Pagina 1 di 3123»

Archivio per: ‘Fisiatria’

Lo Yoga può far male?

19/1/12

Catherine Bellwald Lo Yoga può far male?E’ uscito recentemente sulla Repubblica un articolo di Federico Rampini sui possibili effetti dannosi di questa antica disciplina. Nell’articolo in questione si sottolinea lo svilupparsi di una crescente e cosiddetta  allarmante “sindrome da incidenti di yoga” che io definirei sindrome da malpratica di yoga e che anche Rampini  stesso riconosce come tale nello svilupparsi del suo articolo.

L’argomento è in effetti interessante e diventa più che legittimo affrontarlo con serietà e competenza senza ritenerlo un tabù ma cercando di chiarire alcuni aspetti importanti di questa questione: può lo yoga far male?

Pratico yoga da oltre 30 anni e in tutto questo tempo non mi è mai capitato di avere problematiche fisiche correlate con la mia pratica; semmai posso dire con onestà che lo yoga mi ha consentito di mantenere un’attenzione e consapevolezza corporea anche su altri sport come la corsa, l’equitazione, il trekking e lo sci  che portano a frequenti incidenti e disturbi fisici da ipersollecitazione meccanica. Quando non sto bene so esattamente quali esercizi non fare e quali fare e questo è assolutamente vero.

Certamente un caso come il mio non rappresenta nessuna incidenza e tanto meno può far testo per il fatto che possiedo nozioni di anatomia, fisiologia, recupero motorio, conseguiti con i miei studi in medicina e riabilitazione e con il mio lavoro. E’ altrettanto vero però che  i numeri segnalati nell’articolo di Rampini non danno realmente la dimensione del problema in quanto non sono associati al numero di praticanti totali ne’ al numero di praticanti che non solo stanno bene ma che dalla pratica hanno tratto benefici.

Ovvero non emerge una percentuale di danno e tanto meno si confronta con altri sport o discipline e questo non consente di avere una visione completa ma solo parziale e oserei dire “direzionabile” e impressionabile. L’affermazione  che “molte persone non sono adatte alla pratica dello yoga e farebbero meglio a smettere” e la conclusione che “per praticare yoga bisogna essere in ottima salute” mi sembrano un pò eccessive e tendenziose.

Lo yoga è innanzitutto una via, non solo uno sport, ovvero una possibilità di sviluppare qualcosa di unico e di individuale utile su diversi piani dell’individuo. Una buona pratica consente di arrivare al silenzio e alla possibilità di creare un vuoto dentro di sè . I  pensieri meccanici hanno la possibilità di sgretolarsi  liberando la nostra mente ad un mondo decisamente più espanso dove il pensiero può svilupparsi, elevarsi  e viaggiare molto più liberamente, come attingendo a qualcosa di superiore.

Queste esperienze possono arricchire il praticante di yoga che in questa era soffre più che in ogni altra epoca per il senso di assenza di libertà. L’individuo moderno di oggi come non mai sente di essere prigioniero dei propri pensieri meccanici e di molteplici condizionamenti esterni.

Lo yoga visto sotto questo profilo interno e interiorizzato può essere considerato come un unguento, una medicina per molte malattie dell’anima compresa la depressione e l’ansia di cui tanto si parla in giro. E’ da considerare che molti sport possono a loro volta diventare una via. L’alpinismo di Messner, per fare un esempio, non è solo uno sport ma diventa, nel modo in cui lui lo pratica, una vera e propria via, un modo per evolvere, per andare oltre ai propri limiti e al proprio modo di pensare,   creando qualcosa di nuovo come lui ha prodotto.

Ma come lui stesso  dice: quello che va bene a me non va bene ad altri, anzi può essere nocivo e pericoloso

Nella mia esperienza non vi è nulla che sia una medicina uguale per tutti e per tutto.  Come  per la fitoterapia cinese se un rimedio fitoterapico è efficace per una patologia specifica, lo stesso rimedio può, se assunto erroneamente, diventare dannoso per altri individui. Il fatto di essere naturale non lo rende meno nocivo, è infantile e puerile ragionare in questo modo.

Come sempre si tratta di conoscere la materia in modo approfondito, non solo studiando ma anche praticando. Ogni postura ha degli effetti fisici e meccanici che, se eseguiti su soggetti con problematiche fisiche specifiche possono aver bisogno di correzioni e personalizzazioni individuali non sempre già codificate sui libri.

Inoltre lo yoga come molte discipline orientali e come molte religioni tendono a  restare condizionate dalla tradizione, “si faceva così e così dobbiamo fare“. L’insegnamento rischia di diventare qualcosa di morto, il cui valore  oggi non ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quella che poteva avere a quei tempi. Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e  cresceva dedicando allo yoga una vita intera.  Oggi non è più così; inoltre si traducono i testi antichi, cercando di applicarli e capirne il significato non senza il rischio di interpretare.

Ma ancora non è tutto. Per esperienza posso affermare che la pratica dello yoga non è tale se non si arriva a un certo tipo di intensità. E’ l’intensità della pratica a renderla efficace. Si tratta, come per molti farmaci e per  la fisioterapia, di un “delta di azione efficace” talora molto piccolo e a volte vicino al limite del potenzialmente nocivo. Il che rende necessario da parte di chi prescrive farmaci, pratica la fisioterapia ma anche di chi guida una pratica di yoga e di chi la esegue, una  notevole attenzione e capacità di ascolto per non rischiare di passare dalla pratica all’acqua di rose a quella dissennata e dannosa.

Ci addentriamo così in una dimensione che può diventare pericolosa, quando chi  insegna o chi  pratica yoga entra in una condizione di fanatismo e di incapacità di essere equilibrato. Ma cerchiamo di non farci fregare dal modo di pensare di questa nuova nostra società moderna che vorrebbe etichettare tutto come sicuro, come  la carne che si compra al supermercato: non è così semplice.

Di chi è la responsabilità se, durante una lezione, il praticante di yoga che lavora al supermercato sollevando pesi ha avvertito per tutta la settimana un dolore sciatico ingravescente, e durante la lezione ha insistito facendo tutte le posture  pur sentendo male fino a sentire chiaramente una fitta di dolore nella posizione della pinza (pascimottasana), procurandosi o peggiorando una discopatia lombare: dell’insegnante o dell’allievo?

Io da allieva dico: è mancata consapevolezza dell’allievo, come del runner che si procura una meniscopatia o tendinopatia delle ginocchia perchè non si è fermato in tempo. Non si è ascoltato, ha superato per ego o per distrazione il suo limite fisico e ne paga le conseguenze.

L’insegnante di yoga diventa responsabile delle conseguenze quando il suo allievo lo avverte del suo dolore e lui non lo ascolta oppure gli dice di proseguire senza aver paura del dolore e senza una reale consapevolezza dei veri limiti del praticante: questa diventa omissione di responsabilità. E’ vero che molti medici senza conoscere lo yoga potrebbero dire di sospendere questa pratica in quanto causa di dolore, senza badare troppo al sottile e magari distruggendo anni di lavoro positivi. Ma è altrettanto vero che l’insegnante di yoga potrebbe non essere in grado di capire che alcuni esercizi in quel determinato caso e situazione infiammatoria possono diventare pericolosi: una anterolistesi lombare per esempio può peggiorare con esercizi di estensione, e una rettilinizzazione lombare o cervicale con protrusioni discali può peggiorare con esercizi di flessione soprattutto se mantenuta a lungo e questi ultimi sono casi molto frequenti e quasi sempre prodotti dalla vita sedentaria o da altre condizioni lavorative.

Un buon insegnante o maestro di yoga deve si aver studiato lo yoga e il corpo umano ma anche e soprattutto aver praticato a lungo e insegnato altrettanto a lungo.  E  anche lui come l’allievo e come molti medici  non deve cadere nel delirio di onnipotenza conferitogli dal suo ruolo e cercare di mantenere un giudizio più oggettivo possibile.

Federico Rampini si stupisce del fatto che molti maestri soffrono di disturbi fisici; perchè no? dico io; il fatto di insegnare yoga non li rende per questo motivo invulnerabili. Tensioni emotive viscerali e momenti di inconsapevolezza motoria possono colpire anche loro. Aver conseguito una consapevolezza individuale  in uno specifico campo non significa averla mantenuta a 360 gradi e in modo continuativo.

Molti dolori sono espressioni di  tensioni interne e il riflesso di disturbi viscerali profondi e possono emergere durante la pratica. Discernere in quali casi ci si trova non è facile. Correre dall’ortopedico al primo piccolo e transitorio dolore di spalla  senza aspettare di vedere cosa succede, oppure perseverare con mesi o anni di lombosciatalgia senza rivolgersi a uno specialista del settore, meglio se medico e  con competenze specifiche, sono entrambi errori, il primo da eccesso di paura e il secondo da omissione di responsabilità.

L’equilibrio, il giusto agire e parlare, sono l’obbiettivo da raggiungere; qualcuno è ancora molto lontano, qualcuno è già vicino; errare è più che comprensibile per entrambi.

Articoli correlati:

Il rotore nell’autotrattamento per le algie muscoloscheletriche

16/1/12

Catherine Bellwald Il rotore nellautotrattamento per le algie muscoloscheletricheIl rotore è un importante strumento della tecnica della miofibrolisi integrata, si tratta di uno strumento formato da anelli rotanti ricoperti da piccolissime punte.  In realtà il rotore è il primo strumento di apertura di qualunque lavoro di miofibrolisi in quanto lavora sulla superficie cutanea richiamando sangue in grandi quantità grazie alle punte.

Ma in realtà, come dicono i cinesi “lontano lontano vicino vicino”, ovvero lavorando apparentemente lontano dal problema spesso si lavora molto più vicino di quanto non si pensi. La cute come involucro protettivo esterno è in realtà in collegamento con le parti più interne e profonde del corpo. I meridiani della medicina cinese ne sono un esempio ma anche i metameri della medicina occidentale riflettono questo principio di  collegamento embriologico interno-esterno, così come le irradiazioni dolorose viscerali a distanza.

Il rotore permette di lavorare in breve tempo, e senza dover compiere manovre particolarmente difficili, l’intero territorio di innervazione dell’area dolorosa colpita, oppure tutto il meridiano di agopuntura da trattare. Il trattamento antalgico diventa quindi non già una terapia locale come tutte le diverse terapie fisiche conosciute ma qualcosa di completamente diverso. Le terapie fisiche come l’ultrasuono e il laser producono, attraverso un calore endogeno, un aumento della circolazione sanguigna; lo stesso meccanismo che in questo caso otteniamo attraverso una azione meccanica che potremmo definire di microfrizione diretta.

Chiunque abbia una certa esperienza della mifibrolisi integrata sa che il lavoro completo si deve fare nei diversi livelli di profondità partendo dal più superficiale e andando via via verso gli strati più profondi del dolore. Ma è altrettanto vero che il lavoro superficiale iniziale è quello che da solo spesso porta via il grosso del dolore e che, se fatto su un dolore fresco o ancor meglio su un dolore già lavorato in profondità e con cura, diventa uno strumento terapeutico di mantenimento del benessere raggiunto soprattutto sui dolori cronici o sui dolori dovuti a microtraumi ripetuti, utile in particolare ai soggetti artrosici o con schiene particolamente compromesse da cifosi o discopatie degenerative ma anche nei soggetti sportivi a scopo preventivo.

