La cultura del fare

Sono tantissimi i  pazienti che arrivano in studio con un’importante tensione sia fisica che psichica, persone che fanno fatica anche solo a  stare ferme per la durata della seduta di agopuntura, la loro mente è costantemente in azione nella programmazione di quello che dovrà seguire.

Nessuna capacità di creare una pausa, un silenzio mentale, una vera immobilità interna oltre che esterna. Quasi tutte queste persone affermano di non essere tagliate per la pratica dello yoga e tanto meno per la meditazione, loro devono fare, devono essere costantemente nell’azione, senza di essa sono persi e vivono un grande disagio che appunto preferiscono evitare.

La sensazione è quella di perdere del tempo prezioso togliendolo dalla lista infinita di cose che devono o vogliono fare. Ecco che al posto di fare attività che portano al rilassamento scelgono attività in movimento ottimizzando quindi il loro tempo nell’idea di realizzare nuovamente un progetto come quello di stare in forma.

Si tratta di una visione piuttosto comune e diffusa, figlia a mio parere non della personalità quanto della cultura nella quale siamo immersi che è appunto la cultura del supremo fare. Alla fine di una giornata non importa quanto stiamo stanchi: conta quello che abbiamo fatto, tutto il resto passa in secondo piano; la nostra persona passa in secondo piano, che dico: all’ultimo piano e questo grazie alla soddisfazione di aver concluso diverse cose che diventa un piacere vero e proprio . Veniamo educati così sin da bambini.

La verità è che coltiviamo solo un aspetto della nostra vita: quello esteriore, evitando e allontanando il contatto con il mondo interiore che non è quello della mente che invece è sempre presente e sottointende tutte le nostre decisioni, progetti e programmazioni dettagliate, ma quel mondo decisamente immateriale e impalpabile la cui grandezza può essere infinitamente estesa e, badate bene, grandemente utile a tutti gli uomini.

Il mondo interiore è come una casa, un rifugio, un luogo dove ritrovarci, ascoltarci e sentire quello che veramente siamo. Molto di più delle cellule che compongono il nostro corpo fisico a dire il vero… In questo luogo nessuno e niente ci può essere portato via, si tratta di uno spazio che ci accompagnerà fino alla morte e oltre, un compagno fedele che a differenza degli animali  è immortale e quindi non ci abbandonerà mai.

Il nostro corpo invece e le nostre attività sulle quali investiamo tutto il nostro tempo che è indiscutibilmente il nostro bene più prezioso, sono destinati a cambiare e con il passare degli anni si ridurranno. Anche se è più che giusto mantenersi in forma il più possibile nel corpo e nella mente e oggi la vecchiaia arriva molto più tardivamente, è altresì vero che gli anni comunque ci porteranno dei grossi cambiamenti che senza dubbio verrano  considerati delle perdite a meno che non si guardi al nostro mondo interiore. Questo è l’unico che potrebbe ancora svilupparsi grazie al fatto che avremo più tempo per noi stessi e meno attività che ci impegneranno.

Come tutto però non possiamo improvvisarci quando ci serve: se non abbiamo mai cucinato neanche un uovo, non possiamo preparare un cenone per 20 persone senza combinare pasticci. Lavorare sul nostro interno può essere anche un fatto spontaneo ma ci si può addestrare attraverso la pratica come con qualsiasi altra attività.

Imparare a coltivare uno spazio e un silenzio dentro di noi dove la mente resta in disparte come un testimone è la miglior cosa ci possa capitare e questo vale anche per coloro che incontriamo sulla nostra strada. Quando siamo in quello spazio interno le avversità della vita prendono una distanza e un significato diverso, come dire… meno personale. Impariamo ad ascoltare gli altri e non solo con le orecchie. Viviamo sentendoci vivi dentro, diventando naturalmente grati per quello che abbiamo.

Non mi sembra poco e possiamo impararlo tutti è qualcosa di molto più naturale di quanto non si pensi; ecco perché nelle mie sedute di agopuntura invito i miei pazienti a provare questo contatto interno attraverso l’utilizzo di tecniche respiratorie e di rilassamento. E se a qualcuno nascesse il desiderio di sviluppare maggiormente questo aspetto, considererei il fatto un’autentica benedizione e una speranza per la nostra società e per la nostra cultura.

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