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Stare in piedi non basta: bisogna lavorarci

Diciamo spesso “stare in piedi“, “cadere in piedi“, come se fosse uno stato di successo garantito. In realtà si tratta di uno stato di possibilità potenziale. Continuo a vedere persone che in piedi non sanno stare, persone che buttano in fuori la pancia, chiudono le spalle, abbassano  o inclinano da un lato il viso senza accorgersene.

Altre persone che da sole non possono stare e necessitano di un bastone psicologico continuo, questo bastone può essere darsi da fare per gli altri e sentirsi utili anche fino allo svenimento, oppure sentirsi superiori in intelligenza e capacità e ancora il suo esatto contrario sentirsi incapaci o bisognosi dell’aiuto altrui.

Se non abbiamo lesioni articolari o muscolari o neurologiche, in piedi sappiamo stare di default ma non basta! Dobbiamo impegnarci per creare un lavoro che strutturi in noi una possibilità di camminare, di raggiungere mete anche lontane, di sollevare e costruire senza distruggerci.

Esattamente come un bambino che struttura il suo corpo, passando dal carponi al ginocchio e finalmente in stazione eretta, noi allo stesso modo dobbiamo continuare a perfezionare la nostra stazione eretta senza tralasciare nulla. Partendo dai piedi come appoggio bilanciato e corretto e lavorando sulla tonicità delle gambe, dell’addome e di tutto il rachide.

Un lavoro anche segmentario di ogni gruppo muscolare come un body builder, perchè no, ma anche un lavoro complessivo di ascolto come nella posizione della montagna o Tadasana, ma più di tutto in un lavoro di presenza che ci consenta di applicare il più possibile la nostra azione attiva.

La nostra spinta antigravitaria o attivazione della muscolatura profonda da cosa dipendono?

Da riflessi a partenza sensoriale di tipo neurologico presenti in diversi organi di senso, fra cui la stimolazione plantare cioè della pianta dei piedi di cui ho già parlato in un post e che può essere un punto di partenza e di lavoro a qualunque età.

Le condizioni del nostro tono e trofismo muscolare che possono essere di partenza più o meno favorevoli a seconda della genetica e dell’esperienza fisica che abbiamo avuto fino ad ora e che dovranno continuamente essere rinforzati ma fino a qui tutti sono d’accordo.

E’ facile farsi male in palestra soprattutto se non ci siamo mai andati, quando si passa all’esercizio segmentario ripetuto in serie  oppure ad esercizi che coinvolgono più articolazioni,  è possibile fare degli errori, di solito questo avviene quando non si fa lavorare bene il rachide che è il centro di sostegno dell’intero corpo. In sintesi il rachide deve essere il primo grande sostegno per rinforzare gli arti  e non viceversa.

E piuttosto comune pensare a rilassare i muscoli del rachide con esercizi di allungamento quasi sempre in flessione, esercizi di chiusura (toccarsi i piedi per chi fa riscaldamento classico oppure l’aratro, halasana, e la pinza, paschimottasana, per chi fa yoga) ma spesso ci dimentichiamo che i muscoli estensori, non lavorando correttamente durante il giorno a causa della nostra vita sedentaria, sono già troppo lunghi e questi esercizi di chiusura anteriore spesso sono controproducenti se non abbinati ad esercizi opposti di estensione attiva. Mi capita spesso di vedere persone fare solo esercizi di chiusura nella loro Sadhana personale e se la posizione di paschimottasana o halasana è incredibilmente efficace in senso energetico e di interiorizzazione è proporzionale il danno che può generare quando la muscolatura estensoria non è sufficientemente tonica e trofica. Il tutto si accresce a causa di testi di yoga più o meno recenti dove questi esercizi vengono consigliati per trattare specificatamente ernie o discopatie lombari, sconsigliando o non menzionando proprio magari le asana utili.

Attenzione: questi pericoli ci sono per tutti, body builder e yoghini, solo per fare due comuni esempi, e diventano un danno assicurato quando la muscolatura profonda del rachide non è strutturata.

Ma come fare a strutturare la muscolatura profonda? Ebbene nello yoga esistono esercizi di respirazione capaci di attivarla in maniera diretta, la respirazione diventa quindi non solo un mezzo per attivare dei circuiti energetici e biochimici utili a tutto l’organismo ma anche fisici. L’attivazione di  mula bhanda, o contrazione del pavimento pelvico e di uddiyana bhanda, o contrazione diaframmatica, sono da considerare i due pilastri del movimento in grado di  stabilizzare e rinforzare tutto il rachide.

Si tratta di due chiusure muscolari di protezione che dovrebbero esser innate ovvero costituite da muscoli che normalmente si attivano spontaneamente in alcune circostanze ma che oggi con la vita sedentaria sono sempre più deboli e carenti. La loro attivazione volontaria ci consente di far fronte a diversi sforzi fisici e anche psichici sostenendoci nel vero senso della parola.

La loro pratica quotidiana ci rende più forti e capaci di restare attenti, migliora lo svuotamento gastrico, intestinale e vescicale, facilita la vita sessuale e gli organi sessuali  a restare in sede senza prolassare e infine ci aiutano a stare in piedi: non diamo per scontato di saperlo fare.

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