo mediano, i vasi e i tendini decorrono in un tunnel ovvero uno spazio chiuso formato da un semicerchio di piccole ossa, chiuso da un legamento piuttosto robusto e poco elastico detto legamento palmare.

Questo spazio normalmente costituito per proteggere le strutture interne dai microtraumi delle mani, diventa troppo piccolo e augusto nel momento in cui si vengono a creare particolari stati infiammatori o degenerativi.

Nelle forme infiammatorie le guaine dei tendini si possono ingrossare e nei casi degenerativi le ossa tendono a deformarsi rimpicciolendo lo spazio del tunnel. Ecco che il nervo mediano si ritrova compresso dando manifestazioni dolorose o fastidiose alle prime tre dita della mano, fino ad arrivare alla totale perdita di sensibilità delle stesse.

Questa è solo una delle tante possibili patologie che frequentemente colpiscono le mani. In successione di frequenza e di età di insorgenza troviamo le dita a scatto; si tratta di alterazioni di tipo infiammatorio della guaina dei tendini flessori che si ispessiscono e non scorrono più normalmente determinando appunto uno scatto durante il movimento di flesso-estensione.

Spostandoci verso la popolazione più anziana fra le patologie più comuni troviamo in primis i quadri evoluti di rizartrosi ovvero di artrosi delle piccole articolazioni delle mani, caratterizzati da rigidità e frequentemente deformazione delle dita. In questo caso si parla di artrosi deformante delle mani e  la tendenza a questo problema evidenzia spesso una famigliarità positiva.  Le dita gradualmente si ingrossano nelle piccole articolazioni e si deformano per la presenza di noduli periarticolari o tendinei.

Si dice che le mani rivelano  maggiormente l’età delle persone che non l’aspetto del volto. Adesso che poi esiste il botox, le varie punturine e lifting la cosa è ancora più evidente. Le mani, come mi diceva il mio primo insegnante di Tai chi, sono le prime articolazioni ad invecchiare “dovete curarle sin da giovani”.

Ritengo sia un’osservazione importante e spesso trascurata che potrebbe limitare di molto l’insorgenza di queste patologie soprattutto in precoce età.  Una volta a 50 anni ci si considerava ormai anziani e senza aspettative di vita, oggi è l’alba di una nuova possibilità espressiva.  Non fare invecchiare le mani anzitempo è di fondamentale importanza per il nostro benessere e per la nostra autonomia.

La prima cosa da fare è avere la consapevolezza della forza inutile e spesso incontrollata presente nelle nostre mani durante qualunque attività. E’ necessario accorgersi di quanta tensione si scarica sul polso e quindi sulle dita in modo del tutto inconsapevole. Se poi il  nostro lavoro ci porta a usarle molto, è possibile che i problemi insorgano anche precocemente.

L’eccessiva  tensione scaricata nelle mani, è presente durante molteplici atti come ad esempio quando siamo alla guida di una macchina o quando puliamo un oggetto con uno straccio. Qualunque azione richiede infatti sempre una manualità che a sua volta necessita di una  chiusura o semi chiusura di una o più dita. Ecco che queste strutture tendinee e muscolari a lungo andare  in assenza di esercizi di allungamento e di una corretta compensazione in estensione  si irrigidiscono e iniziano un lento processo talora infiammatorio, talora degenerativo.

La tensione protratta intesa come l’accorciamento tendineo e la formazione di zone di addensamento tessutale, produce rigidità  progressiva e talora algie come segno di ristagno di mediatori chimici dell’infiammazione. Che predomini l’infiammazione oppure la rigidità, uno stato peggiora l’altro, la rigidità infatti  aumenta l’infiammazione e l’infiammazione aumenta la rigidità.

Le guaine dei tendini flessori possono ingrossarsi generando il fenomeno delle dita a scatto oppure restringendo il tunnel carpale,  il tendine abduttore del pollice accorciarsi a tal punto da determinare la deformazione a becco d’uccello, così come tutte le dita possono  irrigidirsi e gradualmente essere sempre meno elastiche all’estensione attiva e passiva fino ad arrivare ad una posizione fissa in semi flessione  con deformazioni varie e multiple.

Che  fare ? evitare di arrivare a questo punto è certamente la prima raccomandazione  ma come?

