Lo Yoga può far male?

E’ uscito recentemente sulla Repubblica un articolo di Federico Rampini sui possibili effetti dannosi di questa antica disciplina. Nell’articolo in questione si sottolinea lo svilupparsi di una crescente e cosiddetta  allarmante “sindrome da incidenti di yoga” che io definirei sindrome da malpratica di yoga e che anche Rampini  stesso riconosce come tale nello svilupparsi del suo articolo.

L’argomento è in effetti interessante e diventa più che legittimo affrontarlo con serietà e competenza senza ritenerlo un tabù ma cercando di chiarire alcuni aspetti importanti di questa questione: può lo yoga far male?

Pratico yoga da oltre 30 anni e in tutto questo tempo non mi è mai capitato di avere problematiche fisiche correlate con la mia pratica; semmai posso dire con onestà che lo yoga mi ha consentito di mantenere un’attenzione e consapevolezza corporea anche su altri sport come la corsa, l’equitazione, il trekking e lo sci  che portano a frequenti incidenti e disturbi fisici da ipersollecitazione meccanica. Quando non sto bene so esattamente quali esercizi non fare e quali fare e questo è assolutamente vero.

Certamente un caso come il mio non rappresenta nessuna incidenza e tanto meno può far testo per il fatto che possiedo nozioni di anatomia, fisiologia, recupero motorio, conseguiti con i miei studi in medicina e riabilitazione e con il mio lavoro. E’ altrettanto vero però che  i numeri segnalati nell’articolo di Rampini non danno realmente la dimensione del problema in quanto non sono associati al numero di praticanti totali ne’ al numero di praticanti che non solo stanno bene ma che dalla pratica hanno tratto benefici.

Ovvero non emerge una percentuale di danno e tanto meno si confronta con altri sport o discipline e questo non consente di avere una visione completa ma solo parziale e oserei dire “direzionabile” e impressionabile. L’affermazione  che “molte persone non sono adatte alla pratica dello yoga e farebbero meglio a smettere” e la conclusione che “per praticare yoga bisogna essere in ottima salute” mi sembrano un pò eccessive e tendenziose.

Lo yoga è innanzitutto una via, non solo uno sport, ovvero una possibilità di sviluppare qualcosa di unico e di individuale utile su diversi piani dell’individuo. Una buona pratica consente di arrivare al silenzio e alla possibilità di creare un vuoto dentro di sè . I  pensieri meccanici hanno la possibilità di sgretolarsi  liberando la nostra mente ad un mondo decisamente più espanso dove il pensiero può svilupparsi, elevarsi  e viaggiare molto più liberamente, come attingendo a qualcosa di superiore.

Queste esperienze possono arricchire il praticante di yoga che in questa era soffre più che in ogni altra epoca per il senso di assenza di libertà. L’individuo moderno di oggi come non mai sente di essere prigioniero dei propri pensieri meccanici e di molteplici condizionamenti esterni.

Lo yoga visto sotto questo profilo interno e interiorizzato può essere considerato come un unguento, una medicina per molte malattie dell’anima compresa la depressione e l’ansia di cui tanto si parla in giro. E’ da considerare che molti sport possono a loro volta diventare una via. L’alpinismo di Messner, per fare un esempio, non è solo uno sport ma diventa, nel modo in cui lui lo pratica, una vera e propria via, un modo per evolvere, per andare oltre ai propri limiti e al proprio modo di pensare,   creando qualcosa di nuovo come lui ha prodotto.

Ma come lui stesso  dice: quello che va bene a me non va bene ad altri, anzi può essere nocivo e pericoloso

Nella mia esperienza non vi è nulla che sia una medicina uguale per tutti e per tutto.  Come  per la fitoterapia cinese se un rimedio fitoterapico è efficace per una patologia specifica, lo stesso rimedio può, se assunto erroneamente, diventare dannoso per altri individui. Il fatto di essere naturale non lo rende meno nocivo, è infantile e puerile ragionare in questo modo.

