La malattia da lavoro

Non è un caso se una branca della medicina si occupa di questo argomento. Il lavoro ci condiziona veramente molto ed è la causa di una quantità davvero impressionante di patologie.

Se è troppo può essere la causa prima di uno stato di ansia da prestazione che arriva a togliere il sonno e rovinare la qualità dei rapporti sociali. Sono spesso giovani donne in carriera o semplici impiegate che si lamentano di insonnia o di aver un sonno così leggero da non riuscire a dormire con il fidanzato.

Ma non pensate che sia solo il gentil sesso a provare questi stati d’animo; sono molti gli uomini che dopo il primo figlio per esempio riposano malissimo forse per il peso delle responsabilità e ci va di mezzo ovviamente anche la vita sessuale  e per un uomo significa la perdita di autostima.

Questo solo per fare alcuni esempi dei casi assolutamente comuni che vedo tutti i giorni in studio. Per non parlare della signora che fa i mestieri, la bidella, l’ausiliaria in casa di riposo oppure l’assistente di poltrona al dentista, le infermiere, il taxista, tutti con una bella discopatia severa e continue sciatalgie. Lavori che indipendentemente dalla corretta terapia motoria e di agopuntura rischiano facilmente di vanificare le acquisizioni e i miglioramenti ottenuti.

Ma se ci pensate sono tantissime le professioni che possono portare a problemi cervicali o lombari o semplicemente articolari da sovraccarico di una segmento corporeo. Muratori, pittori, macellai, trattoristi, scaricatori, cuochi, questi devono in più far fronte a  importanti sbalzi termici.

Ma non pensate che i manager e il personale direttivo siano tranquilli, no… oltre al sovraccarico mentale, la posizione seduta per giornate intere, i viaggi e le continue cene di lavoro sono uno strapazzo psicofisico e un sovraccarico lombare dato dalla eccessiva vita sedentaria. Anche agli alti livelli professionali spesso manca il tempo da dedicare a sé stessi.

Quello a cui  spesso non si pensa è che il lavoro non ci consente di essere malati; sono tantissimi i pazienti che ho conosciuto incapaci  di trovare il tempo per venire a curarsi; i certificati di esonero da alcune mansioni o i giustificativi per cure mediche oggi si evitano per paura di perdere il posto, la carriera, oppure per paura di essere poi mal visti dai colleghi e ovviamente anche per timore di non guadagnare abbastanza e infine per non perdere la faccia.

La categoria dei medici  sembra una fra le più colpite; incredibile vero? Risulta che i medici sono una delle professioni a maggior rischio di depressione, con un alto tasso di suicidi. Forse non si accetta di ammalarsi, non ci si mette in cura presso un altro medico o terapista. E per molti è quasi una vergogna e non lo dicono oppure vanno al lavoro con dolori spaventosi. E’ molto comune che i pazienti, quando affermo di aver avuto un problema fisico, sembrano meravigliarsi come fosse assurdo o disonorevole che un medico possa avere un disturbo fisico.

E invece succede perbacco! Io mi pungo regolarmente o mi faccio pungere se necessario, pratico tecniche di fisioterapia e cure fisiche appena compare un dolore.  Sto attenta quotidianamente a quello che mangio anche quando non ho tempo. Cerco di recuperare le fatiche appena possibile andando in mezzo alla natura anche per una semplice camminata.  Tengo sotto osservazione  le mie emozioni e i miei pensieri aiutandomi con la pratica dello yoga, della meditazione e di letture adatte.

Personalmente sto molto attenta perchè mi accorgo che se non sto bene, il mio lavoro diventa pesante, perdo la possibilità di alleggerire gli altri perchè sono io stessa pesante e la mia efficacia terapeutica oltre che diagnostica vengono meno. Ma questo vale per tutte le professioni. La prevenzione della nostra salute fisica e psichica è la miglior cura ed è possibile ottenerla solamente vivendo il presente ovvero ascoltandoci. Se chiudiamo gli occhi e apriamo i nostri sensi capiamo esattamente cosa avviene dentro di noi e cosa può esserci utile.

Un esercizio  che come ben spiega Eckhart Tolle è fondamentale per individuare i nostri disagi e le nostre tensioni; non serve mettersi a gambe incrociate e atteggiarsi da mistici, non serve infierire contro i capi ufficio e contro la società, lamentarci e chinare il capo. Quello che serve è un istante di presenza e se questi istanti di presenza aumentano sapremo cosa è meglio fare e come farlo. Se vogliamo continuare a fare il nostro lavoro o se vogliamo cambiare. Una volta si diceva “Il lavoro rende liberi…” ma se non siamo liberi di pensare come può il lavoro renderci liberi?

 

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