Essere educati al controllo e all’attenzione delle tensioni muscolari è di fondamentale importanza e necessita di un  training e di un allenamento  all’ascolto del corpo nelle sue diverse parti.  Imparare a rilassarsi e a respirare sono cose  del tutto dimentiche nella nostra società, si pensa sia facile come bere un bicchiere d’acqua ma non è così richiedono un lavoro di consapevolezza lungo e attento che solo antiche tradizioni e discipline sono in grado di conferire.

Sono molti i gesti presenti in specifici allenamenti di arti marziali, tecniche di massaggio o  di danza orientale che richiedono proprio una leggerezza e morbidezza del polso. Questi movimenti sono quasi sempre considerati di difficile esecuzione per noi occidentali completamente disabituati a questa particolare gestualità.

La seconda raccomandazione è evitare il più possibile sforzi inutili, la borsa pesante si sostituisce con un trolley. Per aprire una busta di plastica, una bottiglia o una conserva non sforzate le mani inutilmente, usate qualche astuzia in più, apriscatole, pichiettate sul bordo, forate la confezione, usate le forbici (non i denti!). Insomma anche se riuscite a usare le mani  senza difficoltà usate consapevolmente  tutti i possibili ausili per risparmiarele. Quando trovate bottiglie o scatole che si aprono con difficoltà, fate un reclamo alla ditta produttrice, farete un favore a tutte quelle persone che hanno difficoltà motorie alle mani anziani compresi.

Proteggete le vostre mani per lavorare,  e usate i guanti appena possibile, la fretta e la pigrizia non sono buone consigliere e tanto meno l’abnegazione al lavoro e al sacrificio. L’obiettivo è ridurre nel limite al minimo i possibili microtraumi  ripetuti e l’ entrata di freddo-umidità. Portare sei piatti insieme o sei bottiglie per fare prima non vi fa risparmiare niente ma solo consumare uno dei strumenti più preziosi le vostre mani. Lavorare al freddo e all’umido  senza guanti è un altra forma di mancanza di tutela delle vostre mani.

La terza raccomandazione è l’esecuzione quotidiana di esercizi mirati alle dita e alle mani; sono un grande e potente punto  di forza e di prevenzione delle patologie delle mani. Aprire e estendere le dita e i polsi significa aprire attivamente il tunnel carpale allungare i tendini flessori e le loro rispettive guaine. Se il vostro pollice aperto (addotto) non forma più un angolo di 90° rispetto alle altre dita e se le restanti quattro dita estese passivamente non raggiungono neanche lontanamente un angolo di 90° con il carpo avete già un inizio di rigidità.

Infine se avete già dei dolori e delle limitazioni o deformazioni alle mani sono utilissimi oltre all’esecuzione dei movimenti, anche la applicazione di massaggi trasversi profondi sulle piccole articolazioni, sul palmo delle mani lavorando bene sui tendini e sulle guaine dei muscoli flessori delle dita e sull’ addutore del pollice. Il massaggio potrà essere più efficace se eseguito  con specifici gel fitoterapici ad azione antidolorifica e capaci di  muovere il sangue.

Infine l’utilizzo mirato della moxibustione sui punti dolorosi previo training da parte di personale specializzato sono un metodo estremamente efficace per limitare il freddo e l’accumulo di umidità all’interno delle piccole articolazioni delle mani oltre che favorire la circolazione del sangue e quindi ridurre il ristagno locale di mediatori dell’infiammazione.

Se ancora tutto questo non basta e il disturbo doloroso è importante l’agopuntura e la tecnica della miofibrolisi sono ottimi strumenti terapeutici. In particolare la miofibrolisi con i ganci consente non solo di lavorare sui muscoli flessori rilassandoli  ma anche di eseguire una sorta di intervento diretto, quasi  chirurgico sui tendini  senza però alcun bisogno del bisturi. La recente messa a punto di strumenti a vibrazione e a percussione consente inoltre una sorta di interventi di apertura e liberazione del tunnel carpale molto efficaci talora anche già dalla prima seduta.

Questi trattamenti se eseguiti correttamente e in condizioni non troppo avanzate possono sostituire efficacemente  gli interventi chirurgici sul tunnel carpale e sulle guaine tenosinovitiche ingrossate talora proposti in prima istanza. In questi casi i  risultati ottenuti sorprendentemente  si  mantengono per lungo tempo anche a trattamento sospeso.

