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Trovare il tempo per curarsi

Succede sempre più spesso che i pazienti abbiano dei grossi impegni lavorativi che hanno la precedenza sulla possibilità di prendersi del tempo per curarsi. Fissare gli appuntamenti diventa quasi un incubo, come se il prezzo da pagare in quantità di tempo dedicato fosse un problema insormontabile.

Il tempo che abbiamo per noi in effetti è diventato un problema molto serio. Quando si tratta di un dolore al gomito come in una epicondilite oppure un ginocchio o una cefalea siamo capaci di continuare a lavorare come se niente fosse, ignorando il disturbo, magari lamentandoci ma senza trovare il tempo per occuparcene in maniera seria.

Occuparcene significa rubare del tempo prezioso al nostro stile di vita e questo non è facile, è più facile prendere una bustina di antinfiammatorio al mattino, è più facile resistere al dolore ma non mollare. Il nostro senso del dovere, i nostri obblighi lavorativi prendono il sopravvento. A questo punto la frase di Platone acquista il suo attualissimo valore: “Esiste una medicina per gli uomini liberi ed esiste una medicina per gli schiavi…“. Quando l’efficienza lavorativa viene messa davanti alla salute non stiamo curando la persona ma solo tamponando la situazione.

Alla lunga questo atteggiamento di non presa in carico porta a maggior malessere dell’intera persona, il dolore diventa cronico e con esso si accumulano altri disturbi talora anche solo farmacologici o semplicemente secondari, contratture multiple, stanchezza cronica, mancanza di possibilità di fare attività di svago o sportive, alterazioni del sonno, ansia e depressione che in alcuni casi sono il disturbo cardine.

Occuparsene andando regolarmente a fare dei trattamenti mirati, eseguire quotidianamente degli esercizi dedicati, fare attenzione alle abitudini potenzialmente pericolose  evitandole, tenere un regime alimentare diverso dal solito. Sono tutte richieste che per alcuni sembrano eccessive. La resistenza di alcuni diventa un vero ostacolo al successo del trattamento.

Avere una semplicissima continuità di trattamenti diventa un miraggio, succede che per fare i primi 6 trattamenti si possa arrivare a metterci 3 mesi e in questo modo non funziona o funziona poco. I risultati tardano a venire: il corpo è una macchina e all’inizio ha proprio bisogno di essere avviata con decisione sulla nuova strada, in quanto tende sempre a riproporre meccanicamente le strategie ormai solidamente consolidate nel suo passato.

Quando il paziente capisce che ricavarsi un tempo personale per poter venire in studio a fare i trattamenti fa parte della sua cura, questa diventa un motore per uscire più velocemente dal suo disturbo. Venire in studio poi non significa scaricare solo quello che non va nel proprio stile di vita come fosse solo un sacco della spazzatura da abbandonare ma vuol dire ascoltare e ascoltarsi imparando ad inserire nuove piccole ma importanti strategie da mettere in atto per vivere meglio. Il primo atteggiamento è esclusivamente passivo e il secondo è attivo.

La vera cura è un processo complesso che si raggiunge insieme, quando riesco a far scattare questo meccanismo i risultati sono talora meravigliosi e si riflettono sull’intera persona in modo molto visibile talora coinvolgendo grandi cambiamenti di vita.

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