L’effetto antiplacebo esiste

Siamo tutti abituati a pensare che l’ego sia di per sé un fattore negativo che toglie agli altri per donare unicamente a se stessi in modo del tutto egoistico. In realtà l’ego non è solamente questo,  attiene alla formazione di un centro, alla creazione di un individuo, alla consapevolezza della nostra unicità, un’unicità che non abbiamo creato noi ma che esiste in seme al nostro interno e che solo noi possiamo sviluppare o spegnere nel corso della nostra più o meno breve esistenza terrena.

Questo consapevolezza di fare parte del tutto ci rende pronti quindi a cedere e donare questa nostra unicità e non già a tenercela gelosamente stretta per paura di perderla!

Un altro fenomeno assolutamente crescente e sempre più acreditato dagli scienziati è quello di attribuire l’intelligenza all’organo cervello e quindi anche alle sue componenti microchimiche. Si tratta di ragionamenti tendenziosi e decisamente fuorvianti. Le lesioni al cervello causano deficit cognitivi ed intellettivi questo è indiscutibile. Ma l’intelligenza quella vera non ha niente a che vedere con la logica, nè con la memoria e tanto meno con il sapere intelletuale. Quanti pazienti autistici sono capaci di memorie sovrannaturali? Non si tratta del numero di connessioni nervose funzionanti e tanto meno del numero di grassi polinsaturi presenti nel corpo.

Recentemente è stato pubblicato un articolo che associava l’intelligenza e la salute alla grandezza del lato B delle signore! No ma dico: e lo consideriamo anche un articolo a sfondo pseudoscientifico? L’intelligenza degli esseri umani lo sappiamo tutti molto bene non si calcola con il QI ma con la vita quotidiana che la conferma nel concreto attraverso le persone con le quali entriamo in contatto.  Questa intelligenza detta anche intelligenza emotiva è l’intelligenza del cuore, inizia con la stessa lettera ma si trova un pò più su!

Se il cervello subisce un trauma si può perdere la memoria, si può perdere la capacità di parlere e di comprendere si possono perdere tutte le capacità cognitive di fondo e cambiare anche il carattere e la personalità ma ogni individuo è la somma di fattori molto più complessi e non si possono attribuire a fattori singoli  biologigi seppur indubbiamente importanti per la salute del cervello, il rischio è che si perda di vista l’aspetto più fondamentale della vita.

Noi medici dovremmo essere consapevoli di questa vasta complessità non solo nell’evitare alcune affermazioni da circo ma soprattutto nel modo in cui vediamo il paziente e la sua sofferenza fisica e psicologica.

Dovremmo smettere di comportarci come la volpe con l’uva; sapendo che molte malattie e disturbi non sono realmente curabili con i farmaci non dovremmo affermare che la cura non esiste. Sapendo di non avere gli strumenti giusti non dovremmo convincere il nostro paziente che qualunque altro strumento terapeutico  non funziona a prescindere e magari in questo modo  sentirci tranquilli con la nostra coscienza.

Dovremmo innazitutto smettere di identificare il paziente con la sua patologia, lui o lei non sono tale o tal altro disturbo; sono molto molto di più e se per primi non siamo noi a vederlo come farà il paziente che è afflitto dalla sua patologia a imparare a vedersi diversamente?

Cogliere il potenziale di salute del paziente  è come cogliere i potenziali talenti di un figlio: se non li sappiamo vedere perchè accecati dalla sola definizione della patologia, questo seme molto facilmente non si svilupperà mai. E’ facile di fronte a una problematica grave e complicata sottolineare solo i rischi elevati di un determinato intervento chirurgico o della patologia stessa. Quando il nostro paziente ci guarda negli occhi non deve vedere la rassegnazione del nostro senso di fallimento. La paura della sofferenza e della malattia camuffata da cinsimo. Dovrebbe vedere una forza positiva che dà loro la possibilità di sperare e di sviluppare qualunque cosa possa essere utile e buona per il loro percorso anche se non si stratta di una guarigione miracolosa.

In questo modo non solo i pazienti affetti da patologie severe ma anche quelli che sembrano ormai cronicamente incurabili come i super ansiosi indefessi oppure quelli in sovrappeso da tempo immemore non saranno portati a rinunceranno a sperare. Non è necessario illudere il paziente sulla pretesa di un miracolo ma considerare di poter limitare i  danni, cercando il più possibile di migliorare la qualità della vita di oggi e del futuro che ci aspetta.

Fare esercizi motori per un paziente emiplegico è un percorso riabilitativo che durerà ad vitam, lo stesso per la dieta di un soggetto obeso e così via, non si molla mai. Il rischio mollando la speranza è sempre che si peggiori anche drasticamente, lo chiamerei effetto antiplacebo oppure effetto antipigmaglione.

Per concludere direi che dobbiamo smetterla di sopravvalutare l’intelligenza legata alla logica e iniziare ad ascolatre e sviluppare l’intelligenza del cuore, nobilitando la forza nel nostro ego inteso come possibilità di accedere al nostro interno. Mettendo a disposizione degli altri la nostra meravigliosa e sorprendente unicità e il nostro potenziale umano più profondo.

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