Articoli Correlati:

Quello che siamo: by Giulio Picozzi

Catherine Bellwald Quello che siamo: by Giulio PicozziCosa determina la formazione della nostra persona? Un vecchio saggio cinese direbbe “le energie del cielo, della terra e dell’uomo”.

Ad uno sguardo superficiale questa potrebbe sembrare  la solita frasetta fumosa all’orientale, ma pensiamoci bene: quali  sono i  fattori e l’insieme delle circonstanze che ci hanno fatto  diventare quello che  siamo? Perché un nostro clone non sarà mai esattamente come noi siamo?

Sto scrivendo questo testo sorvolando un continente lontano a 12.000 metri di altezza dal suolo, ascolto musica classica composta nel ’800 con la mia cuffia con riduzione del rumore,  posso perfino collegarmi ad Internet e mettermi in linea con milioni di persone che avrebbero la possibilità leggermi. Se fossi nato solo nel 1860, invece che nel 1960, tutto questo non sarebbe  stato possibile.

All’inizio del ’900 avrei potuto viaggiare con macchine che toccavano a malapena  i 30 all’ora o andare in bicicletta su strade che sarebbero state  sterrate, e in una giornata, forse, sarei andato e  tornato, da  Saronno dove vivo ora, a Milano. Avrei scritto a mano queste  riflessioni, per farle leggere  a poche persone. Non avendo a disposizione fotocopiatrici o computer avrei dovuto passarle di mano in mano o ricopiarle in più copie. Forse qualche conoscente o amico (sempre che avessi avuto conoscenti o amici non analfabeti) avrebbe potuto leggermi.

Non vi è alcun dubbio; il tempo in cui viviamo determina quello che facciamo e chi siamo. Il tempo che potremmo considerare come le energie del cielo. E se vogliamo essere più raffinati l’ora, il giorno, e non solo l’anno della nostra nascita contano. Nella scienza astrologica è noto che anche pochi minuti  di differenza tra una nascita e l’altra, possono generare differenze molto significative nella costruzione del proprio Ba zi.

Per la medicina cinese l’istante corrisponde anche a quello che noi definiamo il nostro patrimonio genetico e che altro non è che una combinazione precisa di basi puriniche e piramidiniche avvenuta in un preciso momento.

Ma anche il  luogo in  cui  siamo nati e in cui viviamo è altrettanto importante. Lo spazio in  cui ci muoviamo, nutriamo e  cresciamo determina in  maniera fondamentale le caratteristiche  e  possibilità della nostra persona.  Sono le energie della terra. La stesso individuo, cresciuto a Roma  piuttosto che  a New York svilupperebbe delle  caratteristiche diverse a seconda dell’ambiente in cui viene  a trovarsi.

Se Leonardo da Vinci invece di nascere in Italia  fosse  nato in Sud America o tra  gli eschimesi non avrebbe certamente realizzato  le opere che conosciamo e forse  il  suo genio  si  sarebbe espresso solo  parzialmente.  Il  luogo  in  cui  viviamo  influenza  in  modo determinante la  persona  che  siamo  e  le nostre azioni. L’uomo è in stretta relazione con lo spazio in cui è immerso, non solo in senso climatico, la natura di un luogo è l’insieme delle sue caratteristiche.

Il feng shui studia  le regole e principi della armonia applicati all’ambiente domestico e non solo, per esempio anche i vestiti che indossiamo. Essi infatti, vengono intesi come  luogo in cui ci troviamo e anche loro possono influenzarci. Ecco perchè viene data  attenzione anche a questo particolare e ne viene ricercata l’armonia oltre che il significato.

Infine l’ambiente non è solo un luogo ma  anche  l’insieme delle persone che ci hanno formato, quelle con cui siamo vissuti e quelle  che  ci hanno inspirato. Il clima non è solamente quello solare, espressione di una latitudine e longitudine, è l’insieme delle influenze psicologiche, emozionali che riceviamo. In  questo caso il concetto di persona  va oltre la persona fisica.

Una persona può influenzare  milioni di altre  anche attraverso i suoi scritti, la sua musica o i suoi dipinti. Pensiamo l’influenza che possono avere avuto uomini quali Gesù, Buddha, Marx, Einstein, Beethoven o Michelangelo. Milioni di persone sono state plasmate da personaggi influenti non necessariamente conosciuti personalmente.  Più direttamente ognuno di noi  ha vissuto con  genitori, parenti, educatori, amici, nemici, maestri, partner  persone che, chi più chi meno hanno giocato  un ruolo preciso sulla sviluppo della nostra personalità.