Come sempre si tratta di conoscere la materia in modo approfondito, non solo studiando ma anche praticando. Ogni postura ha degli effetti fisici e meccanici che, se eseguiti su soggetti con problematiche fisiche specifiche possono aver bisogno di correzioni e personalizzazioni individuali non sempre già codificate sui libri.

Inoltre lo yoga come molte discipline orientali e come molte religioni tendono a  restare condizionate dalla tradizione, “si faceva così e così dobbiamo fare“. L’insegnamento rischia di diventare qualcosa di morto, il cui valore  oggi non ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quella che poteva avere a quei tempi. Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e  cresceva dedicando allo yoga una vita intera.  Oggi non è più così; inoltre si traducono i testi antichi, cercando di applicarli e capirne il significato non senza il rischio di interpretare.

Ma ancora non è tutto. Per esperienza posso affermare che la pratica dello yoga non è tale se non si arriva a un certo tipo di intensità. E’ l’intensità della pratica a renderla efficace. Si tratta, come per molti farmaci e per  la fisioterapia, di un “delta di azione efficace” talora molto piccolo e a volte vicino al limite del potenzialmente nocivo. Il che rende necessario da parte di chi prescrive farmaci, pratica la fisioterapia ma anche di chi guida una pratica di yoga e di chi la esegue, una  notevole attenzione e capacità di ascolto per non rischiare di passare dalla pratica all’acqua di rose a quella dissennata e dannosa.

Ci addentriamo così in una dimensione che può diventare pericolosa, quando chi  insegna o chi  pratica yoga entra in una condizione di fanatismo e di incapacità di essere equilibrato. Ma cerchiamo di non farci fregare dal modo di pensare di questa nuova nostra società moderna che vorrebbe etichettare tutto come sicuro, come  la carne che si compra al supermercato: non è così semplice.

Di chi è la responsabilità se, durante una lezione, il praticante di yoga che lavora al supermercato sollevando pesi ha avvertito per tutta la settimana un dolore sciatico ingravescente, e durante la lezione ha insistito facendo tutte le posture  pur sentendo male fino a sentire chiaramente una fitta di dolore nella posizione della pinza (pascimottasana), procurandosi o peggiorando una discopatia lombare: dell’insegnante o dell’allievo?

Io da allieva dico: è mancata consapevolezza dell’allievo, come del runner che si procura una meniscopatia o tendinopatia delle ginocchia perchè non si è fermato in tempo. Non si è ascoltato, ha superato per ego o per distrazione il suo limite fisico e ne paga le conseguenze.

L’insegnante di yoga diventa responsabile delle conseguenze quando il suo allievo lo avverte del suo dolore e lui non lo ascolta oppure gli dice di proseguire senza aver paura del dolore e senza una reale consapevolezza dei veri limiti del praticante: questa diventa omissione di responsabilità. E’ vero che molti medici senza conoscere lo yoga potrebbero dire di sospendere questa pratica in quanto causa di dolore, senza badare troppo al sottile e magari distruggendo anni di lavoro positivi. Ma è altrettanto vero che l’insegnante di yoga potrebbe non essere in grado di capire che alcuni esercizi in quel determinato caso e situazione infiammatoria possono diventare pericolosi: una anterolistesi lombare per esempio può peggiorare con esercizi di estensione, e una rettilinizzazione lombare o cervicale con protrusioni discali può peggiorare con esercizi di flessione soprattutto se mantenuta a lungo e questi ultimi sono casi molto frequenti e quasi sempre prodotti dalla vita sedentaria o da altre condizioni lavorative.

Un buon insegnante o maestro di yoga deve si aver studiato lo yoga e il corpo umano ma anche e soprattutto aver praticato a lungo e insegnato altrettanto a lungo.  E  anche lui come l’allievo e come molti medici  non deve cadere nel delirio di onnipotenza conferitogli dal suo ruolo e cercare di mantenere un giudizio più oggettivo possibile.

Federico Rampini si stupisce del fatto che molti maestri soffrono di disturbi fisici; perchè no? dico io; il fatto di insegnare yoga non li rende per questo motivo invulnerabili. Tensioni emotive viscerali e momenti di inconsapevolezza motoria possono colpire anche loro. Aver conseguito una consapevolezza individuale  in uno specifico campo non significa averla mantenuta a 360 gradi e in modo continuativo.