Il rotore è un attivatore della circolazione sanguigna ed è utilissimo come terapia di supporto nel trattamento degli inestetismi della cellulite dove diventa un ottimo strumento per far assorbire maggiormente le sostanze dalla cute  rendendo più efficaci le diverse creme e gel dedicate alla problematica estetica.

Il trattamento viene poi costruito sulle esigenze del paziente, utilizzando il criterio del trattamento locale ovvero sul dolore, il criterio della simmetria, ma anche il criterio della morfologia dei muscoli, lavorando così sulle inserzioni e sulle origini dei muscoli da trattare.  E’ possibile applicare con il rotore il criterio della circolazione energetica e lavorare sul decorso dell’intero canale coinvolto o selezionato;  infine è possibile lavorare su aree fisiche lontane ma aventi un somatotopismo per la regione da trattare presenti sulle mani sulle orecchie ma anche sulla pancia agendo in questo modo in maniera indiretta sul dolore da trattare.

Un sistema apparentemente fin troppo semplice ma non per questo poco efficace che, associato a due o tre esercizi specifici per ogni singolo disturbo, diventa uno strumento terapeutico molto valido. Ecco che il rotore per autotrattamento diventa uno strumento personale riprodotto  in materiale plastico e non in acciaio con costi accessibili e senza rischi di graffiare la pelle e soprattutto leggerissimo. L’unico accorgimento deve essere quello della manutenzione che non deve prevedere sostanze in grado di alterare la plastica ma un semplice spazzolino da passare tra le punte.

Uno strumento antichissimo una volta costruito in pietra diventa oggi un supporto ultra maneggevole e di facile autoapplicazione per curarsi e volersi bene.

Articoli correlati:

Riabilitare

4/1/12

Catherine Bellwald RiabilitareCosa serve per riabilitare una funzione persa? Conoscenza specifica del disturbo in questione,  esperienza in campo e tanta, tanta passione. I più grandi riabilitatori  non erano grandi scienziati e molto spesso non erano neanche medici ma erano persone interessate a risolvere in modo pratico uno specifico problema funzionale e, per diamine, ci riuscivano con successo!

Nel film “Il discorso del Re” si narra la storia di Re Giorgio VI d’Inghilterra che soffriva di balbuzie, ma il cui regno è stato di grande rilievo durante la seconda guerra mondiale. Curioso come in quel frangente al vertice del comando militare britannico anche Winston Churchill soffrisse di balbuzie  e  al vertice del potere Americano il presidente Roosvelt fosse da parte sua colpito da una importante  disabilità motoria agli arti inferiori da molti ritenuta una poliomielite e da altri una paralisi di Guillan Barrè.

Tre uomini che hanno fatto la storia e che hanno  avuto ruoli decisionali  oltre che  di impegno pubblico importantissimi, tutti con una disabilità importante che in nessun modo li ha limitati nello svolgimento del loro lavoro anzi li ha forse resi più forti e determinati nello svolgimento del loro importante lavoro sociale.

Riabilitare in effetti significa recuperare per quanto possibile la funzione persa o deficitaria ma, più di ogni altra cosa, significa vivere e mantenere un ruolo adeguato alle nostre possibilità e potenzialità indipendentemente dalle nostre difficoltà o disabilità. Questa possibilità è data dal lavoro fisico e specifico sulla disabilità vera e propria ma soprattutto sulla accettazione e valorizzazione di se stessi più di ogni altra cosa.

Nel rispetto e considerazione delle forze e debolezze di ognuno, un gioiello non potrà essere usato come un’arma o un ascia. La consapevolezza dei propri veri limiti può essere sfruttata e diventare un punto di forza. Nello stesso modo l’abbattimento dei limiti anche solo nella nostra mente può permettere il superamento degli stessi.

Un lavoro quindi non solo fisico ma anche psicologico e mentale sulla possibilità di indirizzare la propria energia nella direzione giusta. Un lavoro che oggi si può ottenere non solo con un fisioterapista ma anche con figure talora non sempre considerate in campo medico come i counselor e i coach che spesso hanno invece una preparazione molto vasta e di grande aiuto.

Articoli correlati:

Cifosi: esercizi e sport più adatti

15/12/11

Catherine Bellwald Cifosi: esercizi e sport più adatti Iniziamo dal principio; la cifosi o meglio l’ipercifosi è in parole povere la schiena curva in avanti. Si tratta di una deviazione del rachide sul piano sagittale che si vede di profilo.  Il classico gobbo (modello “gobbo di Notre Dame”, per intenderci) invece è una cifoscoliosi grave con tanto di gibbo che si vede di profilo ma che corrisponde alla rotazione delle coste  (in gergo costole) dovute ad una grave scoliosi che invece è una deviazione del rachide sul piano frontale complicata da una cifosi.

La prima distinzione da fare è tra l’atteggiamento cifotico e l’ipercifosi vera e propria. L’atteggiamento si corregge completamente o quasi completamente con un atto volontario di estensione attiva ovvero impegnando i muscoli estensori  del rachide, che sono in primis il gran dorsale e il trapezio che insieme a un elevato numero di muscoli più profondi agiscono dall’interno verso l’esterno per sostenere la schiena verso l’alto. La cifosi consolidata invece non si modifica in modo sufficiente con il semplice atto di raddrizzare la schiena.

L’ ipercifosi colpisce normalmente il tratto dorsale che nella assoluta normalità è già in leggera cifosi, può essere a piccolo raggio ovvero descrivere una piccola gobba oppure ad ampio raggio e coinvolgere anche il tratto lombare e cervicale che normalmente sono in lordosi. Un’alterazione in tal senso del tratto dorsale  si ripercuote funzionalmente sempre sugli altri due segmenti, cervicale e lombare, oltre che su entrambe le spalle determinando inevitabilmente un quadro di rigidità articolare.

La cifosi è solitamente  conseguenza di un atteggiamento protratto e consolidato nel tempo ma può anche insorgere a causa di uno stato infiammatorio che colpisce le cartilagini di accrescimento delle vertebre in età adolescenziale. Questa patologia si chiama “morbo di Sheuermann” e può causare  anche in pochi mesi una cifotizzazione del rachide dorsale sulla quale è necessario intervenire tempestivamente ed energeticamente con esercizi attivi e passivi, talora con busti rigidi estensori e, nei casi più gravi, anche con la chirurgia.

A parte questa particolare e specifica patologia, la cifosi normalmente peggiora gradualmente nel corso degli anni, esattamente come farebbe un piano inclinato di una qualunque mensola. La gravità, con il passar del tempo, prende il sopravvento a meno che non si produca un’azione muscolare contraria detta appunto antigravitaria. La cifosi quindi è in agguato come lo sono le rughe con l’invecchiamento.

Non tutti gli sport sono adatti a migliorare e  correggere questo atteggiamento patologico. Dobbiamo analizzare il rachide e capire quali specifici movimenti sono idonei e quali non lo sono  per una schiena già compromessa.

Le indicazioni motorie che seguono non sono quindi quelle classiche adatte a tutti ma sono indirizzate esclusivamente a quei  soggetti che tendono alla cifosi o che già ne soffrono. Ma attenzione: non sostituiscono una valutazione fisiatrica e tanto meno un trattamento fisioterapico o rieducativo personalizzato che sono sempre consigliati.

La caratteristica dei pazienti cifotici è quella di incurvare spontaneamente le spalle in avanti durante tutti i movimenti che coinvolgono le braccia, peggiorando così il problema. Il modo per riconoscere un dorso cifotico non è solo quello di misurare i gradi della sua gobba, ma di verificare quanto le spalle siano rigide in estensione, il che significa che il paziente supino o in piedi non riesce a sollevare le braccia oltre le orecchie  ma si ferma prima. Nei casi più gravi, molto prima.

A questi soggetti è controindicato ovviamente il sollevamento di pesi; fanno eccezione movimenti mirati fatti con piccoli pesi e con le braccia in apertura o in estensione eseguiti con cura e attenzione e meglio se da sdraiati.

Sono sconsigliati il golf,  la canoa,  il kajak, la boxe e tutti i tipi di combattimento dove la difesa sia in chiusura e l’attacco possa favorire la cifosi e tutti gli hobby che coinvolgono le braccia come il giardinaggio, la maglia, l’uncinetto.

Sono decisamente poco indicati il nuoto a stile libero e, anche se in minor modo, lo stile a rana, in quanto possono favorire la cifotizzazione soprattutto se fatti con poca attenzione e in soggetti già compromessi. Il nuoto quindi non è la panacea per tutte le schiene; è vero lo stile a dorso è un ottimo esercizio correttivo ma sfido chiunque a fare solo quello una volta in piscina, soprattutto se sono evidenti le sue difficoltà nell’eseguire questo stile, cosa praticamente garantita quando la schiena è già in cifosi. Infine è poco indicata la bicicletta e ancor peggio la mountain bike per la posizione statica che non corregge in nessun modo il difetto.

Passiamo agli sport di squadra: giocare a calcio, a pallavolo, a pallacanestro possono essere molto utili a socializzare e a sfogare le proprie tensioni emotive; sembrano non nuocere direttamente alla deformazione del rachide ma in realtà questi sport non sono indicati ai cifotici veri in quanto l‘attenzione non può essere rivolta a se stessi perchè focalizzata alla vittoria della squadra. Il proprio errore posturale quindi salterà automaticamente fuori senza essere corretto da un’opportuna consapevolezza.

La corsa è un potenziale  pericolo per il rachide già curvo; le braccia e le spalle durante la corsa tendono a chiudersi senza correggere la schiena in modo efficace, inoltre quando arriva la stanchezza il corpo non allenato tende spontaneamente a portarsi in avanti, rischiando di peggiorare il difetto; un vizio che purtroppo molti sportivi occasionali non si accorgono di avere.

Ma ancora non è tutto: anche i tanto amati  addominali, indispensabili per stabilizzare il rachide in senso antero posteriore se fatti in modo classico, ovvero con le macchine oppure eseguiti dinamicamente da sdraiati a pancia in su sollevando la testa, possono essere dannosi e francamente poco indicati per le schiene già deviate in cifosi.

Gli addominali corretti in questi casi sono quelli isometrici eseguiti sempre mantenendo i tratti dorsale e cervicale allineati, meglio se mantenuti in modo statico. Possono essere fatti da sdraiati, meglio se  con braccia estese dietro il capo ma possono essere eseguiti  da seduti e in piedi anche durante tutti i movimenti di correzione attiva del rachide dorsale richiamando l’ombelico verso la colonna vertebrale.

Gli esercizi mirati alla correzione del rachide cifotico sono in realtà semplici e vertono su due principi base: estendere o iperestendere il tratto dorsale ed elevare ed extraruotare le spalle a fondo corsa.  Ci si può sbizzarrire con la fantasia oppure insistere sempre con gli stessi ma devono essere fatti in modo preciso e costante per ottenere una graduale correzione o perlomeno evitare un peggioramento della cifosi già consolidata.

Yoga e Pilates sono attività che prevedono svariati esercizi utilissimi al dorso ricurvo ma lezioni di gruppo non sono ancora sufficienti a correggere il problema quando questo sia serio; in questi casi è infatti necessario lavorare in modo mirato e personalizzato.