Ecco  perché nessuno di noi è clonabile, la genetica non gioca che una piccola parte del nostro essere. Le nostre qualità genetiche  possono restare  totalmente nascoste e rimanere inespresse per una intera vita oppure venire scientificamente e appassionatamente coltivate per svilupparsi al meglio. Le possibilità dell’individuo  con il passare degli anni si possono mischiare e fondere ed essere esaltate oppure limitate dalle energie del cielo, della terra e dell’uomo.

L’ antica  saggezza è sempre attuale.

Per tutti questi motivi al di là di ogni credo religioso tutti gli esseri rimangono unici, irripetibili e quindi sacri.

Articoli Correlati:

Asessualità o anoressia sessuale?

Catherine Bellwald Asessualità o anoressia sessuale?E’ frequente parlando con i pazienti scoprire che sono molte le persone sui quarant’anni ma talora anche molto più giovani, prevalentemente del sesso femminile ad avere un totale rifiuto della vita sessuale, una  sorta di chiusura della sfera erotica, si diventa come assessuati.

Il più delle volte il problema inizia gradualmente con dei semplici “non mi va” “oggi non ho voglia” che però diventano sempre più frequenti. Infatti se una volta era necessario inventare il mal di testa oggi bastano queste frasi per chiudere il discorso e metterlo da parte.

Ci si chiude totalmente a questa espressione senza saper esattamente perché. Talora il tutto parte da dei malcontenti o insoddisfazioni di vario genere e come in tutti gli atteggiamenti potenzialmente patologici si pensa che è un momento passeggero e che poi passerà da solo. Ma non è sempre così, può capitare che  ci prenda lui la mano e diventi con il passar del tempo, sempre più difficile riportare la coppia a vivere una normale vita sessuale.

Quello che succede di solito è che l’uomo si sente ferito e rifiutato, la sua identità  maschile è respinta e diventa in parte inespressa, proprio nella connotazione per lui più fisica. L’uomo costretto alla asessualità non si sente veramente uomo anche se ovviamente non è vero. Un po’ quello che succede alle donne che non possono o non riescono a vivere la maternità anche loro non si sentono donne complete. Il problema si pone anche nell’altro sesso, la donna che non si sente più desiderata crede di non essere più attraente e può perdere sicurezza in se stessa.

Le conseguenze sono diverse  l’uomo può diventare aggressivo  verbalmente, talora anche fisicamente, inizia una vera e propria guerra psicologica fatta di risentimenti, chiusure, sensi di colpa, insoddisfazioni, battute e critiche. Per quello che riguarda la donna la sua reazione è di solito meno aggressiva e direttamente espressa e non è infrequente che si possa  chiudere in se stessa giudicando anche inconsciamente che la colpa possa essere la sua.  A meno che non vi sia un reale motivo, un benestare reciproco o la ricerca di una vita sessuale al di fuori delle mura domestiche, per evitare di scatenare il desiderio nel compagno si rischia di arrivare a  una eliminazione quasi totale dell’affettività, niente baci, niente carezze, nessuna espressione di affettuosità.

Una relazione non solo asessuata ma anche pericolosamente anaffetiva.

Ho recentemente considerato che questa modalità è molto simile ai disturbi comportamentali legati al cibo, l’anoressia per esempio parte da un desiderio di vedersi più magri e gradualmente si trasforma in un totale rifiuto del cibo. Entrambi questi atteggiamenti sono un rifiuto del nutrimento non solo fisico, ma anche emozionale e sensoriale, un rifiuto del piacere insomma, per arrivare nei casi più gravi a un  rifiuto della vita stessa. Molte volte è presente una  depressione del tono dell’umore sottostante magari mascherato.

E’ però da considerare che da alcuni anni la assessualità sta dilagando un pò come una moda tra i e le giovanissime oltre che tra personaggi dello spettacolo, che dichiarano apertamente di vivere molto più serenamente senza il sesso e senza questa ossessiva necessità e di ricercare una espressione più sentimentale e romantica dell’amore.  In questi casi la relazione assessuata è desiderata da entrambe le parti e come alcuni dicono “è il paradiso per gli uomini che soffrono di impotenza”  e a questo punto direi ma perché no? Basta che non lo si consideri un vanto o un orgoglio ma  una scelta individuale e rispettosa delle altrui necessità e desideri.