Molti dolori sono espressioni di  tensioni interne e il riflesso di disturbi viscerali profondi e possono emergere durante la pratica. Discernere in quali casi ci si trova non è facile. Correre dall’ortopedico al primo piccolo e transitorio dolore di spalla  senza aspettare di vedere cosa succede, oppure perseverare con mesi o anni di lombosciatalgia senza rivolgersi a uno specialista del settore, meglio se medico e  con competenze specifiche, sono entrambi errori, il primo da eccesso di paura e il secondo da omissione di responsabilità.

L’equilibrio, il giusto agire e parlare, sono l’obbiettivo da raggiungere; qualcuno è ancora molto lontano, qualcuno è già vicino; errare è più che comprensibile per entrambi.

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5 risposte a Lo Yoga può far male?

  • Pingback: “Allarme infortuni”: grande giornalista inciampa sullo Yoga at Yogasutra

  • hujyu scrive:

    questo articolo è splendido…………………..e da notare…è che non ho ancora trovato nessuno che non abbia sbagliato cmq

  • ennio scrive:

    Grazie a Cathe per il commento riguardante l’articolo di Federico Rampino con molta chiarezza e onestà ho avuto una corretta e giusta informazione su come interpretare lo yoga,e credo che la stessa attenzione si sposa bene con tutte le discipline sia sportive che mentali….come dire (MENTE SANA IN CORPO SANO)eh già ci vuole abilità CIAO A TUTTI E BUONA VITA SEMPRE.

  • sandra scrive:

    A rieccoci, ancora un articolo, quello di Rampini che non può che generare ulteriore confusione. Grazie Catherine, precisa e competente la tua risposta.
    Posso solo ricordare e sottolineare quello che ho appreso in tutti gli anni di pratica e di insegnamento: non è solo importante il COSA, ma altrettanto, se non di più il COME!
    A cominciare da quella foto che accompagna l’articolo di Repubblica, eseguita in maniera scorretta. Ciao cara sandra

  • Brahmananda scrive:

    Salve, mi chiamo Piero R. Verri e dirigo a Roma l’Associazione Culturale Brahmananda (sito http://www.yogabrahmanandaroma.org) che promuove dal 1984 la diffusione dello Yoga Classico di Sri Patanjali (400 a.C.-200 d.C.) uno dei sei Darshana (sistemi filosofici dell’India) classici.
    Studio e pratico Yoga dal 1971 e insegno dal 1976 prediligendo l’aspetto meditativo, filosofico e soprattutto terapeutico di questa millenaria scienza umana.
    Concordo con Cathe per tutto il suo articolo tranne per la notizia espressa con la frase: “Ricordiamo che anticamente il praticante di yoga veniva selezionato da bambino e cresceva dedicando allo yoga una vita intera.” Non mi sembra così, di tale selezione non ho mai sentito parlare in India, né l’ho trovata sui testi classici; forse ci si confonde con cio’ che avviene nella tradizione tibetana.
    Desidero inoltre dire qualcosa in merito all’articolo del Dr. F. Rampini e su come è stato presentato, chiarire alcuni luoghi comuni e specificare delle differenze intorno alla tanto generica parola “Yoga”.
    Partiamo dal titolo: Yoga, il mito si incrina “non fidatevi, fa male”, sarebbe stato molto meglio scrivere: “Si incrina il mito di un certo Yoga praticato negli USA”, frase certamente più onesta nei confronti dello Yoga praticato negli altri continenti e paesi. Questo perché lo yoga descritto nell’articolo non risponde ai canoni dello Yoga classico indiano, dove un’asana (posizione) -spiega Patanjali nei suoi Yoga sutra- deve essere stabile e comoda, cioè ferma e piacevole per produrre la sua terapia su vari organi e tessuti, calmare la mente e prepararla alla meditazione. Per ottenere questo risultato ogni asana va mantenuta nel tempo e soprattutto collegata in maniera logica e terapeutica all’asana che la precede ed a quella che la segue; inoltre tra un’asana e un’altra ci deve essere una pausa per dare al corpo il tempo di metabolizzare l’azione terapeutica e l’introspezione mentale oltre che preparare alla postura che segue. In alcuni pseudo yoga recenti, e praticati non solo negli Stati Uniti, tale principio non è seguito e, limitatamente a quei rami yoga che impropriamente potremmo chiamare yoga con contenuti fisici (hatha-kundalini-tantra), si nota che vengono proposti il più delle volte privati della parte filosofica e dei principi etici. Inoltre, la stessa parte fisica sovente è ulteriormente impoverita delle tecniche di Pranayama (scienza del controllo dell’energia vitale tramite il respiro) come se tali tecniche e l’energia vitale fossero cosa secondaria anziché primaria.
    Altra inesattezza è scrivere e parlare dello Yoga come se esistesse un solo e unico yoga senza tenere conto che in questo modo si fa un “calderone” unico di svariate filosofie e discipline. Quindi, di quale yoga si parla nell’articolo? Dello Yoga classico di cui sopra o di Hatha-yoga (vigore fisico), Kundalini-yoga (energia), Jnana-yoga (conoscenza), Bhakti-yoga (devozionale), Tantra-yoga (unione sacra), Swara-yoga (analisi di respiro e ritmo nel Pranayama), Nada-yoga (suono), Mantra-yoga (canto mistico), Vedanta-yoga (non-dualismo), Karma-yoga (azione disinteressata), Laja-yoga (dissoluzione dell’Ego), Raja-yoga (concentrazione e pranayama), Dhyana-yoga (meditazione) ecc. ecc. Sperando di aver dato un’idea a titolo di esempio, pur nell’estrema sintesi della traduzione, sembra ovvio che quando si dice yoga si dice qualcosa di generico perché andrebbe sempre indicata la linea, il ramo, il sentiero, la specificità dello yoga in questione.
    L’articolo tratta dello Yoga praticato in America e di un libro che analizza tale yoga, ma non specifica quale tipo di yoga prende in esame. Dalla mia esperienza di addetto ai lavori desumo che si tratti di yoga improntato all’aspetto esteriore, alla forma fisica, alla prestanza atletica che per persone oltre i 50 anni può essere rischioso per l’integrità fisica. Nei siti internet statunitensi vediamo uomini e donne dall’estetica… ricercata che fanno yoga-Stretch, Power-yoga, yoga-Fitness, ma questo non è lo “yoga”. Lo yoga è adatto a qualunque età se praticato bene seguendo i principi filosofici e di conoscenza interiore che ne sono alla base.
    Pertanto se si vuole fare stretching si faccia stretching, se si vuole potenziare il tono muscolare (power) lo si faccia e idem per il fitness, tutte cose buone in sé, ma perché aggiungerci la parola yoga? Forse non si vendono bene?