Ai giovani e giovanissimi che hanno solamente un atteggiamento scorretto del tratto dorsale e non consolidato, consiglio la danza, la ginnastica artistica o l’ equitazione; in tutti e tre questi sport  l’eleganza e la regalità dell’atteggiamento posturale sono il fulcro del lavoro e la parte alta del torace è costantemente in apertura.

Invece  per correggere veramente una postura cifotica già consolidata serve in primo luogo apportare modificazioni al modo in cui si dorme e ci si siede quotidianamente. E’ assolutamente indispensabile evitare di usare due cuscini per il riposo notturno oltre che  appoggiare costantemente la schiena da seduti. Sono utilissimi i cuscini lombari da spinta oppure ancora meglio sarebbe utilizzare sedie con appoggio sulle ginocchia utili a sostenere meglio il rachide a partire dal tratto lombare che ne costituisce la base di sostegno.

Sono altresì indispensabili l’apprendimento e l’esecuzione costante e corretta di tutti gli esercizi più utili ad aprire il petto e le spalle e ad allineare l’intero rachide. Infine  è necessario mantenere un’attenzione e una correzione posturale prolungate  nel tempo, conseguibili esclusivamente tramite una focalizzazione mentale e una volontà determinata. In questo caso diventa molto importante che la figura del coach sia non solo specializzata sulla conoscenza tecnica del corpo ma anche su motivazioni e significato emozionale profondo del movimento stesso.

Articoli correlati:

Correzione posturale: attenti alla vista

14/11/11

Catherine Bellwald Correzione posturale: attenti alla vistaUn altro serio problema spesso poco considerato quando si parla di postura è la vista.

La presenza di un severo difetto della vista, soprattutto da vicino, produce sul corpo una postura viziatissima che potremmo definire secondaria. Ovvero non è essa stessa un atteggiamento dovuto al carattere della persona ma una risposta a una difficoltà; di solito quella nel leggere.

Il paziente di solito non avvicina il giornale o il pc agli occhi ma avvicina il volto! In questo modo il tratto cervicale si trova in anteroposizione con tendenza alla cifosi del tratto inferiore e rettilinizzazione del tratto superiore.

Inoltre l’asse di allineamento  della testa è totalmente perso e il peso del cranio  grava interamente sui muscoli cervicali scaleni, trapezi e talora anche sui muscoli strenocleidomastoidei che  inevitabilmente si contraggono in modo anomalo.

Ne consegue, nel migliore dei casi, una cervicalgia muscolotensiva e nel peggiore un  quadro di discopatie cervicali anche severo con possibilità di protrusioni multiple, ernie estruse o frammenti erniari a cui possono accompagnarsi dolori chiamati brachialgie, non solo cervicali ma irradiati alle braccia e alle mani; questi sintomi sono spesso molto dolorose e fastidiosi in quanto corrispondono a vere e proprie nevralgie.

La cosa più logica è certamente correggere il difetto visivo con una valutazione oculistica completa, ma non basta; resta comunque l’atteggiamento che in questo caso è una memoria corporea o psicomotoria ovvero anche se ci sono gli occhiali correttivi più idonei il corpo ricorda la schema di movimento che è diventato un atteggiamento automatico.

La persona tende così a ripetere quegli schemi corporali, prima conseguenti alla patologia visiva, e che rimangono in atto anche dopo che il difetto visivo è stato corretto, continuando ad aggravare la situazione cervicale muscolare e osteoarticolare.

L’unico modo per agire su di essi è in primo luogo consapevolizzare e osservare il difetto posturale acquisito, successivamente correggerlo continuamente fino a riprogrammare lo schema corporeo.

E’ sbagliato affermare “io sono così” pensando di non poter modificare la situazione oppure ancora peggio offendersi se qualcuno ci fa osservare la nostra posizione scorretta: ben venga qualcuno che ce la fa osservare; la consapevolezza della propria postura non è infatti, nella gran parte dei casi, qualcosa con cui si nasce, ma va costruita giorno per giorno.

Come per ogni cosa bisogna impegnarsi e lavorarci sopra con energia magari facendosi aiutare da specialisti del settore rieducativo e posturale.

Articoli correlati:

La correzione posturale: attenti alle pose

20/10/11
Catherine Bellwald La correzione posturale: attenti alle pose

tipica postura scorretta

Le pose sono tutte le posizioni che il nostro corpo assume per apparire o sentirsi in una determinata maniera. In realtà molte posizioni sono anche delle pose e molte pose si assumono per abitudine. Diventa quindi difficile poi discernere come una posa si costituisca e si mantenga al di là del voler apparire o percepirsi in un modo piuttosto che in un altro.

Non ci crederete ma le pose sono uno dei nemici numero uno della postura corretta.

Le gambe incrociate da seduti per fare un esempio sono un tipico gesto a valenza sia maschile che femminile,  sicuramente nocivo al rachide lombare quando protratto e ripetuto. Questo perchè l’incrocio favorisce il cedimento in cifosi del tratto lombare. Questa posa credetemi è davvero difficile da togliere in quanto la posizione a gambe incrociate è sexy per la donna e trasmette anche in un ambito lavorativo  un senso di disinvoltura e di amicizia talora indispensabili.

Nei pazienti con note discopatie lombari o cervicali e ricorrenti algie, oltre a eseguire sedute di agopuntura che hanno una grande possibilità di togliere l’infiammazione senza dover ricorrere al corstisonico, insisto molto sulla correzione posturale soprattutto quando riconosco il ripetersi di alcune pose nocive al rachide.

Le raccomandazioni sono ben conosciute agli addetti ai lavori e non: non sollevare pesi, chinarsi piegando le gambe, sedersi tenendo i piedi appoggiati a terra e la regione lombare sostenuta. Pertanto la correzione delle gambe incrociate è spesso la più difficile e sfugge sistematicamente al controllo anche dei pazienti più attenti. E’ frequente che in una singola seduta la mia correzione di questa posa si ripeta più e più volte beccando il paziente “sul fatto” come con le dita nella marmellata!

Ci sono poi pose meno comuni ma altretanto deleterie, anzi forse molto più pericolose; fra queste citiamo quella di tenere la testa leggermente inclinata da un lato in segno di ascolto o di condivisione,  tipica del personaggio Orazio della serie televisiva CSI Miami tanto per fare un esempio concreto. Questa semplice e apparentemente innocua posa, quando protratta e ripetuta sistematicamente nel tempo, può generare una scoliosi funzionale capace di stabilizzarsi. Ne possono seguire algie cervicali e cervicobrachiali, talora sostenute da quadri di discopatie cervicali più o meno marcate.

Correggere questo tipo di posa è ancora più difficile; è necessario attivare un sistema di vigilanza e di consapevolezza posturale continuativa per cogliere la posa e correggerla sul nascere. A peggiorare la situazione succede che il paziente non si accorge della sua posa se non attraverso uno specchio o una foto. L’unico modo è quello di scattarsi mentalmente delle foto e osservarsi meticolosamente.

Allo stesso modo è utile osservare quale emozione si collega alla posa per individuarla più facilmente. Un lavoro molto complesso, spesso poco accetto dal paziente ma in alcuni casi indispensabile per ottenere la risoluzione completa del dolore.

Attenti quindi quando vedete nascere una posa; ricordatevi che poi non è facile  rimediare ai danni che si possono causare al rachide, almeno non con la stessa facilità con cui si può togliere una ruga dal volto!

Articoli correlati:

Correzione posturale: attenti alle poltrone

19/9/11

Catherine Bellwald Correzione posturale: attenti alle poltroneLa posizione seduta è già da sola la più dannosa per il rachide lombare soprattutto se prolungata nel tempo. Questo perchè la fisiologica lordosi da seduti scompare e nei casi peggiori si trasforma in una cifosi ad ampio raggio che coinvolge tutto il rachide.

A lungo andare in assenza di una correzione, e di una muscolatura paravertebrale e addominale di sostegno, si può determinare una rettilinizzazione e talora anche una inversione della lordosi lombare con un conseguente sovraccarico dei dischi intervertebrali lombari e formazione di quadri più o meno gravi di discopatia.

Le poltrone più ancora delle sedie sono nella maggior parte dei casi un vero danno per le schiene perchè sono quasi sempre antiergonomiche. La peggiore in assoluto è la poltrona del dentista dove le gambe vengono messe in orizzontale e lo schienale  inclinato di circa 45-60°. Si ottiene così la posizione del long sitting ovvero seduti a gambe tese, la peggiore in assoluto per il rachide lombare che infatti tende a cedere in cifosi.

In  molti altri ambienti  sanitari  le poltrone sono i molto spesso antiergonomiche; le poltrone ospedaliere dove si esegue  la chemioterapia e le poltrone delle case di riposo per esempio. In sintesi sono tante le poltrone con i requisiti sbagliati. In ordine citiamo le poltrone del cinema, dei treni, degli aerei e  molte poltrone anche decisamente costose e apparentemente confortevoli.

Le poltrone incriminate hanno tutte la seduta (spazio dove ci si appoggia glutei e coscie) molto lunga (spesso più lunga delle normali dimensioni delle coscie), le peggiori hanno la possibilità di allungare le gambe, cosa apparentemente molto comoda e gradita ( si ottiene così il long sitting), ma la cosa più grave di tutte è che possono regolare esclusivamente l’inclinazione dello schienale. In questo modo l’intero carico e peso del paziente  grava inesorabilmente sul rachide lombare.

Le poltrone ergonomiche invece sono quelle in cui la seduta e lo schienale si inclinano simultaneamente, si dice che basculano ovvero l’intera costruzione schienale e seduta si inclina mantenendo gli stessi gradi.  Troviamo questi criteri nei centri benessere, in alcuni modelli di poltrone d’autore, e in moltissimi modelli di poltrone da esterno ovvero da giardino anche a basso costo. In questo modo il peso non carica più sul rachide ma verso il suolo in modo verticale.

Partendo dalla vecchia sdraio di una volta fatta di tessuto alle nuove sdraio da spiaggia in plastica il criterio è conservato ovvero l’inclinazione dello schienale è simile a quello della seduta. E’ importante segnalare che queste poltroncine pieghevoli da spiaggia  sono di solito basse e non possono essere utilizzate da soggetti con deficit motori o disturbi articolari alle ginocchia e alle anche.

Avete capito la differenza? Non è un fatto estetico ma un criterio meccanico: se dovete scegliere una poltrona per farci restare a lungo una persona  fate molta attenzione ai criteri di scelta. Potete scegliere poltrone molto costose con marchi famosi o firmate oppure se le vostre tasche non sono così’ profonde potete andare in un buon negozio di mobili da giardino. Esistono in questa categoria poltrone basculanti, stabili e di varia altezza quindi facilmente utilizzabili anche da persone con difetti articolari o motori . Queste poltrone nel loro piccolo sono in grado di risolvere il problema in modo elegante e senza rischiare di peggiorare le condizione di salute del rachide.

Ma se dovete adattarvi alle poltrone come nel caso di lunghi viaggi e di impegnative sedute  dal dentista consiglio di indossare pantaloni morbidi, meglio se da ginnastica o calzoncini corti, e scarpe comode per poter piegare le gambe  rompendo lo schema del long sitting. Piegando anche solo una gamba, meglio se tutte e due,  il rachide lombare può più facilmente sostenersi e mantenere una minima lordosi.