E’ possibile che questo sia  il risultato della nostra ricerca di perfezione, e dell’allargare il nostro spazio esperienziale: con quello vado a teatro, con quello faccio sport, con quello lavoro, con quello faccio il romantico, con quello faccio sesso e qui nasce il famoso scopamico. Anche questa è una novità di questo secolo molte amicizie, molta libertà, molta scelta e possibilità di vivere esperienze diversificate tra di loro e non per questo meno arricchenti.

Esiste la possibilità di dar vita a un puzzle di io con diverse personalità, che da un lato possono generare confusione e instabilità ma dall’altro possono essere un ottimo training e terreno per non fossilizzare la nostra mente in un unico personaggio che ripete se stesso fino alla morte. Un tempo si restava dove si nasceva si lavorara vicino a casa ci si sposava il più comodamente possibile. L’importante è non perdere il collegamento con la nostra unità e centralità, mantenendo il desiderio di creare una vera e profonda relazione con gli altri individui e non solo con noi stessi.

Ma per tornare all’assesualità in senso lato credo che  una cosa sia scegliere di non far sesso e un’altra sia il non riuscire a fare sesso in modo soddisfacente; la differenza è sostanziale, direi.

Quando iniziamo a capire di avere una totale mancanza di desiderio è necessario correre subito ai ripari, e girare subito il timone nella direzione giusta. Il primo passo è capire che il problema siamo noi, infatti il più delle volte si tende a dare la colpa alla stanchezza ma soprattutto al compagno, troppo grasso, alito pesante, si trovano difetti sicuramente presenti ma ai quali si da troppo peso. In realtà sono delle scuse o meglio si vede l’altro come se indossassimo degli occhiali che distorcono la realtà, esattamente l’opposto degli occhiali rosa dell’innamorato.

Una volta individuato che di un problema si tratta, è necessario  non accettare passivamente questa condizione di chiusura ma cercare tutte le possibili soluzioni per facilitare una riapertura. E’ importante condividere il problema ovvero parlarne con il proprio compagno cercando in prima istanza di spiegare che non è lui il problema e che desideriamo cambiare velocemente. Si tratta di una richiesta di aiuto per superare il momento difficile, un po’ come quando si decide di smettere di fumare. In questo modo si dà la possibilità al compagno di diventare più attento ad alcuni dettagli che ci danno fastidio, si potranno fare dei viaggi o dei week end insieme per uscire dal tran tran.

Il problema è  più subdolo  quando non esiste un compagno; in questo caso è più facile credere che siamo così solo perché siamo sole, ma  è spesso il contrario e spetta a noi uscire da questo torpore.  A parere mio è sbagliato e troppo facile concludere che non essendoci più desiderio sessuale il rapporto tra due persone è da considerarsi esaurito. E’ più facile chiudere e  ricominciare con un altro compagno dove tutto è nuovo e possibile.  Facilmente le stesse dinamiche si riproporranno nel tempo magari anche peggiori. Si  può rimettersi in pista anche con il compagno di oltre 20 anni.

Come fare? Prima di tutto bisogna volerlo! esattamente come quando si decide di smettere di fumare, quindi ci deve essere una motivazione forte questo è il punto di partenza e non è facile. E’ più semplice rinunciare  ad essere felici che lottare per la nostra felicità e poi è necessario darsi da fare in più direzioni.

L’attività motoria è la più semplice e prima raccomandazione, soprattutto se fatta all’aria aperta, da una parte perchè il movimento aumenta la produzione di testosterone e quindi aumenta l’appetito  sessuale, dall’altra perchè la natura apporta sempre la sua meravigliosa armonia intrinseca e ci dona la possibilità di ritrovare un equilibrio.

Quando questo non basta è utile affrontare l’argomento con uno specialista psicologo o sessuologo per vedere di risolvere la causa del problema magari anche in coppia. L’agopuntura può essere un valido supporto specialistico non verbale uno strumento capace di far circolare l’energia in tutto il corpo evitando che si concentri e blocchi in alcuni distretti. Il trattamento di agopuntura si può paragonare a un motore acceso capace di far circolare la benzina  nel carburatore  senza che si ingolfi riattivando e armonizzando il network ormonale e bioumorale alla base del desiderio sessuale.

