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La malattia del protagonismo

Si tratta di una vera e propria patologia, grazie a Dio non contagiosa, ma che miete comunque numerose vittime in tutto il mondo.

Il soggetto malato non è in grado di accorgersi di essere affetto da una patologia; è e resterà sempre convinto di essere nel giusto più totale, protagonista indiscusso che muove il mondo, crea ogni circostanza, capisce ogni cosa e persona a lui vicina, colui appunto che decide chi è degno e chi non è degno della sua vicinanza e fiducia, senza la quale niente è possibile.

Il suo ruolo da primadonna viene fortemente voluto e accettato da tutti coloro che dipendono da lui, possono essere famigliari,  le persone che lo circondano in ambito lavorativo-professionale o sentimentale o tutte le cose insieme.

Lui è l’attore principale del film e lui fa le regole, decide chi è bravo e chi no, e qui scatta la vera follia di coloro che orbitano come comparse, tecnici fonici, sarti e organizzatori del mondo cinematografico; ognuno desidera salire in questa scala di considerazione e farebbe qualunque cosa pur di essere il più bravo, far carriera e avanzare di grado.

Il protagonista tiene tutti in scacco: quando lui parla si cerca di non perdere una parola, quando desidera una cosa si cerca di accontentarlo, quando ha un’opinione la si sposa a prescindere dal fatto che abbia senso oppure no. Chi lo vive molto da vicino non sa più realmente cosa gli piaccia fare realmente, quali siano i propri  veri gusti, la propria indole profonda e il proprio personale carattere in quanto si confonde con il protagonista e ne assume l’identità; si veste come lui, parla come lui e si atteggia come lui. E’ ovviamente l’unico modo per non entrare in conflitto, oppure non finire in fondo alla classifica dei degni o addirittura (Dio non voglia) esserne completamente esclusi.

Le individualità dei singoli componenti del gruppo si sono perse, tutti seguono in maniera acefalica, con totale abnegazione e orgoglio di appartenenza il loro indiscusso e riconosciuto capobranco. Il leader, capobranco o come lo vogliamo chiamare è spesso realmente una persona con capacità personali superiori alla norma, nella cui testa esiste un mondo tutto suo dove lui è il centro e genera movimento, cambiamento ed evoluzione. Lui si sente  il portatore e anche il responsabile di un cambiamento che va ben oltre le personalità delle persone che scelgono di seguirlo. Ecco che nulla in termini di sacrificio personale, servilismo e totale perdita di individualità lo turba, anzi è convinto di aiutarli ad uscire dalla loro piccola e mediocre esistenza.

Quando un leader di questo tipo, magari socialmente potente, si comporta in maniera scorretta, quando manca di rispetto verso il prossimo, quando abusa del suo potere, automaticamente tutti coloro che appartengono al suo ambiente si sentono autorizzati a fare altrettanto. Ecco che le vittime possono diventare molte di più di quanto non si possa immaginare e a quel punto il vero problema sono i singoli membri del gruppo incapaci di avere una visione personale, di uscire dall’unica visione possibile (quella del loro leader); un po’ per paura, un po’ per abitudine, un po’ perché non sanno più come si fa a guidare la propria vita da soli senza l’approvazione del capo al quale si sono affidati totalmente e dal quale ricavano piacere nel sentirsi importanti.

Questa dinamica di gruppo è sempre esistita e sempre esisterà, in misura maggiore o minore, in qualunque gruppo professionale, religioso, culturale a meno che tutti i membri del gruppo non abbiano strutturato una individualità propria e il leader abbia ben presente che una cosa è il gruppo e il suo obiettivo e tutt’altra è la conservazione o la formazione dell’individualità singola e anche totalmente diversa di ogni membro. La libertà di espressione personale svincolata dalla paura di perdere il consenso del leader da parte di ognuno  deve essere coltivata e voluta soprattutto da parte del leader stesso che però quasi sempre si ammala gradualmente di protagonismo perdendo di vista la realtà a fronte di un mondo fasullo fatto esclusivamente di consensi; è una droga dalla quale difficilmente ci si disintossica e ne consegue che il gruppo tutto si ammala fino ad estinguersi non senza aver generato sofferenza e disarmonia talora anche sorprendentemente grave.

Per chiunque si trovi dentro a un gruppo così distorto è praticamente impossibile riconoscersi in questa dinamica malata, per chiunque ne sia fuori è facilissimo riconoscere i segnali di questo pensare a senso unico e chiuso; ecco perché il gruppo non si mischia con persone “esterne”: non ne è praticamente capace, perché rifiutato e non appoggiato dagli altri.

Questa dinamica sociale malata non è appannaggio esclusivo dei gruppi definiti “sette” ma può insediarsi in tutti i gruppi con un leader forte e carismatico, un pericolo ben descritto in diversi testi, che ha portato spesso al fallimento di obiettivi sociali-culturali e spirituali anche di elevatissimo livello.

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