In caso di guida di una vettura, di rigidità articolari multiple e di obesità tali da non consentire movimenti  di aggiustamento della posizione antiergonomica, consiglio un cuscino lombare da spinta e interruzioni regolari della posizione con piccole camminate e basculamenti del bacino. Tali accorgimenti possono limitare attacchi dolorosi lombari.

Per garantire la salute del rachide lombare di un soggetto sedentario non è sufficiente fare attività sportiva generica per rinforzare i muscoli più deboli siano essi addominali che paravertebrali; è importante allenare il corpo alla correzione e consapevolezza posturale e al mantenimento della corretta posizione seduta durante le ore di lavoro ma anche nelle ore di riposo o destinate ad altro.

Articoli correlati:

La spalla dopo la mastectomia

5/9/11

Catherine Bellwald La spalla dopo la mastectomiaDa oltre 20 anni si parla di riabilitazione oncologica considerandola come una fase importante del trattamento oncologico. Esistono dei bei protocolli di lavoro e delle pagine estese sulle motivazioni e sull’importanza di questi gesti che vanno dalla fisioterapia, alla psicoterapia, al nursing del paziente. Il tutto volto al potenziare la qualità della vita e non solo la longevità.

Non tutti i pazienti operati possono avere bisogno della riabilitazione oncologica nello stesso modo, ovvero ci sono pazienti che da soli o con l’aiuto di famigliari riescono a produrre un’atmosfera riabilitativa idonea al recupero di tutto il loro potenziale residuo non solo inteso come funzione motoria  ma anche psicosociale.

Come direbbe la Prof essa Morosini hanno un potenziale di salute alto, dato magari dalla loro personalità o dalla buona risposta organica al trattamento chirurgico o chemioterapico oltre che magari dalla presenza di persone stimolanti sia in ambiente lavorativo che famigliare.

Ricordo che sfruttare e utilizzare al massimo il potenziale residuo dopo un intervento chirurgico e un trattamento oncologico mirato  non significa fare tutto quello che si faceva prima ma significa accettare e vivere al meglio la nuova condizione causata dalla malattia.

Capita spesso di vedere l‘articolazione delle spalla sottovalutata rispetto ad altre grandi articolazioni. La mentalità è spesso questa, anche se il recupero articolare è limitato non è importante.

La mobilità della spalla infatti non incide direttamente su funzioni motorie importanti come la deambulazione oppure la manualità. E’ infatti possibile  con una limitata escursione articolare della spalla mantenere normali mansioni lavorative ed  essere totalmente autonomi nei trasferimenti e nei normali atti della vita quotidiana.

La spalla però è ingannevole; la sua limitazione articolare non  impedisce solamente di lavarsi accuratamente l’ascella colpita o di allacciare e slacciare un reggiseno, di nuotare a stile libero ma incide indirettamente su tutto lo schema corporeo, sul rachide e sulla simmetria destro sinistra. La rigidità del cingolo scapolo-omerale non è facile da eliminare ed è spesso responsabile di una scoliosi secondaria inizialmente solo funzionale ma che può fissarsi nel tempo.

Questo gli ortopedici ormai lo hanno capito molto bene e infatti avvisano i pazienti che il trattamento riabilitativo post operatorio delle spalle è un lavoro lungo e impegnativo per qualunque intervento si voglia eseguire sulla spalla e a maggior ragione sulle forme post traumatiche o eseguite a cielo aperto.

Nei pazienti anziani è comune che la spalla  post traumatica venga lasciata a un recupero spontaneo ritenendo che il suo recupero articolare non abbia una grande importanza per le funzioni che il paziente deve svolgere e fin qui lo considero sensato.

Ma a tutt’oggi considero che l’articolarità della spalla venga  decisamente  trascurata dopo gli interventi di mastectomia. Rispetto a una volta sono più attenti e il più possibile conservativi. Si cerca sempre di limitare l’asportazione al minimo indispensabile e si lavora in modo estremamente curato sul recupero dell’estetica soprattutto se la paziente è giovane.

L’attenzione a questo proposito è così forte che  si rischia di dimenticare che il braccio e la spalla sono altretanto importanti. Ecco  che capita di vedere cicatrici stupende quasi invisibili, lavori delicatissimi di ricostruzione plastica ma spalle e talora anche gomiti decisamente bloccati da una ipomobilità forzata anche in condizione di minimo intervento ascellare.

Succede che il chirurgo stesso abbia timore  che la mobilizzazione possa danneggiare il risultato chirurgico sul fronte estetico. Si tende quindi a lasciare che il recupero avvenga gradualmente e spontaneamente. Quello che può succedere  è che la paziente si ritrova con una spalla la cui articolarità è  decisamente limitata oltre che dolente. Soprattutto ne consegue  un impegno riabilitativo molto superiore a quello che sarebbe potuto essere necessario se se fosse stata educata a muovere il braccio nelle fasi immediatamente post operatorie e in quelle successive.

La riabilitazione nella maggioranza dei casi viene lasciata interamente al paziente con indicazioni talora molto sommarie e nel migliore dei casi con un libretto o opuscolo che indica le manovre adatte al recupero articolare. Il lavoro con un fisioterapista preparato è invece di fondamentale importanza soprattutto nelle primissime fasi, quando l’ansia di sbagliare e di sentire dolore prendono il sopravvento. L’autotrattamento non è sbagliato di per sè ma le indicazioni specifiche devono essere fatte personalmente.

Il trattamento diretto serve a limitare l’ansia di sbagliare e di sentire dolore ed è indispensabile in tutte le pazienti  poco addestrate al contatto con il proprio corpo e a quelle particolarmente ansiose. In questa fase il fisioterapista esperto può già individuare chi davvero necessita di un aiuto e chi invece sta andando spontaneamente bene da sola.

Le pazienti più compromesse verrebbero subito individuate  e inserite per un lavoro ambulatoriale di fisioterapia come si fa sui pazienti ortopedici. Si eviterebbe così i tre mesi di attesa per una visita fisiatrica e i tempi di inserimento in trattamento, senza che vi sia un costo maggiore anzi direi il contrario.

Questo perchè sono tante le pazienti che vanno incontro a retrazioni tendinee anche severe fino a quadri di  capsulite adesiva post mastectomia, in quanto il braccio operato tende a restare contratto in un atteggiamento di protezione del seno. In questi casi il lavoro riabilitativo diventa  lunghissimo oltre che estremamente doloroso e quindi poco tollerato.

Senza contare che a distanza di anni  queste donne che  di solito tornano alla vita lavorativa si ritrovano con dei dolori a tutto il rachide e una postura totalmente scorretta spesso direttamente secondaria a movimenti assimetrici del corpo  limitati appunto della spalla direttamente implicata.

A ben guardare un prezzo poco calcolabile ma sicuramente non indifferente dal punto di vista sanitario ma anche personale. Un problema che giunto a questo punto spesso non si risolve con dieci sedute di fisioterapia o di terapie fisiche  anche se ripetute, che impedisce  il ritorno a  una vita serena e alla possibilità di sentirsi in forma non solo per lavorare ma anche per viaggiare o praticare attività sportiva o semplicemente stare bene con se stessi.

Articoli correlati:

La postura come strumento estetico e antiaging

22/8/11

Catherine Bellwald La postura come strumento estetico e antiaging Si fa un gran parlare di postura scorretta attribuendo ad essa un gran numero di disturbi dolorosi osteoarticolari non solo al rachide ma anche a carico di braccia e gambe.

Sono tutti pronti a dichiarare  e confessare di avere delle gran brutte abitudini posturali o posture scorrette, spendere soldi per fare un’analisi posturale computerizzata ma sono poche le persone disposte a porvi rimedio.

La postura infatti non si corregge in 10 sedute di fisioterapia dedicata, con gli esercizi anche mirati, le sedie ergonomiche, le scarpe e plantari correttivi, i bite, le panciere e i busti; non che questi strumenti non siano utili ma non bastano a correggere dei vizi posturali a meno che non vi sia una volontà del soggetto  direzionata e focalizzata alla correzione posturale.

E’ un po’ come voler perdere peso: non bastano i singoli accorgimenti, ci vuole un impegno costante e prolungato fino a che non scatta una molla un nuovo modo di essere e di sentirsi nello spazio. Non è facile perchè le persone che hanno una brutta postura il più delle volte non si rendono affatto conto di averla e soprattutto di quanto sia visibile e serio il problema.

Mi capita molte volte di correggere i pazienti più e più volte, spiegando loro quanto sia importante porre attenzione all’allineamento del rachide ma quasi sempre sembrano rinunciare come se la questione non dipendesse da loro. I risultati migliori li ho ottenuti mostrando e caricaturizzando il difetto. E’ un impatto duro da accettare ma può essere uno shock capace di procurare un cambiamento reale. Un po’ come quando ai pazienti obesi si mostrano foto del loro corpo prese da angolazioni a loro non raggiungibili.

Si fanno tanti sacrifici  per essere e sentirsi più belli, molte persone sono disposte a tutto rischiando anche sulla loro salute per sentirsi più belli. Ebbene mostrando quanto più brutta sia la figura gobba  si può toccare il punto critico che fa scattare la molla.

“Sarebbe un bel ragazzo se non fosse così gobbo”, “in questo modo sembra molto più vecchio della sua età”, “quando è dritto sembra un altra persona lo sa?”, tutte frasi urto che dette al momento giusto fanno il loro effetto. E poi si possono aggiungere dei truchetti, come “si guardi spesso allo specchio”, oppure “si osservi spesso riflesso nei vetri dei negozi quando passeggia o quando è seduto al bar, e si corregga”. “Si scatti immaginariamente una foto e osservi in che posizione si è messo e si corregga subito e lo faccia più e più volte”. Si possono osservare i filmati e le foto nei quali non ci siamo messi in posa ovviamente!

Personalmente insisto sul significato della postura sul messaggio che il corpo da, agli altri ma anche a noi stessi e di quanto intimamente la postura ci condizioni poi anche nel modo di pensare e viceversa. La postura curva su se stessa indica un atteggiamento di chiusura verso l’esterno, di rinuncia, di difesa. Non è necessario fare un corso di portamento o recitazione  per saperlo e riconoscerlo.

Avete mai osservato i bambini intorno ai 6-10 anni come stanno diritti e come camminano con una fierezza naturale simile a quella degli animali? Non è facile vederla negli adulti e quando la si vede è sempre  esteticamente piacevole e armonico.

Sulla spiaggia con i corpi spogliati dai normali indumenti è ancora più evidente e facile  vedere i difetti in tutto il loro splendore molto più dell’accumulo di grasso in eccesso. Striscie bianche  sul ventre, dove il sole non può abbronzare, dovute al rachide ricurvo e lo stesso vale per il seno. I tessuti con il passare del tempo tendono a rilassarsi quindi una postura eretta corretta limita i danni dell’incedere degli anni e della gravità. Il seno e il ventre non possono che giovarne restando  maggiormente tonici e esteticamente  di miglior aspetto.

I soggetti con postura eretta  sembreranno più giovani al di là dei ritocchi estetici, anche la deambulazione denota l’eta del soggetto, molto più  delle rughe. Con tutte le attenzioni estetiche credo che la cura e la continua correzione posturale restino al primo posto nel ringiovanire i soggetti molto più di tanti interventi estetici e senza dubbio con costi e rischi non paragonabili.