Si attiverà il corpo come una ventata di energia aggiuntiva che potete utilizzare fisicamente ma anche mentalmente per aggiustare il tiro ovvero per essere più elastici. Il corpo e la mente si influenzano vicendevolmente  se alle donne serve una cena romantica, alcune attenzioni e comodità per mollare la fatica della giornata e della settimana, uomini perchè non provate ad assecondarle? E per le donne  se a un uomo serve un bel pasto caldo servito con affetto e un bell’intimo e la vostra disponibilità, anche se di fronte a una richiesta non programmata e talora troppo istintiva, perché negarglieli?

Articoli Correlati:

Resistere al botox!

Catherine Bellwald Resistere al botox!Avete mai fatto una foto dal fotografo? Non solo  scelgono la posizione  e l’inquadratura migliore, ma poi ritoccano la foto togliendo le piccole imperfezioni qua e là, una ruga in meno di lì, alla fine il risultato è esaltante…avete 20 anni di meno!

La tentazione di fare lo stesso andando al medico estetico esiste. Un filler su quella ruga lì, un pò di botox su quelle altre e il gioco è fatto!

Il  rischio,  a parte il possibile anche se raro effetto nocivo delle sostanze iniettate, è che poi una ruga tira l’altra, si finisce per modificare e sconvolgere la nostra espressione come hanno fatto molte donne dello spettacolo e non. Il risultato alla fine è tutt’altro che armonico.

Quello che si vede tristemente  in giro è la perdita del naturale, i volti assumono un aspetto  finto e irreale, come si sente dire in giro si rischia di indossare volontariamente il “burga di plastica“. Pensiamoci bene prima di fare iniziare con qualche ritocco, potremmo non saperci più fermare e indietro è difficile  tornare. In un certo senso è una sorta di compulsione esattamente come nell’uso di droghe, si inizia pensando di fermarsi e poi ci si casca dentro.

L’attrice  Giuliette Binoch afferma che il botox è una cosa per le donne insicure, come darle torto?

Siamo tutti d’accordo il nostro viso quando eravamo giovani era più bello e liscio. Ma tra un fiore non più fresco e un fiore finto, onestamente cosa preferite? Togliere i petali sgualciti e le foglie secche, cambiare l’acqua e magari ravvivare la composizione aggiungendo qualcosa di adatto mantenendola naturale è ben diverso che sostituirlo con un fiore di plastica, assolutamente perfetto non credete?.

Invecchiando poi la cosa peggiora, i visi troppo ritoccati assumo espressioni veramente senza senso e ridicole. Le mani il collo e gli occhi parlano della loro età anagrafica e fanno a cozze con la parte ritoccata.

E’ vero che il corpo dei giovani sprigiona armonia e bellezza da tutti i pori e che spesso questa armonia si perde gradualmente negli anni. Infatti il corpo memorizza tutti i traumi e tutte le sofferenze e molto spesso nel trascorrere degli anni il rischio è diventare  più pesanti non solo dai kili di troppo ma dal peso della vita. Ma la leggerezza della giovinezza non si riacquista togliendo le rughe!

Accettare le rughe di espressione  significa accettare il cambiamento e non restare attaccati al passato all’immagine  che abbiamo di noi riferita al passato.

L’attaccamento di cui tanto si parla nella religione Buddhista è in fin dei conti la nostra maggior fonte di sofferenza.

Dovremmo piangere ad ogni calar del sole e ratristarci ad  ogni fine estate! Qualcuno lo fa. Ma anche se la primavera è bellissima e spinge le persone all’estroversione, è  pur vero che ogni stagione ha la sua bellezza intrinseca. Sono  energie  diverse, la primavera  si sviluppa verso l’esterno e l’autunno si sviluppa verso l’interno.

La vita è in continuo mutamento, la legge dello yin e dello yang e dei cinque elementi confermano il continuo passaggio da una elemento all’altro. Non possiamo fare nulla per fermare il tempo. L’invecchiamento che purtroppo biologicamente inizia dopo i 30 anni, come la sera e come l’autunno sono inevitabili passaggi,  che la medicina cinese  considera sotto il segno dell’ elemento metallo.