    Andando avanti nell’articolo, si legge che lo yoga (sempre non specificato) è nato “(…) in India in epoche in cui la gente stava normalmente inginocchiata, accovacciata in pose «naturali» (…)”, facendo intendere che allora e per gli indiani esso era consono e senza traumi. Certamente per chi è abituato fin da piccolo a stare a terra (per mangiare, parlare, leggere o scrivere) alcune asana sedute (posture stabili) possono risultare più facili, ma ciò non significa che altri popoli non possano praticare gli yoga hatha e kundalini. La cura, l’attenzione, la preparazione e la scelta delle pratiche da eseguire, tenendo presenti i limiti di ognuno, permettono di fare Yoga ad ogni età e senza conseguenze dannose. Inoltre, chi insegna ha il compito di far capire che non si devono fare “necessariamente” tutte le asana. Esse preparano il corpo alla Meditazione, servono a rinforzare la colonna vertebrale ed a stare comodamente seduti, scopo che si raggiunge anche con le poche asana strettamente utili.
    Pertanto le asana, ripeto, devono diventare stabili e comode, non si fanno per atletismo o estetismo, non si fanno passando da una ad un’altra senza interruzione. Ogni asana è una terapia che ha bisogno di statica, di tempi di tenuta e non di esser presa e lasciata in velocità alla stregua di una ginnastica aerobica, disciplina rispettabile che però non ha i fini di uno yoga hatha o similare. Il corpo va preparato ad ogni asana con appositi yogoda (preparazioni) sempre legati al respiro (pranayama) al fine di rinforzare, distendere e riscaldare i tendini, i legamenti, le strutture articolari nonché tonificare cuore e polmoni, agire sul sistema nervoso. Solo così danni e traumi sono evitati.
    Poco avanti, alla frase “La diffusione di massa ha avvicinato a questa disciplina un numero crescente di persone inadatte con problemi fisici pregressi (…)” sarebbe stato utile dire che le ha avvicinate – negli Usa – a quel tipo di yoga (stretch, power, fitness) e non certo ad un Bhakti-yoga o ad un Jnana-yoga. Se vogliamo fare meditazione, o cantare i mantra devozionali, e abbiamo problemi alle ginocchia, possiamo sederci su di una sedia. Perché no? Non è necessario, come diceva un mio Maestro, “fare i martiri dello Yoga”.
    A parte ciò la diffusione di massa è un fenomeno primariamente americano, favorito da alcune star della musica e del cinema che dichiarano di praticarlo; qui in Italia non è così, facendo i dovuti rapporti, lo yoga è molto meno diffuso.
    Tornando alle “persone inadatte”, penso che tutti sono adatti se si iscrivono a quei corsi di Yoga che fanno parte della tradizione classica e sono seguiti con seri criteri da Maestri di comprovata esperienza, e non da pseudo insegnanti. Chiunque può trarre giovamento da ogni tipo di Yoga e può essere messo in condizione di praticare “ciò che può praticare”, di capire che fare yoga non è una gara con i compagni di corso né con se stessi, che non è una mera dimostrazione di capacità estetico-muscolari, ma è conoscenza interiore, indagine sulle proprie dinamiche mentali, con lo scopo di potersi relazionare con serenità al vivere quotidiano e ad ogni essere umano. Che sia troppo difficile? Che risulti scomodo ed impegnativo insegnare ciò a cui “dovrebbe” assolutamente portare lo Yoga tutto?
    Quindi, anche l’ammalato può praticare facendo ciò che gli è adatto e evitando posture e/o movimenti potenzialmente pericolosi che potrebbero farlo peggiorare.
    Su questo argomento devo dire che la classe medica, dagli anni ‘70 ad oggi, inizialmente scettica sul contributo dello Yoga sulla salute dell’individuo, ha modificato la sua posizione. Oggi lo Yoga è presente nelle linee guida del trattamento di diverse patologie. Nella mia esperienza, dalla seconda metà degli anni ’80 molte persone con svariate patologie motorie, oncologiche, neuropsichiatriche sono state indirizzate dai medici alla pratica dello Yoga classico di Patanjali. Quest’ultimo ha infatti dimostrato un importante contributo nel coadiuvare ad esempio una riabilitazione motoria, una depressione, una patologia della colonna, una cefalea o un decorso post-operatorio a seguito di un intervento chirurgico di varia natura.
    Le ultime quattro righe scritte dal Dr. Rampini indicano appena in parte quanto ho scritto, ma… quanti lettori si saranno fermati al titolo d’effetto della prima pagina senza arrivare alla fine del pezzo?
    La pericolosità dello Yoga presentato nell’articolo è data dal movimento continuo, dall’eseguire un’asana dopo un’altra senza pause, senza attendere che l’azione terapeutica, insieme a quella introspettiva, si svolga, si sedimenti prima di approcciare una nuova postura. Tutto questo è lontano dallo spirito con cui gli antichi Rishi (saggi) crearono lo Yoga, creazione che mira alla conoscenza di sé, alla liberazione spirituale e che comporta che ogni asana venga mantenuta per il tempo necessario, che tra una postura e l’altra si frapponga un rilassamento “riflessivo” al fine di penetrare nel silenzio interiore… dove – sappiamo – non c’è dimostrazione alcuna.

    Piero R. Verri

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