Bisogna partire da un sentire e da un immagine interna di sè che deve esprimersi all’esterno; lo yoga, il pilates  e la danza sono ottimi strumenti di consapevolezza corporea soprattutto se l’insegnante o maestro è attento e vi corregge individualmente. Bisogna iniziare a ricercare e osservare le postura corretta negli altri e in se stessi continuativamente, soffermandosi magari meno sull’abbigliamento, sui capelli e sulle rughe ma su cosa esprime una persona nel suo insieme e cosa vogliamo esprimere noi con il nostro corpo e il nostro modo di essere.


Articoli correlati:

Stampelle: a chi sono controindicate

4/8/11

Catherine Bellwald Stampelle: a chi sono controindicateFino ad ora abbiamo parlato di come devono essere fatte ed usate le stampelle intese come ausilio per scaricare il peso da un arto inferiore accidentato o ipofunzionante. Quello su cui poco ci siamo soffermati è a chi questo ausilio si rivolge e a chi invece è francamente controindicato.

Le stampelle o canadesi sono uno strumento molto instabile e richiedono da parte di chi le usa diverse caratteristiche indispensabili, senza le quali questo ausilio può diventare un pericolo di caduta.

La prima qualità che non deve mancare nel paziente che usa le stampelle è l’equilibrio, indispensabile per trasferire il peso da un piede all’altro e spostare i bastoni.

La seconda caratteristica è la coordinazione motoria anch’essa indispensabile per coordinare il movimento delle braccia con quello delle gambe in perfetta sincronia.

La terza indicazione è la presenza di un controllo emotivo che consenta di eseguire le varie fasi in modo corretto e senza troppa fretta .

La quarta caratteristica è data dall’integrità della forza degli arti superiori.

Quattro requisiti indispensabili per il corretto utilizzo dei canadesi, il cui vantaggio è certamente dato dalla loro maneggevolezza che li rende facilmente trasportabili e poco pesanti.

I quadripodi o tripodi per esempio sono molto utili quando il peso del paziente è molto elevato o quando la forza e l’equilibrio siano più compromessi. Il quadripode infatti corrisponde a un punto più stabile al suolo sul quale è possibile appoggiarsi con maggior forza. Oggi sono molto più leggeri di una volta ma il difetto è che sono meno maneggevoli per fare le scale e rallentano  il passo in quanto l’ausilio deve essere appoggiato con molta calma su tutti i quattro o tre piedini e non di corsa su uno solo. Il vantaggio è che consentono di usare le mani per rispondere al telefono o fare altre attività senza doverli appoggiare a muri da dove sistematicamente scivolano al suolo!

Infine il poco amato e in realtà grandemente usato deambulatore una volta chiamato girello, è un ausilio di grande utilità in tutti quei pazienti non più giovani che abbiano un deficit di attenzione, di coordinazione e di equilibrio. La possibilità di avere ruote piroettanti anteriori ne consente una valida stabilità e una discreta maneggevolezza anche in piccoli ambienti. La possibilità di avere ruote grandi ne permette l’utilizzo anche su terreno accidentato ed esterno.

Oggi giorno anche questo strumento è diventato molto leggero e  personalizzabile a seconda  delle necessità individuali del paziente: cestini, borse, freni, ruote fisse o piroettanti, piccole o grandi, puntali, sistema di regolazione in altezza e di chiusura sono tutti aggiuntivi utilissimi e da valutare attentamente.

E’ importante che anche per noi questo strumento come tutti gli altri non sia uno strumento di cui ci si debba vergognare. All’estero è più facile vederlo utilizzare con maggior disinvoltura e anche simpatia, addobbi vari e colori e borse che rendono lo strumento simpatico e capace di aumentare l’autonomia e la possibilità di muoversi e di andare in giro anche cimentandosi in viaggi all’estero e non solo tra le mure domestiche.

Articoli correlati:

A spasso col mal di piedi

21/7/11

Catherine Bellwald A spasso col mal di piediLe algie ai piedi sono patologie molto frequenti, un pò come le algie alle mani la loro presenza condiziona fortemente le persone che ne sono affette che tendono ad avere una vita sempre più sedentaria. Una bella passeggiata per loro diventa fonte di grande sofferenza. Rinunciano così a viaggi, uscite e gite fuori porta. Molti sport vengono accantonati fra cui sicuramente trekking e sci a causa delle calzature terribilmente scomode.

I dolori ai piedi possono essere il classico dolore al tallone talora in presenza di una borsite e talora in presenza dello sperone calcaneare che altro non è che la conseguenza di una infiammazione prolungata in questa area e non il contrario. Un altro tipico dolore è quello della cipolla ovvero della prima testa metatarsale. Il dolore al ditone si accompagna di solito alla comune deviazione di questo dito o alluce valgo ma è presente anche in condizioni di allineamento.  Il dolore in questa sede si pensa possa essere anche dovuto allo spostamento dei due piccoli ossicini chiamati sesamoidi sui quali la prima testa metarsale altrimenti detta ”cocca dell’alluce”  si appoggia come su un binario.

Ma ancora non è finita; le spiegazioni del dolore possono essere dovute al sovraccarico di questa zona del piede come conseguenza di un atteggiamento  scorretto del ginocchio in valgo ( in dentro)  tipico delle donne,  ma anche all’utilizzo eccessivo di tacchi; può esserci infine una predisposizione ereditaria alla deformazione del primo dito in valgo e anche una costituzione umidità che facilita il dolore in questa sede perchè l’umidità tende a localizzarsi in basso e in estate è più facile esporre i piedi anche al freddo per cercare un ristoro dal caldo.

E’ inoltre utile sapere che il primo dito e in particolare la cocca del primo dito del piede sono la sede del punto shu della milza, punto sorgente del canale di milza quindi. Un dolore localizzato in questa area può anche avere un significato più profondo e non solo meccanico del disturbo indicando una debolezza di questo organo che può essere  costituzionale oppure il segno di una stanchezza eccessiva in corso, quasi un campanello di allarme che ci indica “è ora di riposare!”

Altri tipici dolori dei piedi sono localizzati sulla pianta del piede tra il primo e secondo osso metatarsale  o tra il secondo e terzo osso in; questi casi è spesso presente una caduta delll’avampiede ovvero la volta del piede che, con il peso del corpo, lentamente cede con gli anni sovraccaricando quest’area specifica. Qui è facile trovare una zona di maggior callosità. In altri casi quando il ginocchio o l’anca sono in varo il peso del corpo carica maggiormente sulle ultime teste metatarsali, ovvero le cocche del 4 e 5 dito che saranno più callose rispetto alle altre dita.

Che fare? in primo luogo i dolori ai piedi come i dolori alle mani non iniziano a meno che non vi sia una infiammazione severa in modo acuto ma si fanno sentire gradualmente. Il segreto come in ogni cosa sta nell’ascoltarsi e nel prendersi cura tempestivamente del nostro corpo che ci parla. E non di arrivare ai limiti e poi ricorre a cure drastiche chirurgiche o farmacologiche.

Il sovrappeso corporeo è fondamentale e deve essere tenuto sotto controllo. Ma non basta ovviamente: anche la rigidità dei piedi è spesso trascurata. I piedi si toccano troppo poco, forse perchè sono lontani o forse perchè esiste una sorta di vergogna a esporli. I piedi trattengono molte tensioni fisiche e i tendini  estensori delle dita sono spesso accorciati, ne risulta che il dorso del piede e il dorso delle dita alla palpazione  appaiono rigidi alla mobilizzazione in flessione.

Bisogna muovere tutto il dorso del piede e le dita in flessione e massaggiarli. Molto utile e terapeutico è anche il massaggio del centro o pianta del piede che i posturologi considerano come una area definita di reset posturale. Questa zona, se massaggiata energicamente. lavorando bene anche tutte le teste metatarsali delle dita, ovvero le cocche, migliora l’appoggio del piede e la circolazione sanguigna locale evitando ristagni.

Questo massaggio è utile tutte le volte che avete male ai piedi e tutte le volte che fate sforzi o lunghe camminate con scarpe non idonee. Anche camminare su un ciottolato che sia un ruscello di montagna o una spiaggia è un ottimo massaggio della pianta e una stimolazione vascolare in grado di limitare il gonfiore dei piedi.

Molta attenzione alle scarpe, soprattutto se stiamo molto in piedi; in estate direi questa attenzione dovrebbe aumentare. Invece mi capita di vedere di tutto; le scarpe con il tacco dovrebbero essere usate per tempi limitati e per percorsi brevi soprattutto in estate per evitare il rigonfiamento dei piedi dovuto al caldo umidità. Le ciabatte troppo basse ovvero senza tacco sono altrettanto dannose e non possono essere usate per camminare a lungo soprattutto in assenza di chiusura posteriore.

A questo proposito le considero pericolose per tutti coloro che hanno una camminata incerta soprattutto se anziani. Insieme ai tappeti, le ciabatte sono la maggior causa di caduta a terra nella popolazione anziana. In caso di difetti di carico sono utilissimi i plantari su misura o i plantari magnetici a seconda della gravità del caso e ovviamente del suggerimento da parte di un esperto posturologo.

Infine i piedi troppo scoperti soprattutto alla sera e in ambiente umido come al mare o in montagna possono aumentare ancora i dolori per accumulo di freddo umidità articolari. I piedi vanno curati non solo esteticamente con una bella pedicure che li renda gradevoli alla vista e alla palpazione ma vanno considerati come una delle parti principali della macchina che ci porta in giro e che, se trascurata nel tempo, può limitare in modo sostanziale la nostra qualità di vita.

Articoli correlati:

Corsa: effetti collaterali e controindicazioni

5/5/11

Catherine Bellwald Corsa: effetti collaterali e controindicazioniE’ opinione comune pensare che la corsa sia uno sport nocivo al rachide e alle ginocchia.  Mi piacerebbe evidenziare in che modo la corsa può realmente diventare uno sport potenzialmente pericoloso e soprattutto a quali soggetti è sconsigliabile come attività motoria.

Innanzitutto  viene fatta una netta distinzione tra jogging e running. Si definisce jogger un soggetto che corre in media 20-30′  e con allenamento in media di 3 volte alla settimana.

Si definisce runner un soggetto che si allenana più intensivamente e spesso quotidianamente preparandosi alle gare e quindi con percorsi e tempi decisamente superiori rispetto al jogger.

Il primo grande requisito per essere idonei alla corsa è quello di “avere un cuore sano”. A questo proposito esiste una valutazione specifica tramite test da sforzo che evidenzia la presenza di una eccessivo rialzo della frequenza cardiaca, della pressione cardiaca o della presenza di alterazioni dell’elettrocardiogramma durante lo sforzo fisico; oggi viene richiesto obbligatoriamente a tutti i runners che partecipano a una qualunque maratona.

Il secondo requisito da non sottovalutare è quello di non essere in eccessivo sovrappeso corporeo. Si ritiene 28 il limite massimo di BMI da non superare per un jogger e 20-22  per un runner. Il sovrappeso infatti causa un eccessiva sollecitazione meccanica delle articolazioni e del sistema cardiovascolare.

Il terzo requisito per poter correre consiste nella presenza  di una buona postura eretta e una corretta deambulazione. Come da ogni buona logica neuromotoria se non sappiamo stare in piedi e non sappiamo camminare in modo corretto, non è il caso di correre. Si, ci sono ginocchia, piedi e schiene con evidenti deformazioni. Per capirci le ginocchia valghe che sono quelle a X  associate a piedi piatti portano inevitabilmente una corsa scorretta e visibile anche da una persona non esperta. E’ logico intuire che in questo caso il menisco mediale si consuma in modo eccessivo.  E’ chiaro che un difetto minimo può non essere determinante mentre più il difetto è visibile più diventa una franca controindicazione all’idoneità alla corsa sia del runner che del jogger.