La caratteristica dell’elemento metallo è quella di essere rigido ed è proprio la rigidità che dobbiamo  combattere perché non diventi un eccesso potenzialmente dannoso e patologico. La rigidità è in assoluto il miglior alleato dell’invecchiamento e va combattuto sia dal punto di vista fisico che mentale.

Cosa significa combattere la rigidità? Significa non pensare sempre allo stesso modo e per fare questo dobbiamo confrontare il nostro pensiero con altri pensieri, la lettura e l’arte possono molto in questa direzione ma non basta ancora.  Studiare  e farlo con l’aiuto di maestri è la cosa più importante. Lo studio apre la mente e non deve cessare quando si è raggiunta una posizione sociale e lavorativa soddisfacente ma proseguire per tutta la vita.

Con il corpo dobbiamo fare lo stesso lavoro  disciplinandolo con esercizi specifici, in questo campo l’ antica scienza  dello yoga non ha pari in possibilità di conservare nel tempo l’elasticità osteoarticolare di tutto il corpo ma potete scegliere l’attività fisica più adatta alla vostra indole.

E’ infine davvero interessante sapere che nella medicina cinese il  metallo yang è paragonato a uno strumento di lavoro, come  un aratro o una sega, e  il metallo yin a un gioiello. Possiamo intuire quanto sia importante durante questa delicata fase della vita, iniziare  a coltivare le nostre qualità yin, ovvero nutrire il nostro interiore e non solo l’esteriore, cercando per quanto possibile di raffinarci, eliminando tutto quello che non ci serve e non ci appartiene, come in una sorta di pulizia e purificazione alchemica. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare noi stessi dei gioielli e la nostra presenza preziosa per gli altri.

Ricordando inoltre che un gioiello non arruginisce e mantiene la sua bellezza negli anni, una sega no!

Articoli Correlati:

Gli addominali: pro e contro

Catherine Bellwald Gli addominali: pro e controIl rinforzo dei muscoli addominali è  un argomento decisamente interessante, in quanto non vi è palestra o allenamento fisico o centro fitness che non li proponga.

Il ventre è in assoluto il punto fisico dove maggiormente vorremmo essere in forma per mostrare la splendida tartaruga per gli uomini e un ventre magistralmente tonico per le donne.

Ma la parete addominale non è importante solo esteticamente, anche se sul fatto non si discute proprio!

E’ importante anche per l’assetto  posturale, ovvero contribuisce  al mantenimento corretto della postura, sia seduta che in piedi che durante qualunque spostamento fisico dinamico.

Il ventre, a ben guardare, è il centro della nostro corpo.

Dalla salute e tonicita dell’intestino dipendono la tonicita della parete addominale e viceversa. Possiamo dire che un intestino  gonfio e dilatato può influenzare  rilassando in modo eccessivo la parete addominale. E una parete addominale rilassata può non sostenere sufficientemente i visceri rallentandone e alterandone la funzione.

L’educazione posturale nasce durante la prima infanzia ed èfortemente condizionata dala personalità dell’individuo. Sono molte le discipline sportive, marziali e militari che educano a mantenere una postura eretta caratterizzata da un ventre ben controllato. Pensate alla posizione sull’attenti, pancia in dentro e petto in fuori.

Per avere un idea, provate a rientrare leggermente il ventre pensando di avvicinare l’ombelico alla colonna vertebrale,  sollevate la gabbia toracica aprendo lo sterno, e ascoltate come la colonna vertebrale si è magicamente alleggerita, sia a livello cervicale che lombare. Non è necessario gonfiare  lo stomaco o il petto, ne sollevare le spalle sembrando ingessati, il movimento in realtà è molto piccolo e poco visibile ma influenza tutto il sistema posturale sollevandolo come verso l’alto.

Continua a leggere

Articoli Correlati:

Le molteplici cause dell’epicondilite

Catherine Bellwald Le molteplici cause dellepicondiliteRecentemente mi è capitato un caso classico di epicondilite “da barista”. La paziente era una giovane donna di 40 anni di mestiere barista, addetta soprattutto alla mansione del caffè e cappuccino da banco.

Come ben potete immaginare la ripetizione della manovra di inseririmento del caffè nella macchina mette l’articolazione di polso, gomito e spalla a dura prova soprattutto se la persona è di piccola statura e di minuta muscolatura come in questo caso.

Il quadro si presentava quindi molto semplice; il dolore era ben localizzato all’inserzione dei muscoli estensori sull’epicondilo omerale destro, presente da venti giorni circa ormai anche a riposo e soprattutto durante la mobilizzazione del gomito e anche alla palpazione dell’epicondilo.

