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L’equilibrio tra caos e rituale

Oggi pensavo proprio a queste due parole e a come ognuna di esse abbia acquisito nel corso del tempo una connotazione di tipo  prevalentemente negativo.

Un comportamento, un rumore o una situazione caotica non sono certamente ricercati e desiderabili. E la stessa non gradita approvazione si può intendere a proposito del concetto di rituale che si colloca in un atteggiamento con una valenza rigida e talora stereotipata.

Il rituale così come il caos hanno peraltro un importante significato che definirei decisamente più elevato e francamente  positivo. Applicare un rituale significa utilizzare  regole, leggi, usanze che hanno una storia oppure un significato profondo talora dimenticato ma presente, lo si fa quando si prega, quando si vuole dare un significato a un gesto come nelle cerimonie ma anche semplicemente quando si vuole esprimere un sentimento profondo e lo si può fare con una cena oppure una lettera o un regalo. Si tratta di occasioni importanti che ci permettono di fermarci e di collegarci con un intero mondo che definirei interiore.

Per il caos è la stessa cosa pur essendo un discorso diametralmente opposto la apparente casualità degli eventi esterni  del micro e del macrocosmo, che chiamiamo casuale ci lascia di fronte ad una sorta di impoderabilità e di insicurezza che appartiene alla vita e che la caratterizza. Il caos è difficile da apprezzare ma ci lascia la possibilità di cogliere la vastità e grandezza del mondo fenomenico. Ci consente di cogliere quanto la nostra  mente sia piccola e  incapace di capire e di controllare la vita  nella sua intierezza.

Da un lato la capacità di costruire con precisione e dall’altra quella di distruggere dandoci così la possibilità di ricomininciare. Due estremi che di nuovo fanno pensare allo yin e allo yang e al loro equilibrio e alla possibilità di slittare da un principio al suo opposto niente po po di meno che lasciandoli fare!!!

Eppure in campo psicologico possiamo vedere dai disturbi del comportamento umano come entrambi questi due mondi presentino spesso le caratteristiche peculiari di specifici disturbi psicologici. Il rituale visto come modalità stereotipata di comportamento appartiene a diverse psicosi talora anche molto pericolose. Il soggetto psicotico attraverso un rituale che si ripete si identifica in un personaggio dal quale non si schioda.

Il caos invece appartiene a squilibri psichici diversi  che potremmo definire  autodistruttivi.  Non  lavarsi, non buttare via la spazzatura, accumulare kilogrammi mangiando senza ritegno oppure accumulare oggetti nella propria casa fino a rimanerne prigionieri sono due altri comuni esempi di questo scompenso.

In entrambi questi disturbi  sono l’incapacità di cambiare ovvero la cristalizzazione e costruzione sempre più estreme che ne determinano la pericolosità ovvero l’incapacità appunto di passare come nella natura da un estremo all’altro.

Esiste un tempo per costruire e un tempo per distruggere. Il ritmo ma soprattutto l’equilibrio di questo ritmo resta sempre  l’atteggiamento più sano e direi naturale. E perchè questo passaggio e transizione da una fase all’altra possa avvenire è necessaria un’apertura e un contatto tra le due parti, uno scambio tra noi e l’esterno è a mio parere fondamentale affinché si possa instaurare un dialogo e una capacità di apprendere dalla vita tutta.

Diversamente la chiusura mentale verso l’esterno di solito anche solo parziale per lo più figlia della paura e del timore impedisce qualunque rapporto e scambio con l’esterno. La mente si fissa pericolosamente in un’unica modalità, che non è ne giusta ne sbagliata ma solo rigidamente innaturale e destinata a generare squilibrio e malessere profondo talora molto difficili da rimuovere e tipica dei disturbi psichici più comuni.

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2 Comments

  1. ivabellini ha detto:

    io preferisco caos e follia, che mi sembrano la stessa cosa all incontrario, con il caos non esiste meta non c è direzione, con la follia idem perchè i folli girano eternamente intorno a se stessi 🙂 (non sono interessato ai matti dei manicomi, faccio notare)

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