Anche gravi quadri artrosici possono essere una controindicazione, mentre le forme di degenerazione artrosica di grado lieve o moderato, comunemente riscontrabili in quasi tutti i soggetti adulti over 40 non sono di per se sufficienti per essere considerate controindicazioni. Lo stesso vale per tutte le forme di degenerazione  di lieve entità come le discopatie lombari o cervicali e le meniscopatie  estremamente diffuse nella popolazione adulta. Non rappresentano controindicazioni assolute ma relative alla corsa.

In questi casi è necessario fare una valutazione complessiva, tra integrità osteoarticolare, sintomi e intensità della prestazione motoria. E’ cosa accettata e conosciuta da tutti considerare tutte le forme dolorose osteoarticolari sia acute che croniche come controindicazioni assolute alla corsa.  Purtroppo il professionismo sportivo rende impossibile  l’applicazione di questa semplice e naturale regola di buon senso.

A questo proposito ritengo che il professionismo o il semiprofessionismo di qualunque sport richieda sempre al corpo delle richieste che facilmente vanno oltre ai limiti fisici, portando  inevitabilmente micro lesioni e infiammazioni delle varie strutture osteoarticolari che sfociano in patologie croniche evolutive. La corsa è forse una delle attività dove maggiormente si riscontrano lesioni traumatiche e infortuni secondari.

In questo caso lo sport tanto decantato come salutistico diventa esso stesso fonte di lesioni e di patologie. E’ sempre una questione di dosaggio, esattamente come per il cibo e per le medicine.  Per ogni soggetto esiste una dose corretta e una dose eccessiva della medesima disciplina motoria. La comparsa di amenorrea in un donna runner, ad esempio, è un chiaro segno che lo sforzo fisico richiesto al corpo è eccessivo.

Infine la corsa all’aperto, anche se può essere fatta in svariate condizioni climatiche, diventa francamente malsana sotto la pioggia battente o un sole cocente così come nel caso di un tasso di smog o di umidità al di sopra della norma; anche questo è una questione di buon senso ma purtroppo alle maratone il tempo non si comanda e i partecipanti di solito non si fanno intimidire dal clima. Il superamento del limite diventa per i runner un must, una sorta di stile di vita.

Nel mondo del running un pò come nel mondo del body bulding troviamo soggetti  autodidatti che molto spesso pretendono sempre di più dal loro fisico: dalle restrizioni dietetiche estreme al consumo smodato di integratori alimentari, per finire con un allenamento che richiede al proprio corpo sforzi ripetuti e prestazioni fisiche sempre maggiori.

Per alcuni soggetti il running rischia di diventare una fuga dalla realtà esattamente come molte droghe, non se ne può più fare a meno e ce ne vogliono dosi sempre maggiori. Sembra ridicolo a dirsi ma si tratta di una sorta di “ipersalutismodipendenza” e a mio parere  anche da questo disturbo del comportamento bisogna curarsi ricercando maggior equilibrio. Sono utilissime in queste situazioni pratiche e discipline come la meditazione, lo yoga, numerose arti marziali ma anche tecniche di massaggio, l’agopuntura e talora anche il supporto dello psicologia.

Ma torniamo al jogger e non al runner; mentre il runner è abitualmente ben preparato sia tecnicamente che teoricamente, il jogger invece è di solito poco preparato sulla materia.  Il classico jogger considera che tutti possono correre anche senza alcuna preparazione fisica e teorica. Sono  quelli che passano dalla sedia del proprio ufficio alla corsa senza intermezzo alcuno e senza altri strumenti motori  solo perchè sanno che la corsa è la pratica più veloce per perdere peso.

Inoltre la corsa è gratuita, non richiede apparentemente alcuna preparazione tecnica, è veloce, si può fare ovunque e infine si ritiene che sia uno strumento utile per la prevenzione cardiovascolare e contro le malattie dismetaboliche come il diabete, cosa volete di più?

Per cominciare bisogna avere le scarpe giuste e su questo credo non si discuta ma bisogna anche sapere come iniziare a correre con un allenamento idoneo alla nostra condizione generale. E’ utile e raccomandabile leggere e informarsi; ci sono diversi siti dedicati alla corsa dove sono esposti  consigli da parte di esperti  sui diversi tipi di allenamento, insomma un enormità di informazioni tecniche a portata di mano!

Perchè come in tutto non ci si deve improvvisare soprattutto se non si possiede un corpo già allenato in precedenza. Sono importanti per la corsa un buon tono muscolare soprattutto dei muscoli antigravitari in particolare dei muscoli addominali ma anche di tutti i muscoli posteriori del tronco e degli arti inferiori.

Ma ancora non basta; è necessario avere  un certo grado di elasticità articolare non solo degli arti inferiori ma anche del rachide. Insomma non si può pensare di restare in forma facendo solo un pò di corsa; non è sufficiente. Ovvero  forse è sufficiente per non prendere peso ma non è sufficiente per restare in forma e salute in senso lato. Alla corsa bisogna associare un lavoro fisico più completo ed esteso di rinforzo muscolare e di elasticità articolare.

E’ inoltre necessario ascoltarsi durante la corsa e osservarsi molto attentamente per valutare se il nostro corpo carica il peso in modo corretto sul piede, senza esagerare con l’avanpiede e neanche con il retropiede. Se il il peso del corpo è leggero e non cade rovinosamente quando atterra al suolo. Se il nostro respiro è ritmico e regolare o se è affannato e rumoroso. La corsa è infatti un ottimo metodo per percepire quello che il nostro corpo ci dice ma bisogna ascoltarlo e dosare lo sforzo in modo graduale.

Oserei dire che la corsa può diventare un modo  per spegnere il brusio della mente e per metteresi in ascolto della parte più profonda di se stessi. Una sorta di meditazione dinamica capace di fare pulizia di tutto quel rumore e ingranaggio mentale che spesso non sappiamo più come fermare. Un’ottima attività fisica naturale e semplice, insita e connaturata nella fisiologica forma del nostro corpo molto di più della posizione seduta, ma che deve essere fatta con sapienza, attenzione ed equilibrio in quanto non scevra da potenziali pericoli.




Articoli correlati:

Video Tutorial: come si usano le stampelle.

24/2/11

Ho ricevuto parecchie email con richieste di chiarimenti sulla tecnica corretta per usare le stampelle. Dato che un’immagine vale mille parole, ho pensato che un video vale mille immagini… e ho realizzato questo piccolo tutorial video con alcune indicazioni di base sull’uso delle stampelle, dette anche  “canadesi”.


Articoli correlati:

Fisiatria essenziale nei disturbi osteoarticolari

7/2/11

Catherine Bellwald Fisiatria essenziale nei disturbi osteoarticolariLa mia passione per la riabilitazione nasceva circa 25 anni fa quando incontrava la Dott.ssa Morosini; il mondo Universitario mi aveva fatto perdere la voglia di diventare medico, i pazienti erano buoni solo quando potevano entrare in un protocollo terapeutico, non contavano le loro esigenze e necessità terapeutiche individuali. La fisiatria praticata e insegnata dalla professa Morosini mi ha permesso di ritrovare quella dimensione umana di cui sentivo l’esigenza per continuare i miei studi.

A lei devo il fatto di non aver buttato via 5 anni di Medicina e di aver proseguito innamorandomi dell’essere umano inteso come complesso fisico, psichico e sociale e alla possibilità di individuare nella fisiatria come nella medicina cinese il modo di trovare per ognuno un percorso terapeutico che consenta di riportare l’intero individuo verso l’equilibrio inteso come il suo massimo potenziale di salute.

Oggi il mio modo di vedere le problematiche muscoloscheletriche  disegna tre grandi quadri patologici osteoarticolari  che trovano una corrispondenza con  tre atteggiamenti psichici sostanziali molto frequenti.

La rigidità: si manifesta dal punto di vista articolare con  muscoli e strutture tendinee accorciate e contratte. In questo categoria si collocano tutti gli esiti di traumi e microtraumi ripetuti come se da un lato vi fosse una memoria corporea dell’avvenuto  trauma e dall’altro il corpo si difendesse attraverso una sorta di resistenza. Dal punto di vita strettamento psichico i soggetti rigidi,  sono persone che non cambiano volentieri e  si discostano poco o niente dal loro modo di essere e pensare.  Di solito non amano e talora temono il nuovo e anche le sorprese perché incapaci di adattarsi ad esse. All’estremo di questo atteggiamento troviamo persone che ripropongono sempre le stesse dinamiche e ruoli nei diversi rapporti sociali. Questa caratteristica segna alcuni individui in modo particolare e si manifesta in tutto il suo splendore durante la vecchiaia.

La passività: dal punto di vista fisico corrisponde alla difficoltà di resistere attivamente, diversi muscoli sono ipotonici e ipotrofici ovvero hanno una limitata forza. I soggetti passivi cedono inanzittutto alla gravità e si lasciano progressivamente andare, incapaci di restare diritti opponendo una resistenza attiva. In questa categoria inseriamo i cosiddetti vizi posturali, le spalle incurvate in avanti, il tratto cervicale e lombare che perdono la loro lordosi fino a una inversione della curva o il tratto dorsale che invece aumenta la sua cifosi fino alla presenza nei casi più gravi di tutti tre i problemi. In questi casi si parla anche di insufficienza vertebrale; il paziente non riesce più a mantenere una posizione eretta senza incurvarsi in avanti. Dal punto di vista psichico possiamo considerare queste persone come appesantite da un fardello immaginario che grava loro addosso e che nei casi estremi può limitare fortemente il loro senso di libertà in senso anche mentale oltre che operativo.

Infine abbiamo l’ instabilità, dal punto di vista fisico corrisponde alla mancanza  non tanto di forza muscolare ma alla presenza di strutture tendinee e legamentose troppo lasse. Questa categoria è la meno conosciuta e talora la più difficile da curare e individuare proprio perché  il paziente ha una buona mobilità e flessibilità e non evidenzia uno specifico vizio posturale. Manca la possibilità di essere stabili, ovvero vi è un continuo passare da uno stato a un altro;  muscolarmente possiamo trovare delle tensioni anche molto forti e quindi spesso dei dolori inspiegabili. Dal punto di vista psichico  ritroviamo la stessa incapacità di  conseguire un obbiettivo cambiando meta e direzione magari a un passo dal risultato desiderato o l’incapacità di reggere a uno stress importante per instabilità emotiva.

Queste tre patologie fisiche e psichiche si ritrovano in quasi tutte le problematiche umane. quello che è interessante sapere è che molte arti marziali e lo yoga, se ben analizzate, sono strutturate per limitare al meglio questi diffetti.

Il lavoro costante sulla scioltezza del movimento e sull’elasticità articolare è noto a tutti, come lo è il lavoro sulla forza muscolare e sulla forza di volontà di molte discipline fisiche e motorie. Ma il lavorare sulla stabilità è un concetto meno noto; il principio della circolarità del respiro e dei movimenti di molte discipline orientali così come l’utilizzo di una palla o la ciclicità degli allenamenti hanno in realtà gli stessi denominatori comuni.