Il caso sembrava un classico quadro  di iper sollecitazione meccanica, responsabile di sovraccarico  e tensione muscolare al braccio destro e secondaria infiammazione tendinea inserzionale. Non potei comunque fare a meno di pensare che il dolore era comunque localizzato sul canale di intestino crasso in una paziente affetta da stitichezza cronica inveterata. Continua a leggere

Articoli Correlati:

Non mollare mai!

Ecco cosa insegnano a scuola all’estero, non solo concetti. E’ un esempio reale, di come non perdersi mai d’animo anche se tutti dicono che non puoi farcela.  Questo filmato è davvero educativo; questo signore spiega la sua esperienza, spiega come, nonostante gli manchino braccia e gambe, non solo riesce a rialzarsi da solo ma è riuscito a trovare un senso alla sua esistenza e si vede; credetemi si vede e si sente!

Sta più in piedi lui di molte altre persone!

Non solo; potrei dire come fisiatra morosiniana che il potenziale di salute di questo signore è  al di là di ogni possibile immaginazione. 

Continua a leggere

Articoli Correlati:

Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi

Catherine Bellwald Il metodo Pilates, la Danza e lo Yoga: mondi diversi Ho iniziato a fare Danza Classica  a 11 anni, molto tardi quindi rispetto al solito, ma l’amore per questa disciplina mi ha preso sempre più e crescendo era diventata una vera passione, tanto che all’università praticavo fino a 2-3 ore al giorno. Ma poi quel mondo alle soglie del professinismo mi era diventato stretto,  le ostilità si toccavano con mano, dovevo fare una scelta; Medicina o Danza, e così ho abbandonato la Danza, come si lascia un grande amore, da un giorno all’altro senza voltarmi in dietro!

Per anni non sono riuscita a guardare neanche uno spettacolo di danza, era troppo doloroso. Pensandoci ora mi viene da sorridere. La Danza è stato il mio primo strumento di lavoro su questo corpo, e devo riconoscere che mi ha dato molto,  ha contribuito a rendermi forte dentro e dolce fuori, precisa quando serve ma anche capace di cogliere la perfezione dell’istante, ma soprattutto costante e determinata nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

Si, posso dire che il formarsi del mio carattere è stato fortemente guidato da questa disciplina: è per questo che consiglio a tutti i ragazzi che arrivano in studio di cercare uno sport che possa dare loro la stessa passione, seguendo la loro indole e magari valutando fisicamente quale attività sia più idonea al miglior sviluppo armonico sia fisico che mentale;  equitazione, scherma, arti marziali, danza, ginnastica artistica, corsa, nuoto, attività di squadra…

Continua a leggere

Articoli Correlati:

La gravità non risparmia nessuno!

Catherine Bellwald La gravità non risparmia nessuno! La gravità è una forza alla quale non siamo abituati a dare peso, ma che ha un peso enorme sia sulla salute che sulla patologia. La gravità esercita sulle strutture portanti del nostro corpo, ossia sullo scheletro, una stimolazione continua.

In particolare la marcia produce una vibrazione che si ripercuote sul tessuto osseo, stimolandolo. Questa azione trofica è ben nota agli astronauti e ai pazienti allettati per lunghi periodi che vanno incontro a osteoporosi prematura. La gravità, di fatto, ci è necessaria.

Ma la stessa gravità nel corso del tempo, soprattutto se non contrastata adeguatamente da una buona muscolatura antigravitaria, oppure se appesantita da marcato sovrappeso, oppure da deformazioni dello scheletro, diventa a sua volta nociva.

Dall’alto in basso il carico del nostro peso viene portato da vertebre e rispettivi dischi intervertebrali, dalle anche, dalle ginocchia e dalla pianta del piede.

Continua a leggere

Articoli Correlati:

Translator

Mailing List:

Email:

Un post a caso

  • Proteggersi e abbandonarsi

    Davvero utile l'osservazione di questi due atteggiamenti: proteggersi significa controllare in modo attivo la situazione, corrisponde ad una difesa volontaria, fa pensare ad un'azione la cui natura potremmo definire maschile e descriverne come una chiusura o addiritura una punta rivolta verso l'

Facebook

Commenti Recenti:

  • Loading...