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Come si forma un trigger point: un curioso caso di dolore al piede

Recentemente ho avuto un caso di dolore piuttosto curioso capace di fare luce sul meccanismo all’origine del dolore, inteso come fenomeno ancora non completamente chiarito dal punto di vsita neurofisiologico.

Si tratta di un giovane paziente di 40 anni sportivo senza dolori di alcun genere e senza patologie di rilievo abituato a non assumere farmaci. Mentre deambulava in cucina a piedi nudi si è ferito con una microscopica scheggia di vetro all’altezza della 2° testa metatarsale.

Da quel momento inizia a deambulare in modo del tutto scoretto per la presenza di una sensazione di dolore puntorio costante a riposo e soprattutto durante la deambualzione e il carico. Il dolore prosegue per alcuni giorni e al posto di migliorare come atteso per la cicatrizzazione della ferita continua a peggiorare.

Il sospetto più fondato fu che vi fosse rimasta una microscopica scheggia di vetro nel piede a giustificare il dolore decisamente fastidioso. Per togliersi questo dubbio la ferita fu aperta con un bisturi e pulita per bene. Ma il dolore non ne voleva sapere di migliorare anzi diventava giorno dopo giorno più fastidioso. Alterando non di poco la deambulazione fino a una franca zoppia.

Questo caso clinico è perfetto per far capire come un piccolissimo incidente possa generare una catena di eventi responsabile di un dolore osteoarticolare anche di grado moderato severo. Un dolore molto profondo sul tessuto che alla palpazione si rifletteva sulla testa metatarsale in modo vivo.

In un occasione diversa il paziente sarebbe ricorso a una serie di lastre e indagini radiologiche per indagare se non vi fosse una lesione, saremmo arrivati anche a una risonanza magnetica per escludere un neurinoma. E’ molto frequente che i miei pazienti abusino degli esami radiologici come primo gesto terapeutico il più delle volte senza trarne alcuna informazione utile.

Il piede, e in particolare la pianta, è stata lungamente studiata per la sua peculiare struttura osteoarticolare costituita da numerose piccole ossa messe in tensione a formare un arco  da una fascia elastica oltre che da molteplici muscoli e legamenti in grado di creare una compattezza tra i diversi ossicini e nello stesso tempo una possibile mobilità degli stessi allo scopo di ammortizzare il nostro peso e naturalmente la forza impressa da movimenti complessi come il salto e la marcia.

Lavorando con la tecnica delle miofibrolisi sull’intera fascia plantare e insistendo sul punto doloroso era possibile percepire come una sorta di indurimento del tessuto localizzato in profondità come una specia di piccola pallina. Usando strumenti via via più appuntiti e andando a lavorare in profondità sul tessuto fibroso inserzionale ovvero che si inserisce sulle ossa e sulle articolazioni il dolore diventava molto vivo.

Ci sono volute diverse sedute di tattamento prima di poter lavorare a fondo con una piccola punta non più grande di 3-4 mm alla quale era necessario imprimere una vibrazione per accedere ai piani profondi in modo significativo. Il dolore gradualmente si dissolveva e il tessuto doloroso diventava via via più piccolo e difficile da cercare durante il trattamento.

E’ incredibile pensare che un microtrauma come una piccolo taglio causato da un insignificante vetrino possa generare un dolore così severo e persistente nel tempo. Un dolore difficile da spiegare e da collocare, in quanto la sensibilità percettiva simulava un dolore puntorio del tutto simile a quello di partenza. Ricordiamo che il dolore è uno stimolo sensoriale che parte da recettori specifici e segue una via nervosa specifica.

Il fatto che il tessuto fibroso accorciato e contratto fosse in grado di generare un dolore del tutto simile al taglio che lo aveva generato lascia pensare a una sorta di memoria del dolore impressa nel sistema recettoriale e sensoriale. Un dolore che non trattato avrebbe causato ulteriori disagi proprio per la creazione di una deambulazione non corretta, potenzialmente nociva quindi sull’intero rachide e su molteplici  strutture tendinomuscolari ma anche potenzialmente trattabile con trattamenti chirurgici successivi non scevri da rischi.

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