La possibilità di superare la paura del nuovo e del cambiamento, la percezione della propria leggerezza e possibilità di attingere alla proria interiorità sollevandosi  verso una dimensione più spirituale e infine la ricerca di una stabilità e di un centro che ci consentano  di sperimentare lo spazio e il tempo senza perderci in essi ma ritrovando la nostra personale dimensione.

Non si tratta di una visione new age anche se attuale, un atteggiamento  superficiale di vedere le cose, e tanto meno di uno scopiazzamento di nozioni prese qua e là da altri autori o libri come spesso si trova in giro. Queste nozioni, anche se esposte in modo molto semplice, sono il sunto di 25 anni di esperienza, di studio e pratica della materia in questione.

Ecco perchè molto spesso, individuato un determinato difetto, consiglio la pratica dello yoga su guida di un istruttore esperto  e non 10 sedute di fisioterapia. In base all’obiettivo da raggiungere e al quadro di partenza del paziente, si possono  selezionare esercizi particolarmente adatti e evitare  o modificare quelli potenzialmente dannosi. Inoltre vengono inseriti e utilizzati alcuni esercizi prettamente fisioterapici, di solito mai più di tre da integrare con il lavoro globale, ottimizzando il conseguimento del risultato desiderato.

Articoli correlati:

I trigger points e le algie muscoloscheletriche

13/1/11

Catherine Bellwald I trigger points e le algie muscoloscheletriche

Non esiste dolore importante acuto  o cronico che non possa generare dei trigger points. Non esistono trigger points che stimolati non siano in grado di generare  dolore.

Ma nasce prima l’uovo o la gallina? Che tradotto potremmo formulare: sono i triggers points a generare dolore o il dolore a generare i trigger points?

Ma partiamo dall’inizio; cosa sono i trigger points?

I triggers points o punti grilletto definiti anche PAM o punti algici miofasciali sono punti presenti in diverse strutture del sistema muscolo scheletrico: cute, aree cicatriziali, muscolo, tendine, legamento, capsula, caratterizzati da una maggior densità tessutale di solito dolorabili alla palpazione.

Sono come dei nodi all’interno della struttura filamentosa che compone la maggior parte di questi tessuti molli.

I terapeuti esperti siano essi massagiatori che fisioterapisti o osteopati sono capaci di rintracciarli molto velocemente alla palpazione.

Sono punti di tessuto più compatto che agli inizi del novecento, quando l’ anatomo patologia svelava, grazie allo studio miscroscopico dei tessuti, la ragione di molteplici patologie, hanno suscitato un notevole interesse e clamore scientifico. In quel periodo infatti furono scritti diversi lavori  ed eseguite importanti e storiche lezioni magistrali a loro riguardo.  Autorevoli scienziati, neurofisiologi e medici  avevano postulato svariate ipotesi sul loro ruolo nella genesi delle diverse sintomatologie dolorose.

Furono create diverse classificazioni e attribuiti a questi punti i più svariati nomi, si definiva per la prima volta il concetto di dolore irradiato o di dolore a distanza.

Oggi a oltre un secolo di distanza questi punti forse perchè non sempre identificabili con l’esame ecografico e quindi non tangibili un po’ come con gli agopunti, hanno perso il loro interesse scientifico e da molti ortopedici, reumatologi e fisiatri vengono totalmente ignorati. Tant’è che alla facoltà di medicina e fisiatria dei miei tempi neanche si sono  studiati.

Ho iniziato a conoscerli, studiarli, trattarli e infine riconoscerli solo dopo aver eseguito i corsi di miofibrolisi del Dott. Giulio Picozzi e del Dott. Virginio Mariani e da allora non ho più smesso. I trigger points erano conosciuti nella medicina cinese come punti ashi.

Alcuni punti definiti  trigger latenti possono rimanere silenti  per anni senza dar segno della  loro presenza per poi venire alla luce magari  dopo uno sforzo improvviso o prolungato, dopo uno stiramento, un movimento o una postura  mantenuta  a lungo oppure anche dopo il raffreddamento del muscolo stesso e infine anche dopo un trauma.

I trigger points  definiti invece attivi  provocano una diminuizione del raggio di  movimento  e  della forza muscolare delle aree muscolari coinvolte, inizialmente poco visibile capace di generare una graduale rigidità e un dolore cronico o ricorrente.

Oggi ritengo che l’identificazione dei punti trigger e la loro eliminazione o riduzione sia un fondamentale percorso verso la completa risoluzione delle patologie muscoloscheletriche indipendentemente dalla loro causa.

L’eliminazione del trigger point genera sempre un miglioramento della sintomatologia dolorosa ma molto spesso si accompagna ad un transitorio aumento localizzato dell’infiammazione per liberazione da parte del tessuto di tossine e mediatori della flogosi. Ci si aspetta un possibile peggioramento del dolore che però è diverso dal dolore per giungere ad un netto miglioramento dello stesso.  E però importante segnalare che questo lavoro può non essere  duraturo.

Infatti i dolori ad eccezione dei traumi recenti hanno una componente talmente complessa da non poter sempre riconoscere  la vera causa che li ha originati. Alcune volte dolori apparentemente semplici e ritenuti di natura esclusivamente meccanica o posturale sono l’espressione di tensioni interne o viscerali e vice versa. Solo trattandoli in modo corretto e protratto  la loro vera natura e origine saltano fuori.

Potrei ripetere quello che dice il Dott Giulio Picozzi  ai suoi corsi “non trattare il dolore con l’agopuntura equivale a non far pulire il pavimento alla donna di servizio!” e aggiungerei che non utilizzare la miofibrolisi in caso di dolore muscolo scheletrico equivale a non usare la scopa per pulire il pavimento. La combinazione dei due trattamenti produce un lavoro completo a 360 gradi; la miofibrolisi lavora dall’esterno verso l’interno e l’agopuntura dall’interno verso l’esterno. Associando le due metodologie il risultato si raggiunge più velocemente.

La miofibrolisi è una tecnica che utilizza strumenti metallici a punta di varia forma, capaci di raggiungere i diversi distretti muscoloarticolari anche più profondi, come le inserzioni tendinee ovvero i punti dove il tendine si inserisce sull’osso. L’utilizzo di questi strumenti consente di individuare i triggers points anche più profondi e di eliminarli riordinano le fibre che li compongono.

Oggi nella medicina occidentale si usa l’infiltrazione con anestetici o analgesici dei punti trigger  così come nella medicina cinese si punge direttamente il punto trigger o ashi, queste tecniche hanno una loro efficacia ma non lavorano sull’intero sistema fasciale come invece fa la miofibrolisi.

Eliminato il trigger point l’energia e il sangue potranno nuovamente circolare liberamente in quel distretto, senza ingolfarsi o bloccarsi; ecco perchè l’agopuntura e la miofibrolisi seppur  indipendenti possono diventare trattamenti terapeutici complementari per la risoluzione di diversi dolori muscolo scheletrici.

E chiaro che se esiste una postura scorretta  o microtraumi ripetuti dovuti all’attività lavorativa, il risultato potrà essere incompleto e necessiterà quando possibile di un lavoro di rieducazione fisica e  correzione posturale.

Per quel che riguarda l’aspetto emozionale, l’agopuntura potrà aiutare limitare le tensioni, ma talora richiederà anche un’opera di introspezione e di consapevolezza che porti ad un cambiamento  reale e tangibile della vita e del modo di affrontarla.

Pertanto nel caso di alterazioni degenerative permanenti quali l’artrosi o deformazioni scheletriche anche gravi, così come negli esiti di traumi, il trattamento con la miofibrolisi e, meglio ancora, il trattamento combinato miofibrolisi-agopuntura  saranno in grado di ridurre la componente dolorosa in modo soddisfacente consentendo una limitazione della terapia antidolorifica e miorilassante.

Articoli correlati:

Come abbassare i valori di colesterolo in modo naturale

21/10/10

Catherine Bellwald Come abbassare i valori di colesterolo in modo naturaleApriamo un capitolo di grande interesse medico scientifico oltre che divulgativo:  per dislipidemie si intende un aumento della concentrazione plasmatica di grassi nel sangue, per lo più colesterolo e trigliceridi o entrambi.

Oggigiorno, con il miglioramento della biochimica, l’attenzione si è focalizzata non solo sull’aumento del colesterolo e dei trigliceridi presi singolarmente come si faceva una volta ma sul rapporto presente tra i diversi tipi di colesterolo e i trigliceridi.

I pazienti più aggiornati sanno che bisogna avere un buon rapporto tra colesterolo totale e HDL  compreso tra 4 e 5 per essere in buona salute. Secondo il biochimico Barry Sears anche il rapporto tra trigliceridi e HDL è fondamentale e deve essere inferiore a 4.

Ma torniamo un pò indietro cosa sono i trigliceridi e il colesterolo per il corpo umano?

Innanzi tutto sono grassi e su questo non si discute, quindi sono insolubili in acqua, questa caratteristica fa si che  i grassi presenti nel corpo non possano  essere assorbiti senza un processo di esterificazione mediato dai sali biliari, prodotti dal fegato e immagazinati nella colecisti e non possono viaggiare liberamente nel sangue senza essere legati alle lipoproteine a bassa o alta densità ( vedi LDL, VLDL, HDL)

La seconda cosa importante è  sapere che possiamo produrre lipidi in modo endogeno partendo sia da glucidi che da proteine, la fonte maggiore di produzione proviene certamente dai glucidi.

Si ritiene che ben l’80 % del colesterolo dipenda dalla produzione interna e non dalla quantità di colesterolo introdotto con l’alimentazione. Sono gli zuccheri in eccesso che aumentano la loro produzione e in particolare come dice alle sue conferenze il Dott Berry Sears sono i glucidi a basso costo e i grassi idrogenati o trans ad aumentare, attraverso l’alimentazione, la capacità di produrre il colesterolo endogeno dannoso ovvero LDL.

Un altro aspetto su cui è opportuno fare una riflessione è il considerare il colesterolo come un elemento di vitale importanza e non solo un pericolo; esso infatti entra nella costituzione di sostanze  complesse come gli ormoni steroidei, fra cui testosterone, cortisolo, estrogeno, progesterone e molte altre molecole altamente specializzate come la Vitamina D per fare un esempio.

Il livello di colesterolo nel paziente anziano è inoltre considerato come un importante  indice di salute. Nel paziente ultraottantenne infatti avere un colesterolo basso è strettamente collegato con una aumento della morbilità (possibilità di ammalarsi) e della mortalità (possibilità di morire) ed è considerato come un segno di fragilità.

Un altro fattore sul quale è utile riflettere è che il valore di allarme del colesterolo sembra abbassarsi sempre di più con il passare degli anni così come i valori di ipertensione arteriosa. Una volta il valore critico era 260 mg oggi è 200mg e per soggetti a rischio sembra scendere ulteriormente.

E’ di grande interesse la diatriba sui reali rischi ed efficacia della classe di farmaci più usati per ridurre il colesterolo: le statine. Le statine inducono una riduzione della produzione endogena di colesterolo attraverso un’azione diretta sull’ enzima che lo genera, un’azione parallela sarebbe però anche presente sul tessuto muscolare per analogia di molecola.

(continua…)

Articoli correlati:

Sindrome da arto fantasma: la cura esiste!

10/8/10

Catherine Bellwald Sindrome da arto fantasma: la cura esiste!La sindrome da arto fantasma è la percezione fisica, molto spesso fastidiosa e dolorosa, di un segmento del corpo in seguito ad amputazione dello stesso.

Per lunghissimi anni in occidente i pazienti affetti da questa patologia, in particolare i reduci di guerra, sono stati considerati visionari e trattati con dosi massicce di farmaci antidepressivi e antipsicotici.

La triste ma reale somma algebrica era: alterazione della realtà uguale disturbo della personalità.

Sono dovuti passare anni, e descrizioni lucide e dettagliate  da parte degli sfortunati pazienti, prima di ammettere che una base scientifica all’origine di questo disturbo potesse esistere.

Ecco che oggi la cosa si spiega  con la presenza  nel cervello di uno  schema rappresentate l’intero corpo che non si modifica dopo l’avvenuta amputazione.

E’ come se  i nervi recisi andassero in tilt e continuassero a mandare  informazioni  in salita sul segmento amputato. Il più delle volte non si tratta solo della sensazione di avere ancora il segmento, ma di sensazioni esasperate (che in neurologia vengono descritte come disestesie) e che di solito sono la conseguenza di una nevralgia o infiammazione del nervo colpito.

Prurito, freddo, caldo, dita accavallate, dolore, sono di solito sensazioni sgradevoli ma soprattutto che non danno tregua. In un certo senso è come se il cervello fosse sopraffatto e invaso da queste informazioni fasulle in entrata. Non esiste farmaco  in grado di dare  sollievo a questo disturbo in modo permanente e soddisfacente. Meglio sarebbe dire che purtroppo sono moltissimi  i farmaci utilizzati in questo campo in modo del tutto sperimentale. La Marihuana è fra le sostanze più utilizzate, anche se in molti casi la dipendenza e le dosi inevitabilmente aumentano col tempo.

Anche in questo caso i medici le tentano tutte, pur consapevoli dei danni secondari di molte sostanze farmacologiche, e ancora  nessuno pensa al possibile utilizzo dell’agopuntura. Sono andata a cercare su Pubmed e sono in effetti pochi e poco significativi i lavori scientifici proposti a favore dell’utilizzo dell’agopuntura nella sindrome dell’arto fantasma (come per moltissimi altri disturbi, d’altronde).

Io stessa, fino a qualche mese fa, non avevo mai avuto modo di trattare nessun paziente affetto da questa patologia. Cionostante, quando un paziente mi ha chiesto telefonicamente se poteva funzionare, in modo impulsivo e senza avere dubbi ho risposto in modo affermativo. Questi anni di lavoro con la sola agopuntura mi hanno permesso di percepire, anche se talora in modo del tutto istintivo, le possibilità terapeutiche di questa antica disciplina.

Sul dolore in genere, e in particolare sul dolore nevralgico, l’applicazione dell’agopuntura è potentemente antalgica ed efficace; perché non dovrebbe esserlo anche sull’arto fantasma? Presa da entusiasmo ho subito telefonato al mio maestro, il Dott. Picozzi, che si occupa di agopuntura da oltre 20 anni ed è forse l’agopuntore Italiano  con più alta casistica di pazienti trattati. Anche lui mi ha detto di non avere mai trattato pazienti amputati e che ricordava solo il caso di un paziente, all’inizio della sua carriera, che per giunta si era sottoposto a pochissimi trattamenti.

Articoli correlati:

Grassi idrogenati: danni e pericoli.

26/7/10

Catherine Bellwald Grassi idrogenati: danni e pericoli.Tutti conoscono la fama del colesterolo, inteso come grasso pericoloso per il sistema circolatorio e quindi come fattore di rischio per le patologie cardiocircolatorie in genere.

Forse sono meno le persone in grado di sapere che esistono anche altri grassi estremamente pericolosi con una ridotta fama popolare, sono i grassi trans, detti anche grassi idrogenati.

In America, e in particolare  a New York, esiste una battaglia molto spinta per far eliminare dai ristoranti e dalle industrie alimentari questi nocivi e nuovi ingredienti. In termini semplici sono acidi grassi per lo più di origine vegetale che attraverso la cottura ad alte temperature o attraverso sistemi di lavorazione chimica vengono trattati mediante idrogenazione, modificano così la loro struttura chimica dalla quella naturale in “cis” a quella artificialmente prodotta in”trans”.

Grazie al metodo con il quale dagli inizi del xx secolo vengono prodotte numerose margarine di origine vegetale, si sono creati in questo modo grassi a basso costo che hanno invaso l’industria alimentare a macchia d’olio. Biscotti, merendine, focacce, pizzette, e quasi tutti i prodotti confezionati possono contenerli e tutte le fritture ne sono ricchissime. Pensate che le tanto amate patatine fritte ne contengono un quantitativo pari al 45% del loro peso. Esistono grassi trans naturali presenti per esempio nel latte vaccino e in alcuni vegetali ma il loro effetto biochimico dannoso non è neppure lontanamente paragonabile a quello delle forme trans ottenute chimicamente.

Pensate che l’Institute of Medicine of the National Academies of Sciences, (IOM) ha proposto per i grassi trans la tolleranza zero.

Questo significa che dovrebbero essere aboliti dalla produzione. Secondo numerosi ricercatori i grassi trans  sono responsabili di una rilevante alterazione sul metabolismo dei lipidi abbassano il colesterolo HDL e alzano quello LDL, aumentano  il numero degli adipociti ovvero delle cellule di tessuto adiposo, la produzione di radicali liberi, la produzione di insulina e riducono il metabolismo degli omega 3. Sono poi  molte altre le interferenze biochimiche e le implicazioni sui delicati sistemi interni, in particolare sul sistema ormonale e su quello immunitario.

In particolare, dal lavoro condotto dal biochimico Barry Sears, emerge che i grassi trans, allo stesso modo dei “fans” (farmaci antinfiammatori non steroidei) bloccano la produzione di alcuni ormoni detti eicosanoidi, deputati alla rigenerazione cellulare, alterando l’equilibrio tra quelli rigeneranti e quelli proinfiammatori deputati alla distruzione cellulare.  Ne consegue uno stato infiammatorio silente cronico.

(continua…)

Articoli correlati:

Stampelle: istruzioni per l’uso

7/6/10

Catherine Bellwald Stampelle: istruzioni per lusoLe stampelle sono chiamate anche canadesi ma scordatevelo; non si tratta di due giovanotti biondi e alti! Sono gli ausili più usati in caso di trauma a un arto inferiore. L’appoggio delle mani sull’impugnatura e il sostegno dei gomiti consentono di fare forza in modo sufficiente anche per scaricare completamente un arto dal suo peso.

Ma attenzione: non sono così facili da usare anzi direi che è molto facile usarle in modo scorretto, il ritmo del passo deve essere totalmente coordinato e ben organizzato mentalmente.

In caso contrario  questo ausilio può anche essere uno strumento potenzialmente pericoloso per spalle, gomiti, polsi ma anche ginocchia e rachide e per cadere ovviamente! Insomma un vero disastro; eppure ci si preoccupa ancora poco di insegnare il loro corretto utilizzo.

Quindi la prima raccomandazione è  quella che, se dovete usarle in ambiente domestico per un trauma minore come una distorsione, se potete non esitate e fatevi insegnare da un fisioterapista le basi del loro corretto utilizzo, è sufficiente una mezzo’ora  di training per imparare.  E poi come con la bici,  non si scorda più! In particolare è necessario capire come scaricare il peso sul piano e  il modo di usarle per salire e scendere le scale.

Per alzarsi in piedi partendo dalla posizione seduta usate  la gamba sana e entrambe le braccia possibilmente sui braccioli se presenti,  non usate le stampelle per alzarvi in piedi rischiate di fare leva sulle spalle e procurarvi delle lesioni. Per quello che riguarda l’arto coinvolto o se preferite la gamba malmessa! a meno che non vi sia un gesso o un tutore o un  indicazione al completo scarico, si consiglia  di piegarla e atteggiarla esattamente come fate con la gamba sana. A  questo punto è sufficiente  caricare maggiormente o completamente, a seconda delle necessità, la gamba sana, evitando così atteggiamenti eccessivi di evitamento dal carico su quella malata, che possono poi ritardare il processo di guarigione e il normale recupero funzionale.

Una volta in piedi il punto chiave è non avere fretta di  camminare, infatti prima partono le stampelle e questa è la prima regola, poi segue la gamba offesa e questa è la regola numero due.

Se si desidera scaricare molto il peso non serve piegare la gamba e saltellare, anzi è pericoloso. Si esegue un carico chiamato sfiorato, ovvero solo il 10-20 % del peso andrà sull’arto malato, ma  il piede della gamba malata a meno che non vi siano tutori particolari, viene appoggiato a piatto e non solo la punta.

Una volta portate avanti le stampelle quindi  la gamba malata viene attentamente messa in mezzo ai bastoni, questa è la fase oscillante, ovvero fino ad ora si carica ancora solo sulla gamba sana. In questa fase  detta oscillante è necessario evitare di tenere la gamba malata troppo rigida, modello gamba di legno per intenderci, ma è utile piegarla delicatamente e farla oscillare in avanti in modo naturale ( in caso di tutore il discorso è chiaramente legato alla rigidità del tutore). La fase oscillante deve essere considerata come una fase di preparazione al carico e deve essere eseguita attentamente e con calma.

La  fase successiva detta di carico, prevede di trasferire il carico sulla gamba malata per fare oscillare in avanti la gamba sana, il peso  del corpo viene a questo punto  portato il più possibile sui bastoni e il passo sarà eseguito in modo veloce portando la gamba sana alla stessa altezza del piede malato.

(continua…)

Articoli correlati:

La Cellulite, non prendiamoci per il culo!

2/6/10

Catherine Bellwald La Cellulite, non prendiamoci per il culo!Succede molto spesso che ci si ricorda della odiosa cellulite quando si avvicina l’estate. Succede lo stesso anche con il seno; una mia conoscente senologa, mi riferisce  un netto aumento di visite senologiche con l’avvicinarsi dell’estate, come se le donne si accorgessero di avere un seno solo prima dell’estate!

le cellulite non ha bisogno di presentazioni è conosciuta da tutte le donne, ma alcune costituzionalmente sono più soggette e impattano con questo inestetismo sin da giovanissime.   Tutte le donne sanno  che la cellulite non cala con il peso, esistono donne magrissime con quadri severi di cellulite e donne in deciso sovrappeso senza un ombra di cellulite.

Per la medicina cinese la cellulite è un accumulo di freddo-umidità creata e  che crea a sua volta una cattiva circolazione sanguigna e energetica; come ho già più volte affermato l’umidità è certamente un patogeno insidioso, difficile da mandare via, per il quale  è necessario asciugare e scaldare,  un pò come si fa con l’umidità presente in una casa.

(continua…)

Articoli correlati:

Translator
Mailing List:

Email:

Dì che ti piace su FB!

Un post a caso
  • La dieta perfettamente in zona... erogena

    Tutti conoscono il potere afrodisiaco di alcuni cibi fra i quali i crostacei e i molluschi ma anche i frutti di bosco, in particolare i lamponi, dicono la loro. In medicina cinese si dice che sono cibi ricchi di yang o di jing quindi danno energia e nutrono, rendendo piu' fertili e maggiormente
Tracce di Profumo

La rubrica di Valeria


Cerca nel blog
Commenti Recenti:
